Se il boicottaggio colpisce l’israeliano in quanto tale


Quando, nel 1938, Benito Mussolini emanò le Leggi Razziali, in un primo momento alcuni ebrei si illusero che dimostrandosi fedeli al regime fascista sarebbero sfuggiti alle discriminazioni. Uno di questi era il banchiere torinese Ettore Ovazza (zio del giornalista Alain Elkann), che aveva partecipato alla Marcia su Roma.

Per dimostrare la propria fedeltà al regime, Ovazza organizzò un attacco squadrista a Firenze contro la tipografia che stampava l’Israel, un giornale di orientamento sionista e che per questo era accusato di presentare gli ebrei italiani come una quinta colonna all’interno della nazione. Tuttavia, questa azione non servì a nulla. Nel 1943, il banchiere venne catturato dai nazisti assieme alla moglie e alla figlia mentre cercavano di fuggire dall’Italia. Tutta la famiglia venne assassinata ad Intra, in Piemonte.

Attacchi contro Eshkol Nevo

La storia di Ovazza dovrebbe essere un monito per chi oggi si illude che basti prendere le distanze dal governo israeliano, quando non da Israele e dal sionismo, per sfuggire a potenziali discriminazioni. Chi odia gli ebrei o gli israeliani li odia a prescindere, senza fare distinzioni.

Lo dimostra il recente episodio che ha coinvolto lo scrittore israeliano Eshkol Nevo. Recentemente, è uscita una petizione per annullare la sua partecipazione al festival Il Libro Possibile, che si terrà dall’8 all’11 luglio a Polignano a Mare (in provincia di Bari). Oltre alle solite sigle propal e ad esponenti della politica pugliese, tra i firmatari compare anche l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, Franco Moscone.

Questa non è la prima volta che Moscone esprime posizioni controverse. Nel marzo 2025, durante una manifestazione a Bari, ha detto che “dal 1947 la Striscia di Gaza e la Palestina sono un campo di concentramento a cielo aperto”, dimenticando che dal 1948 al 1967 Gaza era occupata dall’Egitto, non da Israele.

Ha aggiunto che dietro alla situazione a Gaza ci sarebbe “quel popolo che di campo di concentramento e di sterminio è stato succube fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale”, oltre a definire l’operato israeliano “un autentico crimine di genocidio mondiale”.

Da notare il fatto che Nevo è assai legato alla cultura di sinistra (il suo romanzo Tre piani è stato adattato al cinema da Nanni Moretti), ed è sempre stato assai critico nei confronti del governo di Benjamin Netanyahu. Ma agli occhi di una parte della sinistra italiana, rimane comunque “impuro”.

I precedenti

Anche altri artisti israeliani, pur con posizioni ancora più radicali di quelle di Nevo, sono stati comunque presi di mira dai boicottatori. Lo ha imparato a proprie spese il regista Nadav Lapid, da anni residente in Francia e che nei suoi lavori e interventi pubblici attacca costantemente il nazionalismo in Israele. Già nel dicembre 2023, era stato tra i firmatari di un appello apparso sul quotidiano francese Libération per chiedere un cessate il fuoco a Gaza.

Recentemente, Lapid ha dovuto rinunciare alla possibilità di fare parte della giuria del Festival Internazionale di Marsiglia, dopo che una decina di registi hanno minacciato di ritirare i loro film dal programma se lui non fosse stato escluso. In precedenza, nell’ottobre 2025, manifestanti pro-Palestina avevano fatto pressione per impedire la proiezione del suo film Yes! Dal Festival del Cinema di Roma, ma in quel caso non avevano avuto successo.

Un altro regista israeliano legato alla sinistra pacifista ma che, nonostante ciò, è stato attaccato dai propal, è Amos Gitai. Nell’agosto 2024, almeno 300 artisti hanno firmato una petizione per chiedere che il suo film Why War venisse escluso dalla Mostra del Cinema di Venezia. Nonostante Gitai sia sempre stato assai critico verso il governo israeliano, il suo film è stato accusato di essere stato “creato da complici case di produzione israeliane che contribuiscono all’apartheid, all’occupazione e ora al genocidio attraverso il loro silenzio o la partecipazione attiva al lavaggio dell’arte”.

Un mito sfatato

Tutti questi episodi sfatano un’argomentazione che per anni è stata utilizzata da coloro che giustificano i boicottaggi contro Israele: ovvero, che questa prende di mira solo lo Stato, e non i singoli cittadini israeliani in quanto tali.

Prima del 7 ottobre 2023, questa argomentazione è stata portata avanti anche da alcuni intellettuali e artisti israeliani di estrema sinistra. Rachel Giora, docente presso il Dipartimento di Linguistica dell’Università di Tel Aviv, nel 2010 pubblicò un testo per difendere gli appelli al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) “in quanto non antisemiti, in quanto non prendono di mira gli israeliani ma le politiche del governo israeliano”.

Tutti bersagli

Un discorso simile vale anche per il regista Udi Aloni, legato alla sinistra radicale anche per ragioni familiari: sua madre, Shulamit Aloni, negli anni ’90 è stata leader del partito progressista Meretz e ministro dell’istruzione nel governo guidato da Yitzhak Rabin. Nel gennaio 2010, il figlio ha scritto un’editoriale apparso su Ynet in cui dichiarò che i boicottaggi servivano a creare le “precondizioni per fare emergere una resistenza non violenta, affinché quella violenta non sia più necessaria”.

Questa tesi era già stata smentita prima ancora dei fatti del 7 Ottobre. Il fondatore della campagna BDS, Omar Barghouti, nel 2014 difese il ricorso al terrorismo, dichiarando che “i palestinesi hanno il diritto di fare resistenza con ogni mezzo, compresa la resistenza armata”.

Gli attacchi che in tempi recenti hanno subito Nevo, Lapid, Gitai e altri come loro dimostrano che tutti gli israeliani sono dei potenziali bersagli, a prescindere dalle loro opinioni sul governo o sulla guerra.

Come ai tempi di Ovazza, oggi stiamo tornando al tentativo di escludere gli ebrei da ogni consesso civile. Paradossalmente, stavolta gli artefici di questa discriminazione sono coloro che si dipingono come gli eredi della resistenza al fascismo.

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 Nathan Greppi

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