Come Shakespeare, la sinistra dovrebbe riattivare le pulsioni elementari e semplici che portano a vedere che i gay siamo noi, o i nostri figli e fratelli, che la famiglia è un fatto d’amore e di storie, non di concatenazione fra organi sessuali, che gli immigrati hanno gli stessi sogni di vivere meglio che abbiamo noi
Gianfranco Pellegrino
La discussione sul generale Roberto Vannacci, che si avvia a diventare sottogenere letterario del glorioso genere letterario della nota politica, con qualche incursione nella nota di costume, si è mossa, a iniziare dalla pubblicazione del primo libro del generale, su vari livelli e argomenti.
Quelli più recenti sono elettorali: quanto e a chi ruberà il nuovo partito del generale? A destra o a sinistra? Sarà o no l’ago della bilancia del prossimo governo, o della prossima opposizione? Per chi è più pericoloso: Vannacci, per i suoi ex compagni (camerati?) o per il fragile fronte del centrosinistra?
Anche su Appunti, Luca Telese e Stefano Feltri hanno affrontato il tema, con posizioni diverse.
Essenzialmente, Telese ha fiducia nel fatto che la democrazia costituzionale italiana è forte abbastanza da metabolizzare e annullare le posizioni di Vannacci, che vanno combattute con le forme tipiche della democrazia, cioè cercando il consenso nelle urne per le idee opposte.
Feltri, invece, sostiene che Vannacci, pur avendo diritto di parola, facendo delle sue posizioni base di azione politica lede altri diritti – il diritto degli immigrati residenti a non essere sottoposti a tentativi di deportazione, o quello dei gay a non essere discriminati. Questo giustifica restrizioni più forti della mera battaglia elettorale.
Ci sono poi livelli e argomenti della letteratura su Vannacci duraturi e inossidabili. Il fact-checking: Vannacci dice falsità e inesattezze e le diffonde, inquinando i pozzi della discussione pubblica, per così dire.
La logica: Vannacci si contraddice e sa di farlo. Attacca gli immigrati e ha una moglie rumena. Attacca i gay e indossa camicie molto vezzose. L’etica: Vannacci difende e propugna valori (o disvalori) oggettivamente non condivisibili, e quindi va combattuto su questo piano. Vannacci è sotto il livello minimo della decenza.
Non difende soltanto disvalori. Li incarna e li diffonde, come un virus pericoloso, allargando la soglia del dicibile, sdoganando l’indicibile.
La fenomenologia o la psicologia dell’elettore o del simpatizzante vannacciano: Vannacci è la figura che manca all’elettore o all’elettrice medi – il padre che contiene e raddrizza il mondo, il decisore sicuro e capace, l’uomo forte, e così via.
Sono tutte chiavi di lettura necessarie e utili. Ma vorrei qui fornirne una complementare, che dà basi solide alla lettura psicologica.
Perché su questo si gioca la pericolosità di Vannacci per i suoi concorrenti veri a sinistra (e in questo sto con Feltri: Vannacci è pericoloso anche per la sinistra, e ci ritornerò) e solo capendo questo si può elaborare una strategia per insidiare l’attrattiva di Vannacci e dei suoi simili (ché in fondo Vannacci è solo un Salvini più disinibito e con una maggiore, ambigua e insinuante, forza comunicativa). E in quest’ultimo aspetto di quel che dirò prendo sul serio la posizione di Telese.
Ammettiamo che, alla fin fine, Vannacci lo si debba battere nelle urne, con le armi della democrazia costituzionale. Bisogna però capire quali sono queste armi, e affilarle.
Inizio da lontano. Negli anni Novanta alcuni psicologi idearono il seguente esperimento. Ai partecipanti venivano mostrati sullo schermo volti di persone bianche e nere insieme a parole positive o negative, e veniva chiesto loro di classificarli il più rapidamente possibile premendo dei tasti.
Molti risultavano più veloci quando associavano “bianco” e “buono” da una parte, “nero” e “cattivo” dall’altra.
Nacque così l’Implicit Association Test, diventato uno degli strumenti più celebri per studiare i pregiudizi inconsci.
Negli anni successivi il test è stato discusso e ridimensionato: non è chiaro che misuri il razzismo individuale in senso stretto, e la sua capacità di prevedere comportamenti discriminatori concreti è limitata.
Resta però una lezione importante: le nostre reazioni sociali sono spesso guidate da associazioni automatiche che precedono la riflessione.
È un’intuizione che si ritrova, in forme diverse, nei lavori di Daniel Kahneman, Amos Tversky, Joshua Greene e Jonathan Haidt (si vedano almeno: Pensieri lenti e veloci, di Kahneman, Moral Tribes, di Greene, e Menti tribali, di Haidt). Kahneman distingue tra due modalità di funzionamento della mente. Il Sistema 1 è veloce, intuitivo e automatico.
È quello che ci fa capire al volo che una persona è arrabbiata guardandone l’espressione, completare una frase prima che l’interlocutore abbia finito di pronunciarla, o rispondere immediatamente che 2 + 2 fa 4.
Il Sistema 2, invece, è lento e deliberativo. Entra in funzione quando dobbiamo confrontare due mutui, compilare una dichiarazione dei redditi, valutare un argomento filosofico o calcolare mentalmente quanto fa 17 × 24.
La caratteristica fondamentale del Sistema 1 è che consuma poca energia mentale. Lavora senza che ce ne accorgiamo, producendo continuamente impressioni, intuizioni e giudizi.
Se vediamo una persona alta, ben vestita e sicura di sé, il Sistema 1 può indurci a considerarla competente prima ancora di sapere chi sia.
Se leggiamo una notizia che conferma ciò che già pensiamo, tenderemo a trovarla immediatamente plausibile. Nella maggior parte dei casi queste scorciatoie funzionano bene. Senza di esse saremmo paralizzati dalla quantità di informazioni che ci circonda.
Il Sistema 2 svolge invece una funzione di controllo. È la parte della mente che rallenta, verifica e corregge. Quando una battuta ci sembra offensiva ma ci fermiamo a chiederci se l’abbiamo interpretata correttamente, è il Sistema 2 che interviene.
Quando una statistica ci colpisce e decidiamo di controllarne la fonte, è il Sistema 2 che prende il comando. Ma questo tipo di ragionamento richiede sforzo, attenzione e tempo. Per questo tendiamo a usarlo molto meno di quanto immaginiamo.
Dal punto di vista evolutivo, questa architettura mentale è stata estremamente vantaggiosa. In un ambiente incerto e pericoloso era spesso più utile decidere rapidamente che decidere perfettamente. Meglio scambiare qualche volta un cespuglio per un predatore che ignorare un predatore vero. La mente si è quindi evoluta per semplificare, classificare e riconoscere schemi.
Greene e Haidt applicano questa intuizione al campo morale e politico. Molti dei nostri giudizi non nascono da un’analisi razionale dei fatti, ma da reazioni immediate che il ragionamento successivo tende a giustificare. È in questo contesto che acquistano importanza fenomeni come i pregiudizi e le divisioni tra gruppi.
Le categorie sociali semplificano il mondo, riducono l’incertezza e offrono spiegazioni rapide della realtà.
La stessa mente che ci aiuta a orientarci in un ambiente complesso può così indurci a vedere persone diverse da noi attraverso schemi automatici che percepiamo come naturali o evidenti, anche quando sono il prodotto di stereotipi e semplificazioni.
Vannacci, e quelli come lui, sono abili imprenditori che sfruttano il Sistema 1 degli elettori.
Sfruttano la fatica cognitiva, la voglia di risparmio della nostra mente, che produce distorsioni evidenti nell’ecosistema di continui stimoli cognitivi e informazionali in cui viviamo, reso ancora peggiore dal sistema politico mondiale in cui ci troviamo, dove le sicurezze del multilateralismo o della Guerra fredda sono venute meno.
Detto in altre parole: andare a verificare se veramente i clandestini sono quanti dice Vannacci, o se veramente la famiglia naturale è un costrutto sensato, è faticoso.
Per chi vive confortevole nella zona a cui Vannacci fa appello – maschio, bianco, eterosessuale, cittadino italiano – è faticoso fare l’operazione mentale di considerare il monologo di Shylock, e vedere che ovviamente i non maschi, non bianchi, non eterosessuali, non cittadini sanguinano come tutti gli altri, hanno sentimenti come tutti gli altri, e potrebbero volere una vita buona, con una famiglia che abbia la forma delle loro relazioni e dei loro amori, un territorio che li accolga e abbia la forma dei loro progetti di vita e delle loro aspirazioni.
La genialità e la presa di quel monologo – un caposaldo del pensiero egualitario – sta proprio in questo. Shakespeare non ha elencato dati o argomentazioni logiche contro l’antisemitismo.
Ha fatto appello agli stessi sentimenti che legano i due amici Antonio e Bassanio, o Bassaniox e la sua innamorata Porzia. Ha esteso i sentimenti, ha mostrato con i sentimenti e le pulsioni che la discriminazione, la differenza, non aveva fondamento.
Vannacci vende la sua merce in un mercato che è quello della semplificazione e delle pulsioni.
Il mercato dove la paura si cura costruendo muri e scegliendo capri espiatori, le soluzioni sono drastiche e semplici – la famiglia è una sola, il clandestino cattivo si rispedisce al mittente, la decisione complessa si taglia con l’autorità di uno solo. Il mercato della parolaccia, dell’allusione sessuale, dell’esercizio del potere spicciolo – del maschio anziano contro le donne, per esempio.
Questo è un mercato in cui stiamo tutti, a volte. Dove stanno gli elettori di sinistra, talvolta. È il mercato che produce le cadute sessiste di Maurizio Landini (Meloni è “cortigiana”), i tic populisti.
Vannacci è il venditore che altre forze, nascoste, hanno mandato su questo mercato. Ricordate il suo esordio, col presunto successo editoriale del suo primo libro?
Come ha notato Carlo Carabba su Facebook, Il mondo al contrario avrebbe venduto circa 80.000 copie la settimana d’uscita (è uscito il 10 agosto 2023), sfruttando solo il canale Amazon.
Ma, secondo Carabba, “un autore bestseller di altissima fascia, per capirsi, la prima settimana può vendere tra le 10.000 e le 20.000 copie, la maggior parte delle quali (facciamo il 60 per cento o il 70 per cento) in libreria.
Quindi, un autore in cima alla piramide commerciale in Italia su Amazon può vendere la prima settimana, a sovrastimare, 10.000 copie. E questo per autori conosciutissimi, mentre Vannacci all’epoca della pubblicazione era sconosciuto al grande pubblico”. E, continua Carabba, “le famose 80.000 copie di Vannacci sono state vendute nel cuore di agosto, quando la maggior parte degli italiani è in vacanza, perfino in questi tempi di crisi, ed è difficile anche comprendere dove se le sono fatte spedire, queste copie Amazon”.
Quindi, trascurando l’ipotesi di un errore di rilevazione, le copie debbono essere state acquistate da Vannacci stesso o da qualcuno, conclude Carabba. Il che implica che l’operazione Vannacci è stata finanziata, per occupare il mercato di cui sto parlando – un mercato di pulsioni elementari.
Questo mercato di pulsioni elementari è frequentatissimo, e da insospettabili. Prendiamo un esempio recente, e rilevante.
In una delle tracce del recente esame di maturità, il ministero dell’Istruzione e del Merito, un ministero condotto da un politico fra i più vannacciani del governo attualmente in carica, propone, del tutto decontestualizzato, il seguente brano di Frank Furedi (da I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere, Meltemi, Milano 2021, p. 213):
«Un’altra parola a cui talvolta si ricorre per riferirsi a questi venti-trentacinquenni è “adultescenti”, che in generale indica coloro che, rifiutando di sistemarsi e di assumersi impegni, vorrebbero piuttosto continuare a fare festa anche durante la mezza età.
Nondimeno, la mancanza di chiarezza a proposito del confine tra le generazioni è oggi ampiamente riconosciuta: così, quando il titolo di un articolo apparso su The Atlantic chiede When Are You Really an Adult? (Quando si è veramente adulti?), il pezzo prosegue la domanda retorica dichiarando: “In un’epoca in cui il confine tra infanzia ed età adulta è più sfumato che mai, che cos’è che rende le persone mature?”.
Com’è prevedibile, l’articolo non dà una risposta ma lascia semplicemente il lettore con la chiara impressione che, di qualunque cosa si tratti, l’età adulta è una seccatura. Secondo l’autore, “essere adulti non è sempre desiderabile”: “l’indipendenza può diventare solitudine” e “la responsabilità può trasformarsi in stress”.
La sensazione di sconforto che circonda l’identità adulta contribuisce a spiegare perché la cultura contemporanea si sforzi di preservare un confine tra la maturità e l’infanzia.
La puerilità è idealizzata per la banalissima ragione che molte persone si sgomentano al pensiero di vivere l’alternativa: maturità, responsabilità e impegno incontrano solo una debole convalida da parte della cultura contemporanea».
In questi giorni, molti stanno discutendo sul fatto che questo passaggio fa parte di un libro che difende i confini nazionali e attacca l’immigrazione, scritto da uno studioso di tendenze rosso-brune, corifeo di Viktor Orbán, ed è stato presentato a studenti e studentesse senza alcun contesto.
Ma a me colpisce una cosa: l’associazione su cui il libro si costruisce – confini di tutti i tipi, fra nazioni e popoli, e fra età della vita – è esile, ma suggestiva. Da Sistema 1, appunto. Un po’ di riflessione basterebbe a far venire in mente disanalogie, controobiezioni e così via.
Un po’ di senso storico suggerirebbe che le lamentazioni sugli adulti debosciati risalgono più o meno a Marco Aurelio e Seneca.
Un po’ di acume psicologico indurrebbe a pensare che chi esprime queste critiche – Furedi come Guia Soncini – rimpiange adulti forti che gli sono mancati nel passato e che mancano nel presente, magari per alleviare le proprie fatiche di vivere in un mondo complicato.
Ma, appunto, per fare tutto questo serve uscire dal mercato delle pulsioni, degli umori, delle reazioni e delle associazioni d’idee facili.
E in questo mercato ci stanno Vannacci, molti politici, buona parte di quelli che hanno sostituito i maître à penser e le agenzie ideologiche del passato, e parecchi soi-disant intellettuali.
Che cosa porta a concludere, tutto questo? Che la sinistra deve, almeno in parte, competere su questo mercato. Che, come Shakespeare, la sinistra dovrebbe riattivare le pulsioni elementari e semplici che portano a vedere che i gay siamo noi, o i nostri figli e fratelli, che la famiglia è un fatto d’amore e di storie, non di concatenazione fra organi sessuali, che gli immigrati hanno gli stessi sogni di vivere meglio che abbiamo noi.
Telese ricorda il comunista Giancarlo Pajetta che bloccava i tentativi della sinistra extraparlamentare di mettere fuori legge l’MSI (“Gli elettori non si sciolgono”).
Quel personaggio e quel partito potevano fare questa operazione perché allo stomaco degli elettori dell’MSI, alle pulsioni di quegli ex- o ancora fascisti, contrapponevano efficacemente lo stomaco solidarista, generoso, caldo di chi diffondeva l’Unità e cucinava nelle feste, e tutto l’armamentario di sentimenti, retorica, senso di comunità spazzato via negli anni Novanta dalle boiate del partito leggero.
Vannacci è pericoloso per la sinistra perché mette in luce la mancanza, a sinistra, di una leva per mobilitare i sentimenti delle persone, anche quelle di sinistra.
Questa leva è stata sostituita da ragionamenti, anche giusti, posizionamenti, spesso di lana caprina, tattica e, tutt’al più, strategie. Così andando avanti, Vannacci sarà sicuramente un grosso ago della bilancia elettorale, e non solo.
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Il libro è un esempio del livello della classe dirigente della destra italiana al governo, priva di una formazione scientifica seria, capace solo di mettere insieme idee altrui riscaldate e ridotte e a slogan, senza un vero quadro coerente di analisi e di azione, senza un programma che non sia raffazzonato e impreciso. Su temi strategici come il futuro …
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Gianfranco Pellegrino
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