schiacciante maggioranza al partito di Abiy Ahmed


Il Prosperity Party ha ampliato la sua presa sul Parlamento, assicurandosi il 90% dei seggi in palio

Con un voto dall’esito ampliamente previsto, il primo ministro consolida la sua presa sul potere mentre conflitti interni, crisi internazionali e disastrose politiche espansioniste portano la sua popolarità ai minimi storici

22 Giugno 2026

Articolo di Giuseppe Cavallini

Tempo di lettura 5 minuti

In Etiopia, la Commissione elettorale nazionale (NEBE), ha annunciato il 21 giugno i risultati ufficiali della settima competizione elettorale svoltasi il 1° giugno. Alla comunicazione dell’esito elettorale erano presenti il presidente Taye Atske Selassie, rappresentanti di vari partiti politici e organizzazioni civili, oltre agli ambasciatori di vari paesi e operatori dei media.

L’esito del voto legislativo non ha sorpreso nessuno, né nel paese né all’estero, vista la certezza della vittoria governativa, dopo una campagna elettorale che ha lasciato ben poco spazio all’opposizione.

Al Prosperity Party il 90% dei seggi

Che il plebiscito a favore del Partito della Prosperità (PP), creato dal primo ministro Abiy Ahmed, fosse scontato mi è stato confermato di persona, essendomi trovato ad Addis Abeba, dove ho potuto raccogliere l’opinione di decine di etiopici.

La Commissione elettorale ha dichiarato che si sono recati alle urne il 99% dei 54 milioni di cittadini registrati, percentuale superiore a quella, già “bulgara”, del 94% registrata alle elezioni del 2021.

Il PP vinto 438 dei 501 seggi in palio nella Camera bassa del parlamento bicamerale che elegge il primo ministro. Il 90% dei seggi disponibili. Un voto dal quale sono rimasti esclusi 46 dei 547 seggi complessivi, non assegnati a causa dei conflitti in corso nella regione Amhara e delle rinnovate tensioni politico-militari in Tigray.

Il maggior partito di opposizione, Ezema (Ethiopian citizens for social justice) ha guadagnato in tutto 13 seggi; il Nama (National movement of Amhara) 6 seggi; 3 seggi sono andati ai rappresentanti della regione Sidama e altri 8 seggi a candidati indipendenti; infine altri partiti minori hanno ottenuto un seggio ciascuno.

I candidati dell’opposizione – che hanno espresso l’intenzione di non sedersi in parlamento, come mi è stato confermato – si sono presentati al voto semplicemente per non ritrovarsi esclusi dalle future elezioni, in base alla legislazione in atto.

Rinforzatosi in tal modo, il primo ministro Abiy, al potere dal 2018, presterà giuramento e formerà il nuovo governo il prossimo ottobre.

Un governo la cui piena legittimità è messa in discussione anche dal fatto che le votazioni non si sono svolte nel Tigray e in alcune zone dell’Amhara. Alla vigilia del voto la NEBE aveva annunciato che le elezioni in queste zone si terranno in un secondo momento, senza però specificare una data precisa.

L’inganno di Abiy Ahmed

«Abiy Ahmed ci ha ingannati fin dall’inizio – mi dice con amarezza un abitante di Addis Abeba che vuol restare anonimo -. Vedevamo in lui un leader che avrebbe finalmente portato pace in ogni regione del paese, e così ci aveva fatto intendere agli inizi recandosi in ogni regione dell’Etiopia, incluse quelle conflittuali, ma col tempo ha totalmente capovolto le proprie intenzioni».

«La sua identità di doppia appartenenza etnica: amhara, attraverso il padre, e oromo, attraverso la madre, aveva portato molti a credere nella sua capacità di mediazione; purtroppo ha deluso le speranze di milioni in un processo graduale di centralizzazione del potere a spese della composizione federale dell’Etiopia e della promozione delle appartenenze etniche e culturali che erano state al contrario promosse da Meles Zenawi», mi racconta un altro cittadino di Addis Abeba.

Viaggiando in diverse regioni del paese mi sento ripetere lo stesso ritornello da amici e persone con cui ho lavorato per decine di anni. L’impressione generale che ho avuto è che la grande maggioranza degli etiopici, nelle aree urbane come in quelle rurali, si stiano ponendo gravi interrogativi in merito alle future scelte politiche del primo ministro che appare interessato ad agire spinto più dalla sua ambizione personale e dalla promozione della propria immagine che dall’attenzione al benessere delle popolazioni.

Le condizioni di instabilità generale, l’aggravarsi delle già numerose aree di conflitto inter-etnico o anti governativo, le condizioni di depauperamento della gente a motivo del famigerato piano di ammodernamento urbano dei “development corridors”, che hanno provocato la distruzione di migliaia di case, negozi informali, piccoli dispensari e scuole prospicenti le strade urbane, costringendo i proprietari al trasferimento forzato verso le periferie, creando condizioni di fame per milioni di persone.

A ciò vanno aggiunte un’inflazione inarrestabile che ha fatto crollare il valore del birr, la valuta locale, con i prezzi dei beni basilari alle stelle, e infine il rischio di isolamento del paese e di un nuovo conflitto tra Tigray ed esercito federale che vedrebbe coinvolti, per ragioni diverse, Egitto, Eritrea, Sudan e Somalia contro Addis Abeba, sono motivi di profonda preoccupazione.

Nessuna delle persone interpellate vuole un’altra guerra e, come noto, in Tigray l’amministrazione del TPLF (Fronte popolare di liberazione del Tigray) ha avviato il reclutamento forzato di giovani che, secondo le testimonianze raccolte, cercano di evitare la cattura fuggendo e migrando verso i paesi limitrofi.

Abiy Ahmed appare tuttavia sicuro di sé e imperturbabile, convinto forse di possedere una forza in realtà illusoria, fondata solo sulle luccicanti immagini di una capitale, Addis Abeba, che appare sempre più finalizzata, nel furore edilizio che caratterizza la metropoli, a scimmiottare le grandi città dei paesi del Golfo, senza tuttavia aver dietro l’enorme potenzialità di cui godono i governi arabi medio-orientali, in ragione delle immense riserve energetiche di cui possono tuttora beneficiare.  




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