Qual è il petrolio degli italiani? Lo sanno tutti, oggi più che mai: il turismo. Siamo ricchi di bellezze naturali (mari, monti e laghi) e di città d’arte. Tutte risorse da fare invidia, ma su cui ci siamo seduti, letteralmente. Perché, tutti, politici compresi, di destra come di sinistra, siamo convinti che, alla fine, sosterrà il nostro Pil. Chi se ne importa se stiamo perdendo progressivamente la manifattura; i nostri prodotti possono essere copiati, ma se vuoi visitare gli Uffizi o Villa Borghese o prendere un caffè in piazzetta a Capri o a Portofino, qui devi venire. Senza dimenticare i protagonisti e il relativo indotto: trasporti, bar, ristoranti, alberghi, agenzie e guide turistiche, negozi. Sono reo confesso: ci sono cascato anch’io. Nel 2008, neopresidente di Sistema Moda Italia, presentai al Governo un documento dal titolo “(In)Vestire in Italia”.
Una delle cinque proposte era la rigenerazione dell’accoglienza, sia per rilanciare la domanda di forniture tessili alberghiere, sia perché il turismo avrebbe spinto i consumi di made in Italy nei negozi collocati nelle località turistiche. Dopo quasi vent’anni, dopo il Covid-19 e lo strapotere dei social media, il verdetto è chiaro. Siamo arrivati addirittura all’overtourism, mentre l’industria del made in Italy ha fatto un percorso opposto. Proprio come nella maledizione delle materie prime: troppo dell’uno, poco dell’altro. Si compensano? Se così fosse il nostro Pil (al netto dell’inflazione) dovrebbe crescere, con un miglioramento in rapporto al debito pubblico. Questo ultimo sale, ma l’altro no, come si vede nella Tabella tratta dal Documento di Economia e Finanza (DEF) licenziato dal Governo il 22 aprile scorso.
È tutto collegato
Per inciso, c’è una strana commistione: la fiducia salvifica nel turismo ha fatto pendant coi soldi spesi, prevalentemente a debito, per il Super Bonus, cui si sono aggiunti quelli per il Pnrr. Come è possibile, però, che con un’immissione di denaro di circa 400 miliardi di euro la crescita reale attesa sia dello zero virgola? Se un’impresa industriale si fosse indebitata per finanziare dei Capex (capital expenditure) ci si aspetterebbe una crescita dei ricavi o una diminuzione dei costi o entrambe le cose. Invece, sembra che questa montagna di denaro abbia avuto solo l’effetto di spesa corrente, senza utilità ripetuta. Poco male, il turismo ci salverà. Poi, però, sui media di qualsiasi tipo gira una litania di lamentele: dagli stipendi che sono bassi, alla produttività che non cresce ed altro ancora. Non ci si accorge che tutto è collegato: è la malattia italiana.
Gli stipendi bassi
È bene, infatti, cogliere i nessi, ma anche far parlare i numeri. Quando confrontiamo lo stipendio medio annuo italiano con quello tedesco e francese, il grande divario dipende molto dalla composizione della nostra media ponderata che assomma a poco più di 26mila euro lorde (nel 2024). Lo si capisce guardando la Tabella numero 2 che si basa sui dati pubblicati nel Rapporto Inps 2025. La media è tirata in baso dalla forte consistenza di contratti stagionali e a chiamata, tipici del turismo. Dopo il Covid sono quelli cresciuti del 18%, più di tutte le altre tipologie. Non è, quindi, una questione di valore unitario (stipendio), ma di quantità, cioè di ore lavorate in un anno. Chi lavora nel turismo lo fa solo per parte (Part Year), anche se a tempo pieno (Full Time), da cui la sigla PYFT della Tabella. Il bello è che quando si ascolta il monito che fa annuire tutte le teste (i salari sono troppo bassi, bisogna aumentarli) subito si pensa all’industria, dove invece gli stipendi sono più alti e prevale il tempo pieno per tutto l’anno.
Al pari della produttività
Quella del lavoro si calcola dividendo il Valore Aggiunto di un periodo (a prezzi costanti) per il totale delle ore lavorate nel medesimo periodo. Se questo rapporto cresce nel tempo vuol dire che è intervenuta un’innovazione tecnologica o organizzativa, che ha fatto crescere la quantità prodotta per unità di lavoro, ovvero la produttività. Questo tipo di incremento è difficile in gran parte dei servizi e in particolare nel turismo. Per capirci: il numero di camere che si possono riordinare in un ora di lavoro tende ad essere sempre lo stesso. Siccome, l’occupazione decresce nell’industria, dove la competizione si basa soprattutto sull’innovazione tecnologica, mentre cresce nel turismo, dove la produttività è pressoché costante, ne esce che la media complessiva faccia pochi passi avanti. Non solo: la maggiore domanda di lavoro (per quanto intermittente) proveniente dal turismo concorre ad orientare la formazione del capitale umano lungo percorsi a bassa scolarità. Le due cose insieme, bassa produttività e bassa scolarità, non aiutano a far crescere i salari.
Quale cura?
Abbiamo bisogno di più industria e di più innovazione tecnologica per far salire la produttività e la media degli stipendi. Per ottenere tale risultato dobbiamo ridurre gli incentivi che spingono le imprese a rimanere piccole, invisibili o a lasciare l’Italia, alla stregua dei nostri giovani meglio istruiti. C’entra la burocrazia, ma prima ancora le troppe e mal coordinate leggi che si stratificano dall’Ue alle Regioni, passando per il livello di Governo che, indipendentemente dalle bandiere, si dimostra troppo incline a cavalcare ogni allarme sociale mal ponderato, solo per ottenere consenso. L’inverno demografico dovrebbe spingere, prima di tutto, noi elettori a cambiare orizzonte e a non cadere vittime dei falsi allarmi. Mi riferisco alla congerie (ammasso disordinato, un mucchio confuso o un accumulo di cose eterogenee e prive di un ordine logico, ndr.) di situazioni amplificate dai media, mal presentate e soprattutto mal analizzate, senza far parlare correttamente i numeri. Si pensi al caso degli stipendi bassi o a quello degli infortuni sul lavoro. Sempre troppi, ma non come si pensa; la tendenza ventennale è stata tutta in discesa. La prevenzione è servita. Lo si vede anche negli ultimi anni, pur col picco anomalo del 2022 post Covid. Ciò che sta crescendo sono gli infortuni in itinere. Eppure, continuano ad aumentare gli oneri di compliance a carico delle imprese, su cui, per altro viene imposta una supplenza sempre maggiore rispetto a ciò che dovrebbe essere garantito dalla mano pubblica. Si pensi al welfare, ma anche agli oneri di controllo verso i fornitori, in alternativa o in aggiunta alle forze dell’ordine. Manca del tutto la ricerca condivisa del corretto equilibrio tra correntezza e correttezza.
La malattia italiana può solo peggiorare se perdiamo l’ambizione di produrre. Questo non significa che si debba rinunciare al turismo, anzi, ma capire che l’economia non può basarsi solo su di esso, per quanto si abbia il record di siti Unesco e di biodiversità. I dati macroeconomici lo dimostrano: il Pil reale non aumenta, mentre cresce il Debito Pubblico. Abbiamo bisogno di far crescere le nostre imprese. Più che aiuti, servono meno ostacoli.
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Michele Tronconi
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