Dietro ai “rimpatri volontari” di migranti subsahariani dal paese nordafricano un clima di violenza, persecuzione e xenofobia
Nonostante le violazioni dei diritti umani e le retate su base razziale commesse dalle autorità tunisine, le istituzioni europee si dicono soddisfatte dei risultati registrati in questi tre anni nel limitare le partenze via mare
Il campo “Chilometro 21”, vicino a El-Amra, ha ospitato 3mila migranti fino alla fine di maggio 2025
Voli quasi quotidiani. Accade in Tunisia, dove quasi 5mila persone migranti di origine subsahariana hanno partecipato al programma di ritorno volontario da luglio 2025. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano che il peggioramento delle loro condizioni di vita le spingerebbe a chiedere di tornare nel paese di origine. Secondo il portavoce della Guardia nazionale tunisina, Houcem Eddine Jebabli, la creazione del campo di ricollocamento “Kilometer 21”, nel governatorato di Sfax, avrebbe facilitato questo processo.
“Kilometer 21”, la nuova frontiera dei rimpatri
«La Tunisia sta dimostrando ancora una volta la sua capacità di gestire le questioni migratorie attraverso un approccio globale che combina dimensioni umanitarie, di sicurezza, giudiziarie e sociali», ha detto Jebabli. Il 16 giugno, sono state rimpatriate 91 persone, mentre almeno 200 sono state portate al punto di raccolta informale “Kilometer 0”, prima di venire trasferite nel campo “Kilometer 21”.
I due campi, che prendono il nome dal cippo della strada C82 in cui si trovano, sono a poca distanza dalla città di Sfax. Il 21 sorge a El Amra, una cittadina agricola di 30mila abitanti.
Dopo gli sgomberi del luglio 2023, a Sfax, le persone migranti costrette ad abbandonare la città si sono organizzate nelle cittadine vicine dove hanno eretto degli insediamenti di fortuna.
Come documenta un reportage di Inkyfada, le installazioni non si limitano a essere delle baraccopoli. Si tratta di strutture di autogestione per soddisfare i bisogni quotidiani: dalla vendita di medicinali ai prodotti alimentari, fino a servizi di acconciatura. Benché demoliti a più riprese dalle autorità, sia al “Kilometer 21” sia al “Kilometer 22”, i campi sono stati ricostruiti seguendo lo stesso modello.
Ma la vita lì è tutt’altro che semplice. «Non ci è permesso andare a Sfax per lavorare, niente taxi collettivi e ci bloccano la rotta verso l’Europa», dichiarava un intervistato a Inkyfada. Sfax rappresenta, infatti, uno dei principali punti di partenza per raggiungere l’isola di Lampedusa. In quella che sembra una prigione a cielo aperto, a El Amra le autorità tunisine hanno istituito il campo di ricollocamento “Kilometer 21” per procedere con i rimpatri volontari. Qui vengono svolte le procedure amministrative e legali che si esauriscono nei voli di ritorno.
Il programma in questione, avviato dal ministero dell’Interno tunisino, si distingue da quello dispiegato dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM) nell’ambito dell’Assisted Voluntary Return and Reintegration (AVRR). Secondo il portavoce della Guardia nazionale, l’OIM avrebbe facilitato il rimpatrio di circa 27mila persone migranti negli ultimi tre anni.
Le violazioni denunciate da Amnesty International
Se da una parte i voli di rimpatrio sembrano un successo, dall’altra le ragioni che muovono le persone migranti a decidere di tornare nel loro paese non sono un vanto. Nel rapporto pubblicato lo scorso novembre da Amnesty International, si segnala come le autorità tunisine abbiano adottato delle politiche migratorie che ledono la dignità e i diritti di rifugiati e persone migranti, oltre a esporli all’insicurezza.
L’ONG documenta casi di detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti, oltre a espulsioni collettive verso le zone desertiche di confine. A questi si aggiungono gli episodi reiterati di razzismo e xenofobia. La persecuzione di organizzazioni non governative che tutelano i diritti delle persone migranti s’inserisce in tale contesto.
Non casi isolati, ma una prassi che dal 2023 è sempre più frequente e documentata e riguarda migliaia di persone, tanto da spingere alcuni di questi migranti a ricorrere, con il sostegno degli avvocati di ASGI, alla Corte africana dei diritti umani e dei popoli.
Ciò nonostante la Tunisia continua ad essere considerato dall’Europa un “paese sicuro” in cui respingere le persone migranti.
La cooperazione migratoria tra Tunisi e Bruxelles
Questi sviluppi vanno letti nel quadro della cooperazione migratoria tra Unione Europea e Tunisia, rafforzatasi nel luglio 2023 con il Memorandum d’intesa (MoU). Fortemente caldeggiato dall’Italia, il partenariato ha promesso alla Tunisia 105 milioni di euro, a cui si aggiungono 150 milioni di euro per la migrazione attraverso l’EU Trust Fund for Africa e fino a 900 milioni di euro di aiuti macrofinanziari per lo sviluppo sotto forma di prestiti.
In cambio, la Tunisia garantisce il suo impegno nella sorveglianza delle frontiere, nel rimpatrio dei suoi cittadini espulsi dall’Europa e nella cooperazione nella lotta contro le reti di traffico di esseri umani.
Nonostante ciò, il presidente tunisino Kais Saied rifiuta le accuse d’aver trasformato il paese nel “guardiano delle frontiere europee”. Una posizione ribadita anche lo scorso marzo, quando il presidente tunisino ha proposto una revisione del partenariato globale, definendo le condizioni attualmente in essere “inique e squilibrate”. La richiesta sarebbe di ricevere misure concrete per lo sviluppo del paese.
Nei fatti, tuttavia, il MoU ha rafforzato il ruolo della Tunisia nella politica di esternalizzazione delle frontiere europee. In una lettera indirizzata ai leader europei in vista del Consiglio europeo, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che dal 2023 le partenze dalla Tunisia verso l’Italia sono diminuite del 97%.
Nonostante le violazioni dei diritti umani e le retate su base razziale commesse dalle autorità tunisine, le istituzioni europee si ritengono soddisfatte dei risultati registrati in questi tre anni. La presidente della Commissione ha inoltre annunciato che saranno consegnate alla Guardia costiera tunisina altre tre unità per ricerca e soccorso.
Intanto in Tunisia il discorso contro le persone migranti si fa sempre più strada, come dimostrano le proteste del 6 giugno innanzi alla sede dell’UNHCR per chiedere l’espulsione delle persone migranti di origine subsahariana senza documenti regolari. Tali sentimenti incidono sulla percezione delle persone migranti e sul loro sentirsi al sicuro.
Tuttavia, una parte della società civile continua a mobilitarsi contro il razzismo e i discorsi d’odio, come dimostra la manifestazione organizzata il 20 giugno scorso da associazioni e organizzazioni tunisine per i diritti umani.
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