In Sicilia servirebbe un assessore alle Infrastrutture con la “A” maiuscola, che dopo gli episodi indecorosi di domenica scorsa, con decine di chilometri di coda sulla A18 e gente costretta a ripararsi sotto gli ombrelloni in autostrada, abbia il coraggio di sfiduciare i vertici del Cas. Non un altro video insulso suggerito dal pagnottista di turno, ma un atto politico. Perché quelle immagini hanno prodotto l’ennesimo danno d’immagine a un’Isola già sfinita, rassegnata, abituata a considerare normale ciò che normale non è. Ma di fronte all’incompetenza, all’incuria e all’ignavia di chi gestisce la cosa pubblica, in questo caso le strade, la Regione sembra non disporre più di strumenti di persuasione. Si aggrappa a qualche sfuriata del presidente contro il dirigente di turno, ma non c’è mai nessuno che risolva davvero un problema. O che prevenga uno scandalo.
Perché il Consorzio autostrade siciliane, di recente, non è finito sui giornali solo per le code. È stato investito da un’inchiesta sui casellanti infedeli, con dipendenti accusati di avere sottratto denaro dai pedaggi. Il meccanismo ricostruito dagli investigatori sarebbe stato semplice e brutale: incassare dall’automobilista, registrare un importo inferiore e trattenere la differenza. Le accuse dovranno naturalmente essere provate nelle sedi giudiziarie e gli indagati hanno diritto a difendersi. E mentre agli automobilisti toccavano cantieri, deviazioni e tempi di percorrenza indecenti – fresca anche la multa da 500 mila euro dell’Antitrust – negli anni scorsi fra Cas e assessorato alle Infrastrutture sono passati incarichi per circa 234 mila euro a società riconducibili a Maurizio Scaglione per la comunicazione social. Episodi che aiutano a capire le priorità.
Ma il problema non è soltanto nei tribunali. È ciò che accade ogni giorno ai caselli. A Giardini Naxos, in piena stagione turistica, alle undici di sera può capitare di trovare una sola cassa automatica e gli altri varchi chiusi, con file interminabili. A Patti il pedaggio diventa una beffa doppia: si paga per uscire da uno svincolo che gli automobilisti descrivono da tempo come vergognoso, e si resta in coda anche col Telepass. A Catania, il varco Telepass di destra in uscita funziona a intermittenza: una volta sì e una volta no, tanto che gli utenti ormai lo sanno e si accodano a sinistra.
Domenica scorsa il sistema è esploso. Code sulla A18 Messina-Catania, rallentamenti verso Taormina, traffico in tilt in direzione Catania, disagi anche sulla A19 Palermo-Catania, dove il commissario ha un cognome prestigioso: Schifani, e sulla Siracusa-Gela. Migliaia di automobilisti bloccati sotto il sole, viaggiatori in partenza per l’aeroporto, turisti che dovrebbero portare ricchezza e invece si ritrovano dentro una cartolina dell’abbandono. Salvo Tomarchio, deputato regionale di Forza Italia, cioè dello stesso partito del governatore, ha chiesto le dimissioni dei vertici del Cas. “Come tutti i cittadini che frequentano queste arterie vedendo cantieri infiniti che durano anni ed anni sempre negli stessi posti, non posso non chiedermi se esista una vera programmazione o tutto sia lasciato al caso o peggio, ad una voluta continua emergenza. È arrivato il momento che questi vertici si dimettano, per fare spazio a persone più competenti, ma anche più attente e rispettose”.
Lo stesso schema si ritrova in altri settori strategici. A Gela, la discarica di Timpazzo ha riaperto il capitolo più antico e nauseante: quello dei rifiuti. L’inchiesta della Procura ipotizza traffico illecito di rifiuti, inquinamento ambientale e gestione non autorizzata. Secondo l’accusa, migliaia di tonnellate sarebbero state interrate senza i trattamenti previsti. Anche qui la giustizia farà il suo corso. Ma anche qui la politica non può rifugiarsi dietro il garantismo processuale per eludere il problema amministrativo. La monnezza, in Sicilia, ritorna sempre. Ritorna perché gli impianti non bastano, perché la programmazione è fragile, perché ogni emergenza apre spazi opachi, in cui qualcuno prospera.
Autostrade e rifiuti sembrano mondi lontani. In realtà sono la stessa malattia di una Regione che trasforma ogni servizio in terreno di occupazione. Il clima è lo stesso che si respira attorno alla Sac, la società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso. La privatizzazione dovrebbe essere una questione industriale, invece è già diventata un altro campo di battaglia. Quattordici operatori hanno manifestato interesse per acquistare la maggioranza della società, ma attorno alla procedura si è subito acceso lo scontro politico. Lega e Mpa – per una volta sulla stessa lunghezza d’onda – sono contrari.
E mentre tutto questo accade, la grande narrazione del Ponte sullo Stretto si sgretola. Il costo complessivo resta fissato a 13,5 miliardi. Dentro quella copertura ci sono anche 1,3 miliardi di fondi Fsc della Sicilia, risorse nate per ridurre i divari, finanziare infrastrutture, riequilibrare territori, sostenere opere che potrebbero incidere subito sulla vita delle comunità. La società Stretto di Messina ha precisato che quei fondi non sono stati tolti né svincolati, ma rimodulati nel tempo. Politicamente, però, la sostanza è un’altra: 1,3 miliardi restano impegnati su un’opera che non ha ancora cantieri veri, mentre nell’Isola ci sono strade incompiute, autostrade mal gestite, collegamenti ferroviari arretrati, impianti dei rifiuti fragili.
Non è questione di essere favorevoli o contrari al Ponte. È questione di proporzioni, di priorità, di credibilità. Una Regione che non riesce a pretendere efficienza dal Cas può davvero presentarsi come protagonista della più grande opera infrastrutturale d’Europa? Una classe dirigente che non riesce a evitare code prevedibili nel primo weekend d’estate può davvero chiedere fiducia su un’opera da 13,5 miliardi?
La verità è che in Sicilia le infrastrutture non sono soltanto opere pubbliche. Sono specchi che riflettono il livello della politica, la qualità dell’amministrazione, la distanza fra annunci e realtà. E il quadro che ne emerge è impietoso. Sarà una lunga estate…
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Costantino Muscarà
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