In Libia l’Europa complice di una campagna di abusi e xenofobia contro i migranti
L’UE rafforza la cooperazione in materia di migrazione con le due autorità rivali, responsabili di una repressione razzista con migliaia di arresti, detenzioni arbitrarie ed espulsioni collettive. La retorica xenofoba dei funzionari alimenta violenze e crescenti proteste anti-migranti
Manifestanti chiedono la chiusura della sede dell’agenzia ONU per i rifugiati a Tripoli
È un durissimo atto d’accusa contro le politiche migratorie dell’Unione Europea il rapporto di Amnesty International pubblicato il 23 giugno che denuncia una nuova stretta repressiva contro persone migranti in Libia.
L’organizzazione parla di una campagna in corso dall’inizio del mese corrente, con arresti di massa a sfondo razziale, detenzioni arbitrarie ed espulsioni collettive illegali di migliaia di rifugiati, potenziali richiedenti asilo e migranti, e sostenuta da discorsi xenofobi e razzisti da parte di funzionari pubblici.
Una campagna che vede per la prima volta “alleati” contro gli stranieri i due governi rivali e le milizie che li sostengono: quello di Tripoli a occidente, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Bengasi nell’est, dominato dalla famiglia Haftar, con cui l’Europa tratta informalmente.
L’Europa complice
Abusi e violazioni che avvengono, fa notare Amnesty, proprio mentre l’Unione Europea si sta adoperando attivamente per ampliare la cooperazione in materia di migrazione con questi stessi attori, nonostante la loro ben documentata storia di crimini e gravi violazioni dei diritti umani.
In particolare, l’UE sta promuovendo l’istituzione di un Centro di coordinamento del soccorso marittimo (MRCC) a Bengasi, sotto il controllo dell’Aeronautica militare libica. Una nuova struttura in mano alle milizie dell’est che agirebbe in parallelo con la Guardia costiera di Tripoli, già accusata di crimini e violazioni dei diritti umani, la stessa che l’11 maggio scorso ha sparato contro un’imbarcazione di soccorso dell’ONG Sea-Watch in acque internazionali. Il terzo incidente di questo tipo dall’agosto 2025.
Lo scopo: raddoppiare il controllo delle acque libiche e contenere ulteriormente il numero di rifugiati e migranti presenti in Libia, molti dei quali fuggiti da guerre e da regimi repressivi, come i casi di sudanesi, eritrei e afghani, ai quali viene negato il diritto a chiedere asilo e protezione.
Gli ultimi dati disponibili sulla presenza di migranti e rifugiati in Libia risalgono alla metà del 2024, quando l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) stimava in circa 900mila il numero di persone immigrate nel paese nordafricano.
«L’UE ha a lungo finanziato il controllo dei flussi migratori in Libia, sostenendo la Guardia costiera libica, il che l’ha già resa complice di orribili violazioni e abusi» ha dichiarato Diana Eltahawy, vice direttrice regionale per il Medioriente e il Nordafrica di Amnesty International.
«Estendere questa cooperazione a gruppi armati con base nell’est del paese, noti per aver commesso crimini di guerra e altri abusi impunemente, dimostra un disprezzo sconcertante non solo per il diritto internazionale, ma anche per la vita e la dignità umana».
«L’UE e i suoi stati membri – conclude – non possono sottrarsi alle proprie responsabilità mentre questi abusi continuano sotto i loro occhi. Devono porre fine alla loro complicità in crimini ai sensi del diritto internazionale e sospendere le politiche di contenimento che intrappolano le persone in cicli di abusi».
Una richiesta rivolta anche alle autorità dei due governi libici. «È aberrante che le autorità libiche rivali si uniscano nell’abuso di migranti e rifugiati, utilizzando una retorica razzista, ignorando le richieste di asilo e detenendo arbitrariamente migliaia di persone prima di espellerle, anche collettivamente, ai confini terrestri», conclude Eltahawy.
Ingresso vietato a cittadini di Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia
Un appello destinato a cadere nel vuoto visto che, anzi, come riporta l’agenzia Reuters che cita una fonte governativa, il governo di Bengasi ha addirittura emesso un decreto che vieta l’ingresso “attraverso tutti i valichi di frontiera terrestri, marittimi e aerei” ai cittadini di Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia.
Una decisione giustificata sommariamente come una “riorganizzazione dell’ingresso degli stranieri in Libia”.
Le uniche eccezioni, precisa Reuters, per i membri delle missioni diplomatiche e consolari accreditate e i loro familiari, e per i lavoratori dei settori dell’istruzione, della medicina e delle professioni sanitarie affini, a condizione che ottengano le necessarie autorizzazioni e contratti di lavoro validi.
Una campagna di odio e violenze xenofobe
C’è poi un altro punto su cui si sofferma la denuncia di Amnesty, direttamente collegato alla campagna di rastrellamenti e deportazioni, che riguarda messaggi xenofobi ufficialmente avallati dalle autorità “che alimentano i movimenti di protesta anti-migranti”.
L’ONG riporta una serie di dichiarazioni e azioni contro l’“insediamento” di migranti nel paese e a favore della necessità di proteggere l’”identità demografica e culturale” della Libia, fatte dal ministero degli Esteri del Governo di unità nazionale (GNU), dalla Camera dei rappresentanti, dal parlamento libico alleato delle autorità nell’est, nonché dal “governo libico” (GNS) della Cirenaica e dalle Forze armate libiche (LAAF), controllate da Saddam Haftar.
Dichiarazioni incendiarie che hanno portato alla creazione a Tripoli di un movimento di protesta, sostenuto pubblicamente dal ministro degli Interni del GNU Emad al-Trabelsi e fomentato da post xenofobi e razzisti sui social media, sotto lo slogan “No agli insediamenti”.
“Da aprile – si legge nel report – centinaia di manifestanti si radunano settimanalmente nel quartiere di Janzour, nella zona ovest di Tripoli, dove si trovano gli uffici delle Nazioni Unite. Attribuendo ai migranti, definiti ‘infiltrati’, la responsabilità dei problemi economici della Libia, chiedono l’espulsione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) dalla Libia, esprimendo al contempo la loro opposizione alla cooperazione in materia di migrazione con l’UE”.
“Insieme alla Direzione per la migrazione e l’internazionalizzazione (DCIM) e alle amministrazioni comunali locali – si legge ancora – i manifestanti anti-immigrazione hanno invitato i libici che impiegano o ospitano migranti irregolari a licenziarli e sfrattarli, e a denunciare chiunque non lo faccia”.
Cosa che ha portato ad una serie di azioni di tipo squadrista contro gli stranieri dalla pelle scura.
“Dal 15 maggio – denuncia ancora Amnesty – hanno iniziato a circolare online video che mostravano persone di origine subsahariana inseguite, schernite, picchiate e aggredite fisicamente da libici, in particolare a Tripoli, Zintan e Zliten, a dimostrazione di come il discorso anti-immigrati, diffuso da attori statali e non statali, stia alimentando impunemente ulteriori abusi”.
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