allontanata dal Centro dopo la revoca dell’accoglienza, ora non so dove andare“



Una donna di sessant’anni di origini somale, alla quale è stato riconosciuto lo status di rifugiata per motivi religiosi e legati alla propria sicurezza personale, è stata costretta questa mattina, mercoledì, a lasciare il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) dove era ospite, un centro in provincia di Varese.

L’allontanamento è avvenuto attraverso l’impiego della forza pubblica. «Con decreto del 17 giugno 2026, il Prefetto di Varese ha disposto la revoca delle misure di accoglienza», spiega il legale della donna, avvocato Alex Barassi. «Il provvedimento si fonda su tre elementi: la mancata presentazione al colloquio fissato presso un centro Sai individuato ad Enna; la ritenuta irrilevanza della documentazione sanitaria prodotta; la circostanza che, avendo ottenuto la protezione internazionale già il 31 luglio 2025, la signora non avrebbe più potuto permanere nel Cas» secondo quanto dispone la legge, aggiunge il legale.

PER APPROFONDIRE

Che cos’è il Cas

Il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) è una struttura attivata dalle Prefetture per ospitare, soprattutto in situazioni di necessità, i richiedenti asilo, cioè le persone che hanno presentato domanda di protezione internazionale e sono in attesa della decisione della Commissione territoriale. Si tratta di un sistema di prima accoglienza, pensato per garantire vitto, alloggio e assistenza di base fino alla definizione della domanda o al trasferimento in un’altra struttura.

Che cos’è il Sai

Il Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) rappresenta invece il sistema di seconda accoglienza, gestito dai Comuni con il supporto del Terzo settore. È destinato principalmente ai titolari di protezione internazionale e ad altre categorie vulnerabili. Oltre all’ospitalità, il Sai offre percorsi di integrazione che comprendono orientamento ai servizi, inserimento lavorativo, corsi di lingua italiana, assistenza legale e supporto per l’autonomia abitativa e sociale, con l’obiettivo di favorire una piena inclusione nel territorio.

La donna, che ha contattato la redazione di Varesenews, sostiene tuttavia di non essersi mai opposta al trasferimento nella rete Sai, ma di aver evidenziato alcune difficoltà legate alle proprie condizioni di salute, ai legami personali costruiti nel territorio e alla necessità di proseguire le cure mediche già avviate ed un percorso lavorativo nel Nord Italia.

Non è possibile spingersi più in profondità nella narrazione (sebbene la signora abbia raccontato dettagliatamente la sua storia, specificando di non saper dove trovare una sistemazione), dal momento che le regole deontologiche impongono di non rendere identificabile “richiedenti asilo, rifugiati o vittime della tratta che scelgono di parlare con i giornalisti” cui è imposto dalla carta di Roma “di adottare quelle accortezze in merito all’identità ed all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni contro la stessa e i familiari, tanto da parte di autorità del paese di origine, che di entità non statali o di organizzazioni criminali”.

C’è da aggiungere che la signora ha lamentato le condizioni di vita all’interno della struttura che la ospitava, ed ha attivato attraverso la denuncia un procedimento penale per il reato di lesioni, poi archiviato su richiesta del pubblico ministero, misura avverso la quale non è seguita opposizione.

La vicenda mette in evidenza le difficoltà che possono verificarsi nel passaggio tra i Cas, destinati principalmente ai richiedenti asilo in attesa della definizione della domanda di protezione, e i Sai, il sistema di seconda accoglienza gestito dagli enti locali e rivolto a chi ha già ottenuto la protezione internazionale. Secondo quanto sostenuto dalla difesa della donna, in questo caso sarebbe mancato un efficace coordinamento per garantire la continuità del percorso di assistenza e l’individuazione di una sistemazione alternativa prima della revoca dell’accoglienza.

Contro il provvedimento prefettizio è stato presentato ricorso al Tribunale amministrativo, che dovrà pronunciarsi nelle prossime settimane.

Come si accennava i carabinieri hanno dato esecuzione mercoledì al provvedimento di allontanamento dal Cas. Durante le operazioni la sessantenne ha accusato un malore ed è stata trasportata in ospedale. Il legale è ora al lavoro per individuare una soluzione abitativa, evidenziando come «la situazione sia resa particolarmente complessa dal fatto che la donna risulta priva di residenza, circostanza che rende difficile anche l’attivazione dei servizi sociali e che, secondo la difesa, mette in luce alcune falle del sistema di accoglienza».

RIFUGIATI – I DATI A LIVELLO NAZIONALE
(elaborazione AI)
Secondo le stime più recenti disponibili per il 2025, in Italia vivono circa 132.000 persone titolari dello status di rifugiato o di altra forma di protezione internazionale riconosciuta, a cui si aggiungono circa 234.000 richiedenti asilo in attesa di una decisione e oltre 60.000 cittadini ucraini beneficiari di protezione temporanea.

Va precisato che i dati cambiano a seconda della definizione utilizzata:

  • 132.000: persone con status di rifugiato o protezione internazionale già riconosciuta.
  • Circa 313.000: beneficiari di protezione in senso più ampio (rifugiati, protezione sussidiaria, umanitaria e temporanea)

RIFUGIATI – I DATI A LIVELLO PROVINCIALE

Una recente intervista fatta nell’ambito della rubrica “La Materia del giorno” al prefetto di Varese Rosario Pasquariello da parte del direttore di Varesenews Marco Giovannelli ha permesso di avere una versione piuttosto aggiornata dei numeri legati alla presenza di richiedenti asili e di rifugiati in provincia di Varese, evidenziando la presenza di 3.627 richiedenti asilo, 1.109 dei quali attualmente ospitati nei Centri di Accoglienza Straordinaria (dato aggiornato al 9 settembre 2025).
QUI L’INTERVISTA – REPORT

(nella foto, di repertorio, i bagagli di un rifugiato allontanato da un centro di accoglienza)





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