Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votò per lasciare l’Unione Europea con il 51,9% dei voti a favore del Leave. Fu una scelta senza precedenti nella storia dell’integrazione europea, motivata ufficialmente da tre grandi argomenti: riprendersi la sovranità legislativa da Bruxelles, «riprendere il controllo» delle frontiere e frenare l’immigrazione di massa dai Paesi Ue, e liberare risorse economiche da riversare nel sistema sanitario nazionale.
Il famoso autobus della campagna Leave con il claim «We send the EU £350 million a week — let’s fund our NHS instead» divenne il simbolo di una promessa che, come si sarebbe visto, non avrebbe mai trovato pieno compimento. A dieci anni esatti dal voto, il bilancio della Brexit è in larga parte negativo.
I numeri del PIL britannico certificano un’erosione silenziosa
L’impatto della Brexit non si è tradotto in un crollo improvviso — i sostenitori del Leave avevano ragione su questo — ma in un’erosione lenta e costante, cumulativa, fatta di meno aziende che commerciano, investimenti più deboli, minore pressione competitiva e ridotta integrazione nelle catene di fornitura europee. A distanza di un decennio, la ricerca accademica offre stime chiare. Secondo uno studio del National Bureau of Economic Research (NBER), basato su dati raccolti a fine 2025, la Brexit ha ridotto il PIL del Regno Unito del 6-8%, gli investimenti del 12-13%, l’occupazione del 3-4% e la produttività del 3-4%. Bloomberg Economics stima il costo complessivo tra i 100 e i 200 miliardi di sterline all’anno.
La ricerca individua quattro canali principali attraverso cui si è trasmesso il danno: un aumento persistente dell’incertezza che ha pesato sugli investimenti, la minore domanda di beni e servizi, la riduzione degli investimenti diretti esteri e l’aumento delle barriere non tariffarie al commercio. Isolarne l’effetto preciso non è semplice, visto che nel mezzo sono arrivati la pandemia, lo shock energetico della guerra in Ucraina e un’inflazione persistente, ma il dato di fondo resta: il Paese ha rinunciato a un potenziale di crescita significativo.
La sterlina, perdente silenziosa
Uno degli effetti più visibili e immediati del voto del 2016 fu il crollo della sterlina. Alla vigilia del referendum, una sterlina valeva 1,31 euro e circa 1,46 dollari. A quasi un decennio di distanza, la valuta britannica ha perso circa il 12% contro l’euro e il 10% contro il dollaro. La media del tasso GBP/EUR dal voto è stata 1,16, rispetto a 1,27 nel decennio precedente, con la sterlina che ha trascorso il 98% delle sedute di negoziazione al di sotto di quota 1,20. Per i cittadini britannici, questa svalutazione si è tradotta in inflazione importata, costi energetici più alti e una spesa alimentare più onerosa, in un Paese che dipende in misura rilevante dall’import per il proprio fabbisogno alimentare.
Il commercio con l’UE: barriere invisibili ma costose
Tra il 2021 e il 2023, le esportazioni di merci britanniche verso l’UE sono diminuite del 27%, mentre le importazioni dai Paesi dell’Unione sono calate del 32%. La Camera di Commercio britannica stima inoltre un calo del 15,8% nelle esportazioni di servizi verso i mercati europei. Allianz quantifica il deficit di PIL prodotto dalla Brexit tra il 2% e il 4%, e sottolinea che le cicatrici più evidenti riguardano proprio commercio e investimenti: gli scambi di beni con l’UE sarebbero circa il 21% inferiori rispetto a quanto avrebbero raggiunto, mentre Deutsche Bank documenta come gli investimenti delle imprese siano rimasti bloccati per anni nell’incertezza, con una crescita della produttività quasi ferma.
Nel lungo periodo, sia le esportazioni che le importazioni saranno inferiori di circa il 15% rispetto a quanto sarebbero state se il Regno Unito fosse rimasto nell’Unione. E i nuovi accordi commerciali con Paesi extra-UE non avranno un impatto significativo, con effetti solo graduali.
La City non è più la stessa
Uno dei timori più ricorrenti alla vigilia della Brexit era la fine del primato finanziario di Londra. In parte, quel timore si è concretizzato — in parte, no. Il governatore della Bank of England Andrew Bailey ha riconosciuto che l’impatto sulla City non è stato «neanche lontanamente dannoso» quanto molti avevano previsto. Eppure i cambiamenti ci sono stati, e sono strutturali.
Con la fine del periodo di transizione, Amsterdam ha scalzato Londra come principale centro di scambio di azioni d’Europa. La causa diretta è il divieto imposto alle istituzioni finanziarie con sede nell’UE di negoziare su piazze britanniche, dopo che Bruxelles non ha riconosciuto lo stesso status di vigilanza alle borse del Regno Unito. Londra e Francoforte si sono consolidate come i maggiori centri finanziari europei per volumi complessivi, ma si è osservata una migrazione di attività da Parigi e Milano verso la Germania, mentre i volumi londinesi hanno continuato a crescere soprattutto per strumenti provenienti da mercati extra-UE e dal mercato britannico stesso.
Ciononostante, Londra resta il secondo esportatore mondiale di servizi finanziari e gestisce ancora quasi la metà del mercato globale dei derivati. Le esportazioni di servizi ICT verso l’UE sono addirittura quasi raddoppiate nel decennio. L’«età dell’oro» della City è finita, secondo molti analisti, ma il paziente ancora è in piedi.
L’UE dopo il divorzio e le aspettative deluse
Anche l’Unione Europea è uscita ammaccata dalla Brexit. La speranza di strappare alla City di Londra il titolo di seconda piazza finanziaria mondiale, a vantaggio delle Borse continentali, è andata delusa, con l’Unione bancaria e l’Unione dei mercati dei capitali impantanate nell’Eurogruppo, vittime dei disaccordi tra gli Stati membri.
Sul fronte della redistribuzione degli hub finanziari, la ricalibrazione c’è stata ma è avvenuta in modo diffuso e non ha prodotto un vincitore netto. Londra non è più vista come l’unico centro europeo per la finanza, e le persone guardano ora ad altre città come Amsterdam o Parigi, ma quello che doveva essere un esodo di massa si è trasformato in una strategica ricalibrazione delle risorse intorno ai diversi hub bancari europei.
La promessa che si è ritorta contro: l’immigrazione
Uno degli assi portanti della campagna Leave era il controllo dell’immigrazione. Il risultato, a dieci anni di distanza, è paradossale. Gli arrivi di cittadini europei — che all’epoca del referendum rappresentavano tre quarti del totale — sono effettivamente diminuiti, ma quelli di cittadini extra-UE sono aumentati in maniera esponenziale e oggi rappresentano il 90% degli ingressi. I flussi sono passati da un saldo netto di circa 300mila persone nel 2016 fino al picco di 900mila nel 2023, per poi scendere a 171mila nel 2025 in seguito alla stretta del governo. Persino il 58% di coloro che avevano votato per la Brexit ritiene che l’uscita dall’UE abbia peggiorato il fenomeno dell’immigrazione clandestina.
L’instabilità politica: sette premier in dieci anni
La Brexit ha lasciato il segno non solo sui mercati ma anche sulla tenuta istituzionale del Paese. Sette primi ministri in un decennio: una media impensabile per un sistema politico che era considerato tra i più stabili del continente. Keir Starmer si è dimesso qualche giorno fa in seguito alle pressioni dei suoi stessi ministri, appena due anni dopo una vittoria elettorale con pochi precedenti nella storia recente. La sua uscita di scena non è un episodio isolato: è l’ultima manifestazione di un’instabilità strutturale che la Brexit ha instillato nel cuore della politica britannica.
Un lento riavvicinamento all’Europa
A dieci anni dal referendum, il 75% degli elettori britannici dichiara di desiderare una relazione più stretta con l’UE, preferendola agli Stati Uniti. E qualcosa si sta muovendo sul piano diplomatico. Al vertice UE-Regno Unito di Londra del maggio scorso, il primo del suo genere dopo la Brexit, sono stati firmati un patto di sicurezza e difesa, accordi su commercio, pesca e mobilità giovanile. La Gran Bretagna ha accettato di mantenere aperte le proprie acque ai pescatori europei per altri dodici anni, mentre l’UE ha semplificato a tempo indeterminato le procedure burocratiche per le importazioni di prodotti alimentari britannici. Non si parla di un rientro nell’Unione — un sondaggio YouGov del giugno 2026 rivela che quasi il 60% dei britannici non sarebbe disposto ad accettare una minore sovranità su leggi e regolamenti come prezzo di una maggiore integrazione — ma di un graduale riavvicinamento pragmatico, dopo un decennio di distanza costosa per entrambe le parti.
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