Il salario minimo proposto dai partiti di opposizione avrebbe avuto applicazione universale: immediatamente vigente per tutti i lavoratori, a prescindere da tipologia di contratto, anzianità di servizio e altre caratteristiche. Il salario giusto del governo, invece, non è un diritto universale, perché si applica in un unico caso: come condizione per accedere agli incentivi pubblici per le nuove assunzioni di giovani, donne e nelle ZES
Pietro Galeone
Dopo le modifiche apportate dalla Camera, il decreto Lavoro “Primo maggio” è appena stato approvato in via definitiva con voto di fiducia al Senato.
Diventa legge quindi il contenuto principale del decreto, cioè la definizione del cosiddetto “salario giusto”. Anche se, considerando la portata limitata della misura e i tentativi di allargamento delle maglie operati dal Parlamento, entra in vigore una norma svuotata di efficacia e di senso.
Quando era stato annunciato, in occasione della festa di lavoratori e lavoratrici, il provvedimento era stato raccontato con gran fanfara. Il governo aveva mandato un messaggio politico preciso: non serve il salario minimo proposto dalle opposizioni, arriva il salario giusto definito dalla contrattazione.
Molti commentatori hanno accolto questa semplificazione. Molti articoli, infatti, riproponevano la contrapposizione governativa: da una parte le opposizioni con il salario minimo, cioè un “floor” a 9 euro l’ora per tutti; dall’altra la maggioranza con il salario giusto, cioè quello definito dalle associazioni più rappresentative di ogni settore.
A vederla così, parrebbe quasi più di sinistra la proposta del governo.
Il problema è che, leggendo i testi e non gli slogan, la distanza tra le due proposte è molto diversa da quanto la discussione ha fatto intendere. E con la conversione del decreto in Parlamento, emerge sempre più chiaramente una divergenza di approccio alla questione salariale nella sua totalità.
Le differenze principali tra salario minimo e salario giusto sono tre. Due e mezzo, anzi.
Partiamo dal mezzo, che è il contenuto. Per farlo bisogna chiarire cosa si intende per salario minimo.
Per quanto a livello accademico il salario minimo sia una soglia uguale per tutti, la proposta delle opposizioni va ben oltre questa soglia.
Il suo impianto in realtà si fonda sul trattamento economico complessivo (TEC) dei contratti collettivi più rappresentativi a livello nazionale, che deve avere valore erga omnes, per tutti. Solo come clausola finale è fissata una soglia minima oraria lorda di 9 euro.
In altre parole: se per esempio il contratto di CGIL, CISL e UIL del metalmeccanico prevede un salario minimo di 12 euro l’ora per uno specifico ruolo, nessun lavoratore assunto in quel ruolo – anche se con un altro contratto collettivo – può essere pagato meno di 12 euro l’ora.
Se però c’è un settore in cui anche il contratto firmato dai sindacati principali non arriva ai 9 euro l’ora, allora diventa vincolante il valore minimo legale. Questi contratti settoriali sotto i 9 euro non sono molti, ma coprono molte persone.
Quindi anche la proposta chiamata “salario minimo” dalle opposizioni in realtà si basava sulla contrattazione collettiva e la usava come architrave. Di fatto, è la stessa definizione che poi ha usato il salario giusto, con in più la rete di protezione della soglia minima a 9 euro.
La seconda e vera differenza è di applicazione. Il salario minimo delle opposizioni avrebbe avuto applicazione universale: immediatamente vigente per tutti i lavoratori, a prescindere da tipologia di contratto, anzianità di servizio, e altre caratteristiche.
Il salario giusto del governo, invece, non è un diritto universale, perché si applica in un unico caso: come condizione per accedere agli incentivi pubblici per le nuove assunzioni di giovani, donne e nelle zone economiche speciali (ZES). Per i milioni di lavoratori con contratti già in corso, e per chi non rientra nelle categorie citate, non ha alcun valore.
E anche nelle assunzioni rimane comunque opzionale, solo per le imprese che vogliono accedere ai bonus.
Di fatto, offre alle imprese un menu di scelta per le nuove assunzioni: ti costa di meno offrire un salario più alto ma compensando con gli sgravi contributivi, oppure offrire un salario più basso senza sgravi?
La terza differenza, forse più sottile ma più profonda, è il senso di questi interventi normativi. A partire dal nome: se un salario è “minimo”, suggerisce che ci sia un rischio al ribasso nella determinazione del salario e interviene imponendo una base sotto cui non poter andare. Non ha pretesa di essere risolutivo del problema salariale, che è strutturale.
Se invece il salario è “giusto”, per definizione si impone come risolutivo: è giusto il salario delle associazioni rappresentative per come è attualmente determinato e per come funziona oggi la contrattazione collettiva, che quindi è vista come sana e ben funzionante.
E questo riflette l’approccio diverso di opposizione e governo sulla questione salariale.
I sostenitori del salario minimo, incluso chi scrive, sostengono che si debba cominciare da un salario minimo, ma per arrivare a riformare la contrattazione e la rappresentanza. Il governo invece di rappresentanza non pare occuparsi, e considera come archiviata la questione salariale con il provvedimento Primo maggio.
Non spiega però perché anche il salario delle sigle più rappresentative in alcuni settori possa essere così basso da essere stato giudicato illegittimo dalla Cassazione – non in linea con la Costituzione che garantisce un salario dignitoso.
Non guarda al meccanismo di contrattazione nazionale che negli ultimi decenni si è rotto, subendo l’esplosione dei contratti pirata.
Perché il problema italiano non è soltanto quanto si paga, ma chi firma i contratti, quanto valgono quei contratti e come si impedisce il dumping tra sigle più o meno rappresentative.
E qui viene giù la maschera. Il governo non pare interessato a risolvere strutturalmente il problema della contrattazione. Più che un’apertura alla questione salariale, il salario giusto sembra esserne una pietra tombale.
Il passaggio in Parlamento ha peraltro ulteriormente indebolito la versione iniziale del provvedimento.
Durante l’esame alla Camera, la maggioranza ha provato a introdurre un emendamento che apriva ai cosiddetti contratti “equivalenti”: anche contratti firmati da organizzazioni meno rappresentative in alcuni casi avrebbero potuto consentire l’accesso agli incentivi.
Dopo molte proteste, quel riferimento è stato rimosso, ma il punto politico resta: se la maggioranza ha tentato quella strada, significa che il salario giusto non è pensato come il famigerato argine ai contratti pirata.
Non solo. Nella riformulazione sono rimaste due scelte molto nette. Innanzitutto, è stata confermata la normativa Berlusconi-Sacconi del 2011 che consente contratti aziendali o territoriali peggiorativi (cioè con salari inferiori al contratto nazionale), prevedendo come unici requisiti la firma all’ispettorato del lavoro territoriale e una email da mandare entro tre giorni ai lavoratori interessati dall’abbassamento dello stipendio.
E poi, dentro il trattamento economico che definisce il salario giusto entrano anche le prestazioni di welfare contrattuale riconosciute – insieme a mensilità aggiuntive, indennità fisse e continuative e altre voci economiche previste dai contratti.
È un punto più tecnico ma molto importante: se nel salario “giusto” si calcola anche il welfare, allora si può finire a confrontare euro in busta paga con prestazioni accessorie opzionali. Una polizza sanitaria, un fondo, un pacchetto benessere non sono la stessa cosa dello stipendio. L’affitto, le bollette e la spesa, per chi non arriva a fine mese, non si pagano con il voucher per un ingresso alle terme.
Così il salario giusto diventa un’operazione di propaganda più che di innovazione.
Non risolve il problema dei bassi salari. Non mette ordine nella giungla della rappresentanza. Non impedisce davvero il dumping contrattuale. Non si applica a gran parte dei lavoratori. Si limita a dire che, se vuoi, per prendere alcuni incentivi pubblici, devi rispettare un parametro costruito sui contratti più rappresentativi. Parametro che però nel passaggio parlamentare è già stato allargato e svuotato.
Si deduce quindi che quella del governo non è una battaglia di principio per un salario davvero giusto. È una battaglia contro l’idea che lavoratori e lavoratrici debbano avere una soglia minima effettiva e universale di tutela.
In Italia ci sono troppi lavoratori poveri, troppi contratti deboli, troppa opacità sulla rappresentanza e troppa convenienza per chi usa la contrattazione al ribasso. E ora, più che un salario giusto, ci ritroviamo con un salario vuoto.
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