Il 12 marzo 1992, a Mondello, due killer in moto uccisero l’europarlamentare democristiano più potente di Sicilia. Quarantasei giorni dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso, quel delitto chiuse un’epoca di convivenza fra mafia e politica e apri la stagione delle stragi e della trattativa Stato-mafia.
Erano le dieci meno qualche minuto del 12 marzo 1992 quando Salvo Lima uscì dalla sua villa di viale delle Palme, a Mondello, per recarsi a un convegno politico. Non fece in tempo a percorrere pochi metri. Due uomini su una moto rubata lo affiancarono, lo costrinsero a fermarsi e, quando tentò di scendere dall’auto e fuggire a piedi, lo raggiunsero e lo finirono con tre colpi di pistola. Morì sull’asfalto del quartiere dove aveva sempre vissuto, l’uomo che per trent’anni era stato il punto di equilibrio fra il potere democristiano in Sicilia e Cosa Nostra. La sua morte non fu un episodio di cronaca nera: fu una sentenza, pronunciata da chi riteneva di essere stato tradito, e un segnale rivolto a Roma.
Il garante di un equilibrio trentennale
Salvatore Lima, per tutti Salvo Lima, era stato due volte sindaco di Palermo negli anni Sessanta, quando in giunta sedeva, come assessore ai Lavori pubblici, Vito Ciancimino: la stagione che la storiografia ha chiamato del «sacco di Palermo», la cementificazione selvaggia della città cresciuta all’ombra di appalti, licenze edilizie e un sistema di scambio di favori che legava amministrazione comunale, imprenditoria e clan mafiosi. Da quella stagione Lima uscì come il principale referente siciliano della corrente di Giulio Andreotti all’interno della Democrazia Cristiana, ruolo che mantenne fino alla sua elezione al Parlamento europeo.
I suoi legami con il mondo mafioso non furono mai un mistero per chi indagava, anche se per decenni rimasero senza conseguenze giudiziarie. Già nel 1964 il giudice istruttore Cesare Terranova, occupandosi della prima guerra di mafia, annotava la conoscenza fra il sindaco e il boss Salvatore La Barbera. Più tardi i collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia avrebbero raccontato ai magistrati di un Lima cresciuto in una famiglia di «uomini d’onore» e in grado di mobilitare pacchetti di voti attraverso le cosche. Il suo ruolo politico si intrecciava in particolare con quello dei cugini Ignazio e Nino Salvo, imprenditori palermitani vicini sia a Cosa Nostra che alla corrente andreottiana, che secondo le sentenze successive funzionarono per anni da cinghia di trasmissione fra i Corleonesi di Totò Riina e il mondo democristiano.
La commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante, nella sua relazione del 1993, scrisse senza ambiguità che risultavano comprovati i collegamenti fra Lima e uomini di Cosa Nostra, e che spettava al Parlamento valutare l’eventuale responsabilità politica di Andreotti derivante da quei rapporti. Per la mafia siciliana, Lima non era soltanto un alleato: era il garante politico di un patto implicito, in base al quale Cosa Nostra forniva voti e pace sociale, mentre il sistema politico assicurava protezione, appalti e, quando necessario, un atteggiamento più morbido nelle aule di giustizia.
Il maxiprocesso e la sentenza che ruppe Il patto
Quel patto venne messo alla prova dal maxiprocesso di Palermo, istruito dal pool guidato da Antonino Caponnetto e Giovanni Falcone sulla base delle dichiarazioni di Buscetta. Apertosi nell’aula bunker dell’Ucciardone nel febbraio 1986, il processo si concluse in primo grado con 19 ergastoli e oltre 2.600 anni di carcere complessivi per 475 imputati. Cosa Nostra contava sul fatto che, come era già accaduto in passato, la Cassazione avrebbe potuto annullare o ridimensionare l’impianto accusatorio nei gradi successivi: un’aspettativa alimentata anche dalla fama del giudice Corrado Carnevale, sostituito proprio in vista del giudizio definitivo.
Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione confermò invece integralmente le condanne, validando anche l’attendibilità delle dichiarazioni di Buscetta. Fu, secondo molti osservatori, la sconfitta giudiziaria più dura mai subita dall’organizzazione mafiosa siciliana. Secondo le ricostruzioni offerte da diversi collaboratori di giustizia, fra cui Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè, Salvatore Riina aveva già discusso in sede di Commissione, fra il 1990 e il dicembre 1991, l’eventualità che l’esito del processo si rivelasse sfavorevole, e la conseguente necessità di colpire chi non fosse riuscito a garantirne un esito diverso.
Lima era considerato l’uomo che aveva promesso, attraverso i suoi canali, di poter influire sull’andamento del processo in sede di Cassazione. Quella promessa non si era tradotta in nulla. Per Cosa Nostra, la sentenza del 30 gennaio non era soltanto una battuta d’arresto giudiziaria, ma il segno tangibile di un tradimento politico.
Via Delle Palme, 12 Marzo 1992
Il delitto fu deciso ed eseguito con grande rapidità. Secondo la ricostruzione confermata in sede processuale, l’agguato fu affidato a uomini della cosca di San Lorenzo: Giovanbattista Ferrante guidava la moto, Francesco Onorato fece fuoco. Lima quella mattina era accompagnato dal professor Alfredo Li Vecchi; secondo le testimonianze raccolte, le sue ultime parole, rivolte a chi lo affiancava, furono un’invocazione di soccorso rimasta senza esito.
Il processo per l’omicidio si concluse soltanto nel 1998, con la condanna a tredici anni per gli esecutori materiali, Ferrante e Onorato, divenuto poi collaboratore di giustizia, e con l’ergastolo per i mandanti: Salvatore Riina, Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Giuseppe Graviano e numerosi altri vertici di Cosa Nostra. Le sentenze stabilirono che la decisione di uccidere Lima fosse stata presa collegialmente dalla Commissione mafiosa, segno che si trattava di un atto politico nel senso più pieno del termine, e non di una vendetta privata.
Le conseguenze politiche in Sicilia
L’omicidio Lima rappresentò, nella storia politica siciliana del dopoguerra, la prima rottura aperta fra i vertici di Cosa Nostra e la direzione della Democrazia Cristiana isolana. Per trent’anni i due poteri avevano convissuto attraverso un sistema fatto di scambi reciproci, mediazioni discrete e silenzi funzionali a entrambe le parti. Quella morte annunciò pubblicamente che il patto si era rotto, e lo fece nel modo più brutale possibile: un’esecuzione in pieno giorno, nel cuore del quartiere borghese dove Lima aveva sempre abitato, eseguita da chi fino a poco tempo prima era stato un interlocutore.
La scomparsa di Lima lasciò un vuoto immediato negli equilibri interni della corrente andreottiana in Sicilia e accelerò la crisi complessiva della Democrazia Cristiana isolana, già investita dalle inchieste di Tangentopoli che in quei medesimi mesi stavano travolgendo l’intero sistema dei partiti. Altri esponenti democristiani siciliani, percependo di essere a loro volta esposti, reagirono con allarme: Calogero Mannino, ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno e referente democristiano in Sicilia, fu tra i più colpiti dall’episodio, al punto da rivolgersi, secondo le ricostruzioni successive, non alle forze dell’ordine ordinarie ma direttamente ai vertici del Comando dei Carabinieri.
Sul piano nazionale, l’omicidio arrivò nel momento più delicato per Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio e aspirante alla successione di Francesco Cossiga al Quirinale. Il giorno dopo il delitto Andreotti era atteso in Sicilia: un appuntamento che assunse, alla luce di quanto accaduto, il significato di un avvertimento diretto. Le sue ambizioni presidenziali, già fragili, si dissolsero definitivamente nelle settimane successive. Anni dopo, proprio i legami fra Andreotti e Lima sarebbero stati al centro del processo per concorso esterno in associazione mafiosa che vide lo statista democristiano assolto in via definitiva, pur con un’affermazione di responsabilità per i fatti anteriori al 1980, dichiarati però prescritti.
Verso le stragi e la trattativa Stato-Mafia
Il delitto Lima non restò un fatto isolato. Meno di due mesi dopo, il 23 maggio 1992, l’autostrada di Capaci venne fatta esplodere sotto il corteo di Giovanni Falcone, uccidendo il magistrato, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Il 19 luglio, in via D’Amelio a Palermo, un’autobomba uccise Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. Per l’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, fu proprio l’omicidio Lima a segnare l’avvio reale della stagione stragista, ancora prima di Capaci: il punto in cui Cosa Nostra scelse apertamente la via dello scontro frontale con lo Stato.
Le indagini e i processi successivi, in particolare quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia conclusosi in primo grado nel 2018, hanno individuato proprio nelle settimane successive all’omicidio Lima l’avvio di contatti riservati fra alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri e ambienti mafiosi, nel tentativo di porre fine alla strategia degli attentati in cambio di un alleggerimento della pressione giudiziaria e carceraria sui boss detenuti. Il timore innescato dalla morte di Lima fra gli esponenti politici siciliani più esposti, secondo questa ricostruzione, fu uno dei fattori che condusse alle prime aperture di dialogo, in un intreccio fra interessi istituzionali, ambizioni personali e calcolo politico che la magistratura ha definito, appunto, trattativa.
Il processo, che ha coinvolto sia esponenti mafiosi sia rappresentanti delle istituzioni, ha conosciuto un percorso giudiziario lungo e controverso, con condanne in primo grado parzialmente riviste nei gradi successivi: un segno di quanto resti tuttora aperto, sul piano storico e giudiziario, il giudizio definitivo su quella stagione.
Un’eredità ancora discussa
A più di trent’anni di distanza, l’omicidio di Salvo Lima resta uno dei punti di svolta più studiati della storia repubblicana italiana: non per la sua dinamica, relativamente semplice rispetto alle stragi che seguirono, ma per il significato politico che assunse. Fu la dimostrazione pubblica che il sistema di scambio fra mafia e politica, costruito in Sicilia nell’arco di una generazione, poteva volgersi contro i suoi stessi protagonisti non appena cessava di produrre i risultati promessi.
Resta, in questa vicenda, una domanda che la storiografia e la magistratura hanno affrontato da angolazioni diverse senza esaurirla del tutto: quanto di quel sistema fosse imposto dalla forza di intimidazione di Cosa Nostra, e quanto fosse invece il prodotto di una scelta consapevole, da parte di settori della classe dirigente siciliana, di convivere con il potere mafioso in nome della stabilità politica e del controllo del territorio. È in questa ambiguità, più che nella sola cronaca del delitto, che si misura il peso storico della morte di Salvo Lima.
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Gabriele Mezzacapo
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