Mercoledì 24 giugno, nella sede della Fondazione di Sardegna a Sassari, si è tenuto un convegno dal titolo sobrio e dalla sostanza esplosiva: “Sostenibilità dell’Università pubblica in Sardegna. Scenari, strategie e prospettive”. Promosso dal CRENoS con le Università di Sassari e di Cagliari e la Fondazione di Sardegna, l’incontro ha messo sul tavolo dati e proiezioni che impongono una domanda scomoda: ha ancora senso mantenere gli attuali livelli occupazionali negli atenei sardi, a fronte di una platea studentesca destinata a contrarsi strutturalmente?
Soltanto l’Università di Cagliari conta circa 2.100 addetti (tra personale
docente, ricercatore, tecnico-amministrativo e bibliotecario, oltre al personale che opera stabilmente attraverso i servizi esternalizzati, quali addetti alle pulizie e alla vigilanza, personale della ristorazione, manutentori, addetti al verde, personale dei servizi informatici, operatori di cooperative sociali), a fronte di una popolazione studentesca composta da oltre 26.000. Secondo i dati ufficiali più recenti, di questi e queste, circa 13.500 risultano gli studenti e le studentesse fuori sede e 115 sono gli studenti Erasmus.
Strutture, sempre meno determinati, e dimensionate su una realtà demografica che non esiste più nell’Isola e che continuerà a restringersi, per effetto dello spopolamento e per l’evidente mancanza di appeal e attrattività, nonostante la quotidiana retorica.
I numeri che non mentono.
Il sistema di finanziamento ordinario degli atenei, come noto, dipende in misura rilevante dalle performance relative , numero di studenti, qualità della didattica e produzione scientifica: in sostanza, se un ateneo perde peso, perde soldi. E gli atenei sardi stanno perdendo peso.
La causa è strutturale (non congiunturale), nonché portatrice di una domanda irrinunciabile: chi saranno i potenziali studenti universitari dei prossimi anni? Guardando ai diciannovenni sardi e alla mancanza di appeal del sistema Sardegna, la risposta non può che essere semplice. Saranno pochi! Anzi, sempre di meno.
La Sardegna, giusto per ricordarlo, ha il tasso di natalità più basso d’Italia, che è già tra i più bassi d’Europa. A questo si sommano abbandono scolastico , fuga di cervelli, scarso appeal per l’Isola (il turismo estivo non conta in questo computo) e la presenza di una classe dirigente con evidenti problemi di visus.
Il bacino locale, dunque, non può che restringersi nei prossimi anni. Senza nessuna strategia di attrattività è infatti impensabile porre un freno a un simiile deficit strutturale tra le aule universitarie sarde del prossimo futuro.
La trappola del finanziamento competitivo colpisce chi non è attrattivo e capace.
Il prorettore alla ricerca dell’Università di Cagliari, Luciano Colombo, ha sollevato, però, una critica di sistema, domandando se abbia senso, per una collettività, avere un sistema di università pubbliche che, anziché essere alimentate in maniera sufficiente per assicurare un servizio pubblico, devono sottrarsi risorse l’una con l’altra. Una critica legittima al modello competitivo del Fondo di finanziamento ordinario ma che non risponde alla domanda di fondo: se gli studenti calano e i finanziamenti seguono, chi paga gli stipendi?
Con meno iscritti, meno entrate da tasse universitarie, meno peso nei parametri ministeriali, il rischio è che i due atenei sardi si trovino a sostenere strutture sovradimensionate con risorse sempre più scarse. In assenza di un aggiustamento (che si spera – visti i tempi di lacrime, sangue e incompetenza istituzionale – non passi da “mamma regione”) nei numeri, nelle funzioni, nell’organizzazione, la sostenibilità del sistema universitariio sardo rischia di restare un esercizio retorico.
L’attrattività (e il mea culpa) che manca.
Le soluzioni proposte al convegno ruotano tutte attorno a un concetto: attrarre. Studenti dal continente, dal Mediterraneo, dall’estero. Il progetto Sardegna ForMed, promosso dalla Fondazione con UNIMED, ha coinvolto in oltre dieci edizioni più di 400 studenti dal Maghreb. Lodevole ma non sono numeri che risolvono da soli il problema della mancanza di attrattività (non mediata da fondi UE) verso le università sarde.
La domanda scomoda che resta sospesa.
Nel dibattito di Sassari, tra analisi dei dati, confronti internazionali e modelli virtuosi , come quello della Fondazione basca Ikerbasque, citata come esempio di politica scientifica di lungo periodo , è mancata una voce capace di esternare l’ovvio: se la popolazione studentesca si riduce strutturalmente, prima o poi bisognerà ridiscutere anche la dimensione delle strutture e del personale.
Non è una proposta ideologica contro il pubblico o contro i lavoratori. È aritmetica. Un ateneo con il 20-30% di studenti in meno rispetto a dieci anni fa non può indefinitamente mantenere invariato l’organico senza che qualcosa ceda nella qualità dei servizi, nei conti, o in entrambi. La sostenibilità di cui si è parlato non può essere solo una questione di fonti di finanziamento aggiuntive: deve riguardare anche la razionalizzazione di quelle esistenti.
Il confronto con il modello basco è illuminante proprio su questo punto: Ikerbasque non ha semplicemente aggiunto risorse, ha ridisegnato le priorità, selezionato il talento, costruito una governance coerente con gli obiettivi. Un esercizio che presuppone la capacità, politica e istituzionale, di fare scelte difficili, non solo di auspicare scenari migliori.
“Non è obbligatorio rassegnarsi”, ha detto il numero uno della Fondazione di Sardegna, Giacomo Spissu chiudendo i lavori. È vero. Ma non rassegnarsi non significa ignorare i numeri. Significa affrontarli con lucidità, anche quando portano a conclusioni scomode. Serve una riflessione onesta su cosa sia sostenibile mantenere e a quale costo. Di retorica e potentati che vivono al di sopra delle proprie possibilità la Sardegna (quella che prova a guadagnarsi quotidianamente la propria sopravvivenza) può farne a meno.
foto Fondazione di Sardegna
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Gabriele Frongia
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