Saint-Vincent salotto dello Strega Tour: cinque finalisti su sei incontrano i lettori


Il viaggio itinerante del Premio Strega è tornato a Saint-Vincent. Ieri pomeriggio, venerdì 26 giugno, Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto si è trasformata nel salotto del prestigioso premio letterario italiano.

Lo Strega Tour ha portato a Saint-Vincent cinque finalisti su sei. Moderati dalla giornalista Melania Petriello, autori e autrici hanno raccontato, a turno, i loro romanzi: Michele Mari “I convitati di pietra” (Einaudi), Teresa Ciabatti “Donnaregina” (Mondadori), Alcide Pierantozzi “Lo sbilico” (Einaudi), Matteo Nucci “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli) ed Elena Rui “Vedove di Camus” (L’Orma). All’appello della sestina mancava Bianca Pitzorno “La sonnambula” (Bompiani).

Per conoscere il nome del vincitore bisognerà attendere l’8 luglio. In occasione degli ottant’anni del premio, promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, la proclamazione sarà al Campidoglio. Scelta che rende omaggio allo Strega e al suo profondo legame con la città di Roma.

Michele Mari con “I convitati di pietra”: no comment sul caso Murgia.

Già vincitore della tredicesima edizione del Premio Strega Giovani, Michele Mari guida la classifica provvisoria con 280 voti. Di lui si è parlato nei giorni scorsi per le presunte dichiarazioni controverse su Michela Murgia. Fatti su cui Mari preferisce non soffermarsi. L’autore si concentra unicamente sul suo romanzo: “I convitati di pietra”.

Trenta compagni di classe che, superato l’esame di maturità, siglano un patto che li vincolerà fino all’ultimo giorno. Un romanzo dallo stile libero e indiretto. Quasi senza dialoghi.

“Mi sono mosso avanti e indietro (nel tempo, ndr) a spese di compagni virtuali che ho inventato” racconta Mari. L’autore si definisce “uno scienziato pazzo” sorpreso dalla sua invenzione “perché i sopravvissuti, proprio per il fatto di essere rimasti sulla pagina tanto tempo, alla fine acquisiscono lo status di persone”.

Teresa Ciabatti con “Donnaregina”: “la storia più piccola prende il sopravvento” sulle vicende della criminalità organizzata.

Teresa Ciabatti, in “Donnaregina”, incrocia storie della criminalità organizzata con la vita di una scrittrice alla quale viene affidato il compito di intervistare un boss. Per la protagonista “il boss diventa un’occasione per guardare altrove”. “Ha il ruolo di farle aprire gli occhi”. Tant’è che, a metà romanzo, la donna riconosce il malessere della figlia, ragazzina di tredici anni. “Da qui la storia precipita”. Da qui “la storia più piccola prende il sopravvento”. E intanto, anche il boss soffre. È un pentito, ha settantasette anni e “quasi più nessuno si ricorda di lui”. “La sua vera sofferenza è che nessuno lo vuole più uccidere” conclude l’autrice.

Alcide Pierantozzi con “Lo sbilico”: “per il mio medico sarò sempre un matto”.

Alcide Pierantozzi vive invece nello “sbilico” delle cose. Nelle pagine del suo romanzo, l’autore narra la sua malattia mentale. “Quando ho cominciato a scrivere il libro ero molto arrabbiato per la terapia che stavo facendo e per i suoi effetti collaterali”. Tra le pagine Pierantozzi racconta, fra gli altri, i problemi legati al sonno, al cibo e alle disfunzioni sessuali. La sua penna nasconde una “rabbia verso tutto ciò che non mi è stato spiegato della mia medicalizzazione”. “Posso anche essere finalista del Premio Strega, ma per il mio medico sarò sempre un matto” confessa l’autore.

Matteo Nucci con “Platone. Una storia d’amore”: i grandi del passato e le loro invidie.

Con Matteo Nucci il filosofo greco Platone diventa una persona viva, un vicino di casa, un compagno di banco. Il romanzo ripercorre la vita del filosofo e, tra le pagine del libro, personaggi lontani nel tempo e nello spazio acquisiscono vicinanza.

“Siamo abituati al fatto che i grandi del passato siano perfetti, moralmente giusti. Sono stati esseri umani” dice l’autore. Parlando poi dei seguaci di Socrate, aggiunge “non è che andassero d’amore e d’accordo”. Non mancavano rivalità e invidie. L’esempio è quello di Antistene, che di Platone fu piuttosto invidioso. Per sbeffeggiarlo compose uno scritto che prendeva di mira le teorie contenute nel Fedone.

“Che uomo è stato Platone?”. Per raccontarlo, Matteo Nucci attinge dal bagaglio dei suoi viaggi in Grecia dove “oggi non c’è più quella freschezza dei Greci eternamente giovani, ma le grandi cose sono tutte ancora lì”.

Elena Rui con “Vedove di Camus”: quattro biografie femminili.

Nel suo romanzo Elena Rui si concentra sulle vite e sulle voci delle vedove di Albert Camus, Premio Nobel per la letteratura. Quattro figure femminili: Francine Faure, moglie, Catherine Sellers, attrice, Mette Ivers, pittrice, e Maria Casarès, interprete del teatro francese.

“Ciò che viviamo ogni giorno nelle esperienze sentimentali finisce in ciò che scriviamo” sostiene Elena Rui. E così, di Camus “si capisce che si era ispirato alle frustrazioni nel suo rapporto coniugale”. Mentre la giovane pittrice “Mette Ivers gli stava dando una certa vitalità” e il rapporto con Maria Casarès alimentava la sua ispirazione artistica.




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 Alice Dufour

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