In Sardegna, Albania e Bretagna, la resistenza civile si mobilita contro i mega-resort extra-lusso. Tra fondi offshore schermati e speculazioni ambientali in paradisi protetti, la dinamica si ripete: la finanza d’élite calpesta i territori con il benestare della politica. Le comunità locali ora scendono in piazza per difendere l’identità pubblica.
Cosa unisce la Sardegna, l’Albania e la Bretagna? A chiunque lo si chieda risponderà sicuramente così: il turismo. Risposta ovvia, ma non stavolta. O meglio, il turismo è l’elemento che muove i fili, ma cambiano gli scenari. In questi tre capolavori naturalistici gli abitanti hanno scelto di ribellarsi alla costruzione di resort extra-lusso. I motivi sono disparati e legittimi: privatizzazione di aree naturali, vincoli ambientali, danneggiamento di paradisi naturali incontaminati e cambiamenti di legge improvvisi. Questo perché nell’ultimo periodo cordate importanti hanno deciso di mettere le mani e tanto capitale su queste zone. Capitali che fanno gola molto spesso alle amministrazioni locali, che accettano le offerte per un ritorno economico certo, anche se poi i benefici economici reali ricadono solamente su poche persone. Dalla Sardegna, all’Albania, andando più su in Bretagna però i cittadini hanno deciso di non accettare con rassegnazione questi cambiamenti urbanistici e, anzi, combattono.
Il Tavolara Bay
Partiamo dal caso di casa nostra, il mega-progetto Tavolara Bay in Sardegna. La meta scelta è Cala Finanza, uno spiazzo di sabbia bianchissima nel comune di Loiri Porto San Paolo posizionato davanti all’isola di Tavolara, che il colosso brasiliano JHSF vuole trasformare in un resort extra-lusso da 200 milioni di euro. Prevista la costruzione di un albergo a 5 stelle, 26 ville esclusive, strutture ricettive e un campo da golf a 18 buche su un terreno complessivo di 120 ettari. Questo esempio rappresenta alla perfezione lo scontro totale tra la finanza d’élite e la tutela paesaggistica. Tavolara rappresenta uno dei fiori all’occhiello della Sardegna; piena zeppa di leggende e sede di una base NATO in cui soggiorna la Marina Militare, è una meta turistica gettonatissima dai turisti durante la stagione estiva.
La cordata, guidata sul campo dall’imprenditore sardo Alberto Biancu, è composta per il 44% dalla già citata JHSF di José Auriemo Neto, per il 43% dalla holding lussemburghese CSFG Re Europe e per il restante 13% da investitori italiani, tra cui Ezio Simonelli, presidente della Lega Serie A di calcio e storico commercialista di Silvio Berlusconi. Dietro la CSFG Re Europe invece si nascondono tanti finanziatori schermati dietro trust e società dislocate in Delaware, Bahamas, Isole Vergini e Malta. Tutti paradisi fiscali ben noti.
Il nodo sussidi governativi pubblici
A trasformare la vicenda in un caso nazionale è stata la scoperta di una clausola contrattuale, che ha surriscaldato gli animi di tutti: questi miliardari stranieri hanno scelto di investire a Cala Finanza grazie all’ottenimento di massicci contributi e sussidi governativi pubblici italiani. Uno scenario che non ha lasciato indifferente il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che, al Corriere della Sera, ha dichiarato che prima di vedere fondi pubblici versati a società offshore, “dovranno passare sul mio corpo”. E continua: “Il mega progetto ha l’ambizione di avere qualche forma di contribuzione pubblica: al momento non c’è nulla, è tutto fermo. Tendo a escludere che lo Stato possa contribuire con sussidi o contributi a società che in modo diretto o indiretto hanno sede o beneficiari in paradisi fiscali”.
La Zona Economica Speciale
Ma come si è arrivati a questo? Sfruttando il buco presente nella ZES del Mezzogiorno. La Zona Economica Speciale, di cui tutte le regioni del Sud e delle Isole fanno parte, è un’area geografica in cui le imprese beneficiano di importanti agevolazioni fiscali e semplificazioni burocratiche e amministrative. Nel Sud Italia, da gennaio 2024, il governo Meloni ha deliberato che le vecchie otto zone locali sono state accorpate nella ZES Unica del Mezzogiorno, con una struttura di governance centralizzata a Roma. Questo accentramento di poteri permette a un’unica cabina di regia governativa di rilasciare autorizzazioni uniche per i grandi progetti industriali e turistici e riduce drasticamente i tempi di attesa. C’è un però, perché di fatto scavalca o depotenzia i veti e i controlli urbanistici dei singoli Comuni e delle Regioni coinvolte. Il Consiglio dei ministri lo scorso 4 giugno ha confermato e dato il via libera all’iter, ma va a creare un precedente scomodo: in futuro potrebbe esserci un depotenziamento della sovranità delle coste sarde in favore di investitori, perlopiù stranieri, che dal loro canto vogliono incrementare il turismo in una regione in cui da maggio a ottobre si fanno affari d’oro.
Per il Tavolara Bay i costruttori, quindi, sono riusciti a ottenere il via libera direttamente da Roma e hanno potuto aggirare i dinieghi tecnici locali. L’accusa è di aver utilizzato questa semplificazione della ZES come scusa per demolire l’inedificabilità assoluta delle coste sarde, come dimostrato dalle parole della presidente di Regione Alessandra Todde: “Le leggi della Sardegna non si possono aggirare. Difenderemo fino in fondo le prerogative della nostra autonomia. La Sardegna non è contraria agli investimenti e non chiude la porta alle opportunità di crescita. Chiediamo però – ha concluso Todde – che ogni intervento avvenga nel rispetto delle regole e delle competenze riconosciute alla nostra Regione”. Sul piede di guerra, oltre all’esecutivo sardo, ci sono anche le associazioni ambientaliste come il WWF o il Gruppo d’intervento giuridico, che promettono battaglia. Ai posteri l’ardua sentenza.
La questione albanese
Spostandoci di qualche centinaio di chilometri a Est, in Albania la tensione è ancora più alta. Proteste ambientali sfociate in una crisi geopolitica nazionale a tutto tondo. Il motivo? L’isola di Sazan, ex base militare della Guerra Fredda all’ingresso della baia di Valona, che si estende su 5,7 chilometri quadrati (più o meno le stesse dimensioni dell’isola di Tavolara), con 3600 bunker ereditati dal regime di Enver Hoxha e 16 chilometri di tunnel.
Il primo ministro albanese Edi Rama vuole trasformarla in un gigantesco resort dal valore di 1,4 miliardi di euro. Una cifra enorme, con la Affinity Partners che guiderebbe l’investimento. E qui c’è il bello, perché si tratta della società di Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump. I cittadini albanesi però non ci stanno, viste le concessioni giudicate opache, e hanno dato il via alla cosiddetta “Rivoluzione dei fenicotteri”, ribattezzata così dalla stampa locale a causa dell’avifauna minacciata. Proteste nelle piazze della capitale Tirana e a Valona che hanno unito migliaia di persone e che ha generato un unico coro: le dimissioni di Rama. Anche qui l’accusa è pesantissima, perché il premier è stato incolpato di voler svendere un asset militare strategico per la NATO proprio nel momento in cui l’Albania sta cercando di negoziare l’ingresso nell’Unione europea. Rama ha affidato la sua risposta al Financial Times, con un secco “Andate a f…”.
I motivi delle proteste
Gli attivisti e i cittadini locali rifiutano la costruzione del resort fondamentalmente per cinque motivi: il disastro ecologico, perché distruggerebbe la laguna di Vjosa-Narta, riserva protetta di fondamentale importanza per la migrazione di oltre 200 specie di uccelli; la svendita della sovranità, con la cessione di una base NATO a privati stranieri; opacità, perché le concessioni assegnate senza gare d’appalto al genero di Trump hanno sollevato qualche dubbio e accuse di corruzione; la modifica delle leggi ambientali, poiché per permettere la costruzione, l’esecutivo ha modificato apposta la legge sulle aree protette; ultimo ma non meno importante, il turismo d’élite, con i guadagni che andrebbero solo a oligarchi e investitori offshore. Stessa situazione della Sardegna.
A Saint-Malo dopo 10 anni partono i lavori
In Bretagna invece gli abitanti si sono dovuti arrendere dopo una battaglia legale durata oltre dieci anni. A Saint-Malo, perla del Nord-Ovest francese e meta turistica molto in voga, il Groupe Raulic Investissements è riuscito ad avviare i cantieri per un complesso alberghiero di lusso da circa 50 milioni di euro, esteso su 15mila metri quadrati. L’opera tanto criticata comprende una struttura diffusa con un hotel a 5 stelle con 91 camere, uno a 4 stelle con 61 camere, 25 appartamenti turistici e un centro di talassoterapia su tre livelli scavato nella scogliera sopra la spiaggia del Minihic.
La scelta della politica locale
Per fare spazio alla struttura, la politica locale ha chiuso nel 2015 lo storico campeggio municipale per vendere il terreno alla cifra di 7,6 milioni di euro. Nonostante 10 anni di ricorsi e le oltre 600 osservazioni della cittadinanza contraria a privatizzare un panorama pubblico violando le leggi sul litorale, la decisione della Corte d’Appello amministrativa di Nantes ha sbloccato definitivamente la vendita, lasciando la popolazione nello sconforto.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonio Contu
Source link


