Cavalieri… in cavalleria. Se Elon Musk, Bill Gates o Steve Jobs fossero stati cittadini italiani, sarebbero mai potuti diventare Cavalieri del Lavoro? La risposta è no. E per una semplice ragione: la legge non lo avrebbe consentito.
I Cavalieri del Lavoro, la più prestigiosa onorificenza della Repubblica dedicata all’imprenditoria, furono istituiti con decreto regio nel 1901 da Vittorio Emanuele III. Da allora la normativa ha subito solo lievi ritocchi, l’ultima volta quarant’anni fa, senza tuttavia mai adeguarsi ai profondi cambiamenti della società.
Ancora oggi, per ottenere l’onorificenza, occorrono almeno vent’anni di attività imprenditoriale continuativa. Una sorta di stagionatura del talento, come il Parmigiano Reggiano o il Brunello. Solo che il mondo non aspetta i tempi della burocrazia. E di Leonardo Del Vecchio, Giovanni Agnelli (quelli doc) o Michele Ferrero non ne nascono più.
Oggi ci sono aziende nate in un garage davanti a un monitor, che nel giro di pochi anni sono arrivate a conquistare mercati globali. Le rivoluzioni tecnologiche si consumano nell’arco di un decennio, a volte anche meno. I protagonisti della nuova economia diventano leader mondiali prima dei quarant’anni, spesso prima dei trenta. Ed è qui il paradosso italiano: il rischio non è premiare i talenti sbagliati, ma accorgersi di quelli giusti quando hanno già cambiato il mondo e si apprestano alla pensione.
La legge prevede che ogni anno possano essere nominati fino a venticinque Cavalieri del Lavoro. Fino a venticinque, non necessariamente venticinque. Eppure sembra esistere un obbligo non scritto a riempire comunque la lista, con alcune fissazioni che talvolta cozzano con la qualità dei candidati. Nella categoria dell’artigianato, a volte, si lavora persino di fantasia.
E poi c’è l’inevitabile – e sacrosanta – quota rosa, particolarmente cara al segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti, silenzioso quanto efficacissimo Mazzarino delle candidature. Ma se in un determinato anno non esistessero venticinque imprenditori straordinari, perché non nominarne di meno per preservare il prestigio dell’onorificenza? La verità, forse, è più prosaica: i conti devono tornare.
Per mantenere la macchina organizzativa della Federazione e finanziare convegni, workshop, borse di studio e altre amenità, ogni anno servono, come al Grande Fratello, venticinque new entry paganti. Una sorta di quota associativa d’élite: circa cinquantamila euro d’ingresso – rateizzabili, quasi un finanziamento Ikea – cui si aggiungono quote annuali e contributi territoriali. Più che un’onorificenza, sembra un abbonamento premium. Con la differenza che Netflix, almeno, ogni tanto cambia il catalogo.
Tra le varie curiosità, una sfiora il grottesco: nelle grandi dinastie industriali, tra nonno, padre e figlio, per diventare Cavalieri del Lavoro occorre un periodo di “messa in prova” di dieci anni. Sono pochissime le famiglie che possono vantare tre generazioni di nominati; i Ponzellini sono tra queste. Mancano i grandi imprenditori o non li sappiamo più riconoscere?
L’Italia, peraltro, continua a produrre eccellenze: nelle università, nei laboratori, nelle startup e nelle aziende familiari che diventano multinazionali senza fare rumore. Le produce spesso anche all’estero, lontano dai riflettori nazionali e dai soliti giri.
E qui si apre il tema decisivo: chi segnala i candidati ? Ne vengono selezionati ogni anno circa trecento, giovani , si fa per dire, e forti, dopo una trafila burocratica cervellotica, che parte dal territorio, passa per le prefetture e arriva al Mimit, dove una prima tagliola li riduce a quaranta. Da lì si approda al Quirinale e, come nella “Ghigliottina” del programma cult “L’Eredità”, il numero scende a venticinque insigniti. Con tanto di drammi familiari e relazionali sullo sfondo.
Il mistero è capire chi, per il Cavaliere del Lavoro distintosi all’estero, ad esempio, intercetti gli italiani alla guida di aziende globali a Londra, New York, Singapore o Dubai. Le ambasciate? La rete diplomatica? O il solito amico dell’amico?
In un mondo che cambia così rapidamente, non vengono neppure presi in considerazione quei grandi manager italiani che, attraverso holding industriali o fondi d’investimento, hanno creato migliaia di posti di lavoro e controllano decine di aziende con fatturati stellari.
E, in un Paese in cui talvolta l’imprenditore viene guardato con più sospetto che ammirazione, restano fuori anche imprenditori che hanno avuto vicende giudiziarie poi concluse positivamente, come quelle che colpirono negli anni Ottanta alcune delle nostre industrie farmaceutiche, considerate tra le migliori d’Europa. In un’Italia che è spesso un labirinto giudiziario, tra patteggiamenti, assoluzioni e annullamenti, sembra che per i Cavalieri del Lavoro valga ancora il principio della moglie di Cesare: non basta essere innocenti, bisogna anche apparirlo e non avere graffi sul web.
La storia della Federazione dei Cavalieri del Lavoro è stata segnata da personalità di grande spessore. Tra tutti spicca Enrico Pozzani, protagonista della ricostruzione economica italiana, sotto la cui guida la Federazione divenne uno dei luoghi più autorevoli del dialogo tra industria e istituzioni. Fu proprio con Pozzani che lavorò un giovanissimo Gianni Letta, prima all’Ufficio Stampa e poi all’Ufficio Studi, costruendo quella rete di relazioni e quella conoscenza dei palazzi che ne fanno uno dei più raffinati interpreti della vita pubblica italiana.
Da ricordare anche Furio Cicogna, Alfredo Diana e, più recentemente, Antonio D’Amato, che ha portato più di tutti una visione più internazionale e competitiva. A parte loro, si sono succedute presidenze educate e perbene, ma sostanzialmente ininfluenti, al punto che, nelle grandi consultazioni durante le crisi di governo, i Cavalieri del Lavoro, semplicemente, non sono pervenuti.
L’attuale presidente, Ugo Salerno, tra associazioni, advisory board e comitati vari, sembra recitare lo stesso discorso a ripetizione, con effetti talvolta bizzarri. Del resto, l’azienda che rappresenta, Rina, è una realtà rispettabile, ma non si può certo definirla un campione dell’imprenditorialità industriale.
Indimenticabile resta la sfuriata, molti anni fa, di un grande imprenditore come Emilio Riva in un’assemblea di Confindustria: «Nelle prime file siedono tutti i nemici dell’impresa – magistrati, sindacalisti, politici e burocrati – mentre i Cavalieri del Lavoro sono parcheggiati dalla decima fila in poi».
Ed è un peccato. Perché questa associazione potrebbe essere una formidabile riserva di competenze al servizio delle istituzioni e una vera sponda per la politica industriale del Paese, mentre oggi il titolo di Cavaliere è diventato quasi un premio alla carriera.
La domanda, allora, è inevitabile: il Cavalierato del Lavoro vuole continuare a celebrare il merito del Novecento o imparare a riconoscere quello del XXI secolo? Pratica da rinviare alla prossima legislatura. E, conoscendo i tempi, forse anche a quella dopo.
Luigi Bisignani per Il Tempo, 28 giugno 2026
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