Il 1° luglio, nel seminario di Écône, la Fraternità San Pio X consacrerà quattro nuovi vescovi senza il consenso di Roma: un atto che fa scattare automaticamente la scomunica latae sententiae e ufficializza la rottura con la Chiesa cattolica, a quasi quarant’anni dal primo scisma del 1988. Ma dietro il dato canonico, spiega in questa intervista il teologo laico Andrea Grillo, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, si nasconde una questione più profonda: il rifiuto del Concilio Vaticano II e un’idea “imbalsamata” della tradizione. Una tradizione che — secondo Grillo — il tradizionalismo, nato come categoria ottocentesca, non custodisce affatto, ma finisce per tradire.
1. Oltre il dato giuridico.
Professore, il 1° luglio a Écône scatterà la scomunica latae sententiae nel momento stesso della consacrazione dei quattro vescovi. Lei, in un suo scritto, però avverte che fermarsi alla “ordinazione contra legem” significa leggere la vicenda con categorie troppo semplici. Qual è il vero nodo — culturale e teologico — che il solo dato canonico rischia di nascondere?
La questione diventa grave dal punto di vista dell’ordinamento giuridico perché lo “scisma” è un delitto che implica la mancanza di sottomissione al Pontefice romano. È interessante che questo delitto sia accompagnato da una dichiarazione di sottomissione! In realtà la FSSPX, ordinando 4 vescovi senza l’accordo di Roma, entra inevitabilmente in conflitto sul piano giuridico con Roma. Se però ci si chiede perché Roma non sia d’accordo, allora si comprende che la vera questione non è giuridica, ma dottrinale. Anche la liturgia, da questo punto di vista, è solo uno schermo, anche se molto significativo. I lefebvriani non accettano la liturgia viva e preferiscono chiudersi nel passato liturgico. Anche questo è mancanza di comunione con la Chiesa di Roma.
2. Il paradosso del “tradizionalismo”.
Lei sostiene, in un articolo, una tesi che spiazza il senso comune: il “tradizionalismo” non è un rafforzativo della tradizione, ma un modo di negarla; è una categoria ottocentesca, tardo-moderna, che lo stesso Concilio Vaticano I giudicò con severità. Ci spieghi questo cortocircuito — e che cosa intende quando, citando Blondel, dice che a un chiodo dipinto si può appendere soltanto una catena dipinta?
Lei dice bene. Tradizionalismo è un termine che è nato non per rafforzare, ma per negare la tradizione. La bella immagine di Blondel fotografa molto bene il limite di una comprensione statica e meramente formale della tradizione. La tradizione vive di un rapporto costitutivo tra passato, presente e futuro. Potremmo dire che tradizione è “la possibilità della novità”. Il tradizionalismo chiude la tradizione nel passato e così la perde.
3. La posta in gioco: fede e ragione.
Al cuore della sua diagnosi c’è la “totale sfiducia nella ragione”. Perché un rapporto con la tradizione affidato soltanto all’autorità, che sospende ogni evidenza della storia, finisce per tradire la fede invece di custodirla?
La fede vive di un equilibrio delicato tra autorità ed evidenza. Se si pensa di ridurre la tradizione ad obbedienza, si cade in un errore irrimediabile, perché si nega il principio che permette di riconoscere la ispirazione nel Vangelo e nella esperienza umana. Se non si tiene insieme la prima con la seconda si cade in una visione rigida e senza cuore, che tradisce la tradizione. Il tradizionalismo è nato proprio come una semplificazione che snatura la tradizione e così la tradisce.
4. L’eredità del Concilio.
Il vero oggetto del contendere resta il Vaticano II: l’ecumenismo, la libertà di coscienza, il ruolo dei laici, la lingua viva nella liturgia. Perché, dal suo punto di vista, il Concilio non è un capitolo “opzionale” della fede cattolica, ma parte integrante della tradizione viva della Chiesa?
Perché ha risposto ai segni dei tempi di allora e ci permette di rispondere anche ai nuovi segni dei tempi. Chiudere la Chiesa nelle evidenze ottocentesche, che diffidano di protestanti e ortodossi, che condannano la libertà di coscienza come peccato, che pensano la Chiesa come una “società ineguale” o che pensano che si possa celebrare solo in lingua latina, significa restare indietro rispetto alla storia e alla coscienza. Il Vaticano II non è cedimento al male, ma riconoscimento del bene.
5. La tradizione come sviluppo vivente.
Lei scrive che la fedeltà alla tradizione si ottiene solo in una rigorosa acquisizione del suo processo di evoluzione, che media tra dogma e storia; altrimenti — usa lei l’immagine — si riduce la tradizione a un uccello imbalsamato, a un museo di evidenze ottocentesche. Qual è la differenza tra custodire la tradizione e congelarla?
Una bella immagine viene attribuita a papa Giovanni XXIII, quando si dice abbia definito la tradizione come giardino e non come museo. È evidente che per alcuni una tradizione cristiana messa nel museo possa sembrare perfetta nella sua prevedibilità controllabile. Un giardino, invece, è sempre a rischio, di troppo caldo, troppo freddo, troppa acqua o poca acqua. Ma solo il giardino è vivo, mentre il museo è morto. Per custodire davvero non basta chiudere le cose e le parole in una teca, come in un museo; bisogna invece seminare, irrigare, concimare, raccogliere, distribuire, come si fa per un giardino.
6. La strada davanti.
Leone XIV ha indicato con chiarezza la via — “se fanno quella scelta, mi dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti” — mentre a Écône lo scisma viene rivendicato e perfino festeggiato, con la Cuvée episcopale e i biglietti come per un concerto. Lei vede però uno spiraglio: che da un male oggettivo possa nascere “un certo bene comune” per chi resta nella comunione. Quale, e a quali condizioni?
Una Chiesa che “deve andare avanti” è una evidenza secolare, che i lefebvriani hanno preteso di negare. Stare fermi, quasi mummificarsi è diventato per loro una questione di identità. Lo scisma del 1988 si ripete nel 2026. Che cosa insegna tutto questo? Il male che si ripete quasi 40 anni dopo mostra che il riferimento alla “liturgia immutabile” è un inganno. Il bene che potrà venire a coloro che restano in comunione con Roma è la fine della illusione che si possa stare in comunione con Roma utilizzando il rito vecchio, che Roma ha voluto riformare. Una speranza viene proprio dalla evidenza, che diventa un fatto, per cui le diverse sensibilità ecclesiali possono esprimersi nell’unico rito comune, che è ospitale e accogliente. L’uso del rito vecchio, alternativo alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, porta allo scisma, come dal 1° luglio sarà a tutti evidente. Andare avanti non significa rinunciare alla propria identità, ma assumerla nella comunione di una Chiesa più accogliente, più misericordiosa e plurale, costituita da uomini e donne di 5 continenti e in dialogo con le altre confessioni e con le altre religioni. Chi resiste a questo, dal 1° luglio cadrà ufficialmente fuori dalla comunione cattolica.
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