C’è bisogno di tempo ed essendo il tempo della produzione incomprimibile, data la scarsa produttività e lo squilibrio di forza tra lavoratori e datori di lavoro, ridurre il tempo del sonno è l’unico modo per aumentare il tempo destinato al consumo
Fabrizio Tesseri
Sono almeno quindici giorni che non si dorme per il caldo. Le chiamano “notti tropicali”, con un’enfasi che stavolta sembra più che giustificata, anche se sono convinto che la comunicazione enfatica abbia un ruolo, controintuitivo, nella generale sottovalutazione del riscaldamento globale.
Ogni estate c’è Caronte che ci rosola, poi ci sono la “goccia fredda” e il Burian, la “bomba d’acqua”, il “Medicane”, le “specie aliene”, titoli a tutta pagina, servizi ai tg, le app e i siti meteo che dell’enfasi fanno business, video di fenomeni estremi postati sui social e rilanciati ovunque.
Insomma, se fosse vera la teoria complottista per cui tutto il cinema di fantascienza è in realtà parte di una grande operazione culturale e psicologica per preparare l’umanità all’arrivo degli alieni, si potrebbe allo stesso modo dire che la comunicazione enfatica sul clima ha lo scopo di abituarci alla catastrofe, tanto da non pretendere decisioni immediate e azioni collettive inderogabili.
Però, non voglio parlare del caldo, del fatto che esci di casa e sembra di aprire lo sportello del forno ventilato, del fatto che ti tuffi in mare per rinfrescarti e mentre un granchio blu ti pinza l’alluce, una spigola bollita galleggia in acqua già condita con olio e sale.
Voglio parlare del sonno.
Io me lo ricordo quando dormivo. Intendo dire, quando dormivo almeno 8 ore a notte. Perché dopo, l’organizzazione della vita e del tempo ha portato me come tantissimi, a ridurre costantemente la parte delle 24 ore dedicate al riposo. Non tanto perché si lavori più a lungo quanto perché si è sottratto tempo al sonno, al non fare nulla, a favore del consumo. Di vari tipi di consumo.
Per esempio, fino a qualche anno fa la prima serata in tv iniziava alle 20,30 più o meno. Ricordo che da ragazzo il lunedì sera la musica degli Stadio e la voce di Lucio Dalla introduceva il film poco dopo la sigla finale del Tg1 e ricordo che vedere Quelli della notte con mio fratello e mia sorella più grandi era prima di tutto tirare tardi, mentre mamma e papà già dormivano.
Vabbè, papà dormiva, mamma leggeva il Messaggero sul tavolo della cucina dopo aver sistemato tutto.
Poi, piano piano, i tempi si sono dilatati sempre di più. Prima è stata la volta dei brevi spazi di approfondimento giornalistico, che quando li faceva Enzo Biagi era un conto, mentre oggi sono essenzialmente 5 minuti di rumore bianco tra la cena e il caricare la lavastoviglie.
Poi sono arrivati i giochi a premi, più o meno stupidi, che tirano lungo fino a dopo le 21 e 30 e così, se per caso vuoi vedere un film di un paio d’ore, tra una pausa pubblicitaria e l’altra, arrivi almeno a mezzanotte. Ecco, la pubblicità che, come una mucillagine, ha conquistato il 70 per cento del prime time, a occhio e croce.
Il tg delle 20 su La7 ha un’anteprima che inizia pochi minuti prima delle 20. Introdotto, ovviamente, dalla pubblicità e poi, dopo una sorta di sommario spesso già esaustivo degli eventi di giornata, altra pubblicità e il tg vero e proprio che inizia a volte cinque minuti dopo le 20, per finire qualche minuto prima delle 20,30 ma per finta, per lasciare di nuovo spazio alla pubblicità e tornare in studio per il “buonasera e a domani” e vai con altra pubblicità.
È più o meno lo stesso su ogni canale, per qualsiasi programma. Anche i varietà, se si chiamano ancora così, e i talk show che hanno questi blocchi pubblicitari prima e dopo la faccia del conduttore che fa da spartitraffico tra la pubblicità prima e quella dopo. E poi c’è tutta la pubblicità durante.
Nel frattempo, noi spippoliamo sui telefonini, sui tablet, consumiamo finte relazioni sociali, voyeurismo commerciale, ogni tanto compriamo qualcosa online e poi iniziamo a vagare tra tutte le piattaforme di streaming a pagamento che abbiamo, con l’abbonamento agganciato alla carta di credito e nemmeno ci ricordiamo più quanto paghiamo al mese per non vedere quasi nulla.
È tutto tempo passato a consumare, passivamente per lo più, senza nemmeno rendercene conto, tutto tempo sottratto al sonno.
Ovviamente, per i ragazzi la questione tv non si pone nemmeno, al limite beneficiano dello streaming pagato da noi, molto più spesso sono sui social da bravi consumatori digitali.
Intendiamoci, non rifiuto la tecnologia e la modernità. È bello poter comprare i filtri per la caraffa dell’acqua alle dieci di sera, seduti sul divano, e subito dopo prenotare un volo e un hotel, il ristorante per sabato sera, leggere gli articoli su Appunti rimasti indietro, sfogliare il quotidiano di domani in anteprima. Passiamo il tempo. Lo consumiamo, per meglio dire. Ci sembra di rilassarci e invece compiamo atti di consumo, consapevoli o meno.
E siccome 8 o 9 ore al giorno, mediamente, lavoriamo; siccome, sempre mediamente, per andare e tornare dal lavoro impieghiamo più di un’ora e mezza al giorno, mettiamo che siamo volenterosi e un’ora di palestra 2 o 3 volte la settimana riusciamo a farla, e ovviamente la spesa, i bambini da prendere o portare da qualche parte. Insomma, tendenzialmente, abbiamo occupazioni per un altro paio di ore a cui dobbiamo aggiungere la pausa pranzo e la cena per altri 90 minuti in totale e così di tempo ne resta veramente poco.
Ora, gli esempi e il conteggio dei tempi sono del tutto arbitrari e approssimativi, anche se potete googlare o usare un qualsiasi chatbot AI per trovare statistiche ufficiali in merito.
Quello che è certo, però, è che tolto il tempo trascorso a produrre, gran parte del resto lo passiamo a consumare, in un modo o nell’altro, e per aumentare i consumi, visto che di aumentare i salari non se ne parla, almeno in questo Paese, ci pensa il credito al consumo, il buy now pay later sotto varie forme ad aumentare surrettiziamente la capacità di spesa.
Ma non basta, c’è bisogno di tempo ed essendo il tempo della produzione incomprimibile, data la scarsa produttività e lo squilibrio di forza tra lavoratori e datori di lavoro, ridurre il tempo del sonno è l’unico modo per aumentare il tempo destinato al consumo.
Chiaro, sembra una nostra scelta ma non lo è. È il consumismo, bellezza!
Produci. Consuma. Crepa. Cantavano i CCCP.
Ecco, non avendo nessuna voglia di crepare e in mancanza di altre rivoluzioni praticabili, negli ultimi mesi mi sono dedicato al sonno e sono riuscito a ricominciare a dormire 7 o 8 ore per notte.
Un atto di pura volontà. Di riappropriazione di pezzi di tempo.
Appena arrivo a casa, il tempo di cambiarmi e lavarmi e mi metto a cucinare qualcosa per cena, sempre. Spesso, quando irrompe Mentana in piedi davanti al tavolo del suo tg, con la sua cravatta verde, ho già finito di mangiare.
Faccio una telefonata a mia madre per sentire com’è andata la sua giornata da novantenne piena di dolori e la trovo che sta iniziando a cenare quando io sono già sul divano che inizio la digestione.
A meno di casi eccezionali, non mi lascio catturare da talk o robe del genere, limito il tempo della ricerca di cose da vedere sulle piattaforme e se per le 21 non ho già iniziato qualcosa, mollo la tv e passo a un libro o a leggere qualche articolo interessante su Substack.
In ogni caso, alle 22,30 cerco di essere a letto e dormire e, cosa incredibile fino a poco tempo fa, dormo fino alla sveglia delle 7.
Sono un privilegiato, lo so, anche solo perché non mi devo alzare prima dell’alba per andare a iniziare il turno in fabbrica o perché non devo accompagnare mia figlia a scuola.
Però, mi sembra che questa piccola ribellione al consumo del mio tempo e di me, anche se non cambia il Mondo, mi fa dormire di più e meglio e mi sembra un piccolo, individuale, atto di resistenza rivoluzionaria.
Dormire tutti, dormire meglio.
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