Mario Lazzati: Metti la nona



Nasce Trame, il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere. Mario Lazzati – Parte 3 (qui la parte 1qui la parte 2)



«Bianchi, metti la nona». Mariano Lazzati ride mentre lo dice. La frase gli torna fuori così, intera, dopo più di sessant’anni. Sembra ancora di sentirli, quei ragazzi sul tram. La parte posteriore della carrozza era coperta ma aperta. L’aria entrava. E loro stavano lì, dietro, a guardare, parlare, prendersi in giro, andare a scuola.

Davanti c’era il conducente. «Uno me lo ricordo», dice Mariano. «Stuzzicadenti in bocca. Si chiamava Bianchi». Non dice “il conducente”. Dice Bianchi. E questa, forse, è già metà della storia. Perché quando un territorio lo attraversi soltanto, vedi funzioni. Il conducente. Il medico. Il farmacista. Il professore. Il vicino. Il barista. L’autista. Il volontario. Quando invece lo abiti davvero, quelle funzioni diventano nomi. E i nomi diventano storie.


Bianchi non era “quello del tram”. Era Bianchi. Quello a cui i ragazzi gridavano: «Metti la nona». Poi Mariano spiega. Il tram era elettrico. C’era un reostato, una specie di comando che si girava. La nona era il massimo. La potenza.

E allora quella frase resta sospesa come una piccola poesia tecnica e popolare. Dentro ci sono una città, un ragazzo, una salita, un mezzo pubblico, un conducente con lo stuzzicadenti, una banda di studenti, un’energia allegra che resiste al tempo.

Il primo anno delle medie, Mariano andava a scuola in tram. Lo dice quasi come una cosa normale. E allora lo era. Ma oggi, a sentirla, quella frase apre una Varese diversa. Una Varese con le rotaie, le fermate, le salite, i collegamenti, le funicolari, le scuole che non erano ancora dove sono adesso, i ragazzi che imparavano la città andando a lezione.


Nel secondo episodio di TRAME eravamo rimasti nella casa di Sant’Ambrogio. Adesso da quella casa usciamo. Usciamo con Mariano ragazzo e saliamo sul tram. Gli chiedo da dove passasse, com’era fatta quella Varese. Parte da una frase più larga: «Un giorno che tu avessi voglia di vedere, di capire cosa c’era… com’era fatta Varese e dintorni. C’era una rete tranviaria». C’era una rete.

Bisogna fermarsi su questa parola. Rete. Arrivavi da Milano alla Nord. Prendevi il tram. Salivi verso la Prima Cappella. Poi c’erano le funicolari. «Due funicolari», dice Mariano. Per forza», aggiunge. «C’era quella che andava al Sacro Monte e c’era quella che andava al Campo dei Fiori. All’albergo».


Erano luoghi collegati. Raggiungibili. Serviti. Entravano nella vita quotidiana delle persone. «C’erano dei percorsi: Luino, Ponte Tresa… tutti ipercollegati». Oggi diciamo “iperconnessi” e pensiamo ai telefoni, alle piattaforme, ai messaggi, alle chat, alle mappe digitali, alle notifiche. La Varese che Mariano ricorda era ipercollegata in un altro modo: fisicamente. Elettricamente. Con rotaie, tram, pullman, stazioni, salite, funicolari.

Una connessione che obbligava i corpi a stare nei luoghi. Dovevi salire. Aspettare. Sederti. Stare in piedi. Guardare fuori. Sentire le voci. Riconoscere chi saliva. Ricordare chi guidava. Sapere dove scendere. Condividere un tragitto. Forse per questo ricorda il tram come un ambiente.
Un ambiente fatto di legno, ferro, elettricità, aria aperta, salite, studenti, conducenti, battute. Un ambiente in cui un ragazzo non imparava soltanto ad arrivare a scuola. Imparava la città.

Imparava che un territorio è fatto di collegamenti. E di nomi. Ricorda il liceo scientifico Ferraris. Anche il Ferraris, nel suo racconto, si muove. Non era ancora dove molti lo immaginano oggi, vicino al palazzetto. Il primo anno era di fronte alla Dante, dietro il Cairoli. Poi si trasferì a Casbeno. Solo dopo sarebbe arrivato nella sede più nota.


Mariano conserva queste transizioni. Come uno che le ha attraversate. «Se le cose te le ricordi, vuol dire che le hai vissute», aveva detto parlando del giardino delle suore. Vale anche qui.
Forse è stato l’ultimo anno in cui io sono andato in tram. Dopo sono passato via al pullman». La frase sembra piccola, ma dentro c’è un cambio d’epoca. Il tram finisce. Arriva il pullman. Le rotaie spariscono o smettono di essere il modo normale di spostarsi. I percorsi cambiano. La città cambia suono. Cambia velocità. Cambia postura.

Quando Mariano la racconta, non sta soltanto ricordando un mezzo di trasporto. Sta ricordando una relazione. Il conducente aveva un nome. I ragazzi potevano chiamarlo. Il tragitto era quotidiano, ma non anonimo. Il tram era pubblico non solo perché apparteneva al servizio pubblico, ma perché era uno spazio di vita condivisa.


Questa è la differenza. Un mezzo può trasportare persone senza creare comunità. Ma può anche diventare un luogo dove le persone si riconoscono. Il tram di Mariano faceva questo. Almeno nella sua memoria. A un certo punto lo dice quasi esplicitamente. «Questi aneddoti qua vuol dire che una volta vivevamo più la realtà dei momenti, dei rapporti con le persone». «Non è che puoi aspettare di andare al bar e di incontrare quel tuo amico lì». Poi la frase che ormai sembra una regola della sua vita: «Bisogna coltivarle, queste relazioni».

Anche quelle nate per caso. Anche quelle nate su un tram. Anche quelle nate a scuola. Il tempo da solo consuma. Se vuoi che un rapporto resti, devi tornare. Devi chiamare. Devi cercare. Devi organizzare. Devi fare fatica. Il passato, allora, non serve a dire che prima era tutto meglio. Serve a chiedere che cosa abbiamo smesso di coltivare. Che cosa aveva quel tram che oggi ci manca?

Non solo le rotaie. Non solo l’elettricità. Non solo la bellezza dei mezzi d’epoca. Aveva una densità di presenza. Le persone stavano nello stesso spazio, nello stesso tempo, nello stesso tragitto. Si vedevano. Si ascoltavano. Si riconoscevano. Si davano nomi. Oggi siamo collegati in mille modi, ma spesso non condividiamo davvero il tragitto. Possiamo scrivere a chiunque in un secondo, ma non sapere chi abita a cinquanta metri. Possiamo attraversare la città seguendo un navigatore, ma non conoscere la storia della strada. Possiamo sapere tutto di un luogo e non avere nessun legame con le persone che lo tengono vivo.


Il tram, nella memoria di Mariano, non è la soluzione romantica a tutto questo. È una domanda. Come si costruiscono oggi luoghi in cui le persone possano riconoscersi? Non riguarda solo i trasporti. Riguarda le scuole, gli oratori, le società sportive, le biblioteche, i bar, le piazze, le piste ciclabili, i sentieri, le associazioni. Tutti i luoghi in cui una comunità può tornare a produrre nomi invece che funzioni.

Perché questa è una delle cose che lui fa continuamente: salva i nomi. Nel racconto di Mariano, il tram porta subito ad altri luoghi. La Prima Cappella. Il Sacro Monte. Il Campo dei Fiori. L’albergo in cima. Le famiglie milanesi che venivano a Varese. La famiglia Moneta. Le pentole. La riconversione in tempo di guerra. Gli elmetti. Qualcuno potrebbe dire: Mariano divaga. Ma forse non divaga affatto.


Forse racconta come funziona davvero la memoria di un territorio. Tu tocchi un filo e ne viene fuori un altro. Chiedi del tram e arrivi alle funicolari. Dalle funicolari arrivi al Campo dei Fiori. Dal Campo dei Fiori all’albergo. Dall’albergo a una famiglia. Dalla famiglia a un’azienda. Dall’azienda alla guerra. Poi torni alla scuola, al Ferraris, a Casbeno, al pullman, a Bianchi, alla nona. Non è confusione. È una mappa viva. Le mappe ufficiali mostrano le vie, le linee, le stazioni, i confini.

Le mappe umane mostrano chi c’era, chi guidava, chi saliva, chi scendeva, chi ti salutava, quale amico abitava dove, quale scuola era lì prima di trasferirsi altrove, quale montagna si raggiungeva, quale famiglia stava dietro un albergo.
La prima mappa si stampa. La seconda si racconta. Lui appartiene a questa seconda geografia. E forse è per questo che la sua vita racconta Varese senza voler “rappresentare” Varese. La racconta perché la attraversa. Ogni luogo è un nodo. Ogni nodo ha dentro persone.

Nel primo episodio di TRAME, Mariano era l’uomo che si ferma. Nel secondo, il bambino cresciuto in una casa che insegnava a condividere. In questo terzo episodio è il ragazzo che impara la città stando su un tram. Forse non lo sa ancora, ma sta imparando qualcosa che gli servirà per tutta la vita: il territorio non è lo spazio tra un punto di partenza e un punto di arrivo. È quello che succede nel tragitto. Le persone che incontri. Le relazioni che decidi di coltivare anche quando il tram non passa più.


Alla fine, di quella Varese elettrica, fisica, cucita, qualcosa è sparito. Le rotaie, alcune abitudini, certi suoni, forse una certa lentezza. Ma qualcosa è rimasto dentro chi l’ha vissuta. E se qualcuno lo racconta, torna a circolare. Resta quella frase, che a pensarci bene potrebbe valere anche per un territorio intero quando ha paura di fermarsi, spegnersi, perdere energia: «Metti la nona». Non per correre di più. Ma per ricordarsi di essere ancora vivo.

Parte 3 – (qui la parte 1qui la parte 2)






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