Dall’inizio di questa legislatura la Commissione di Vigilanza Rai è stata teatro di un conflitto istituzionale che oggi trova un punto di svolta nelle dimissioni della presidente, la senatrice M5S Barbara Floridia. In un lungo post sui social Floridia ha annunciato: “Oggi ho consegnato ai Presidenti del Senato e della Camera le mie dimissioni… Non posso restare a guardare impotente” e ha denunciato “il boicottaggio sistematico della commissione […] perché le opposizioni non si sono piegate a votare la loro candidata alla Presidenza della Rai”.
Assieme alla presidente anche tutti i componenti delle opposizioni hanno presentato le loro dimissioni dall’organismo bicamerale.
“Insieme alla presidente Floridia e a tutti i commissari del centrosinistra, mi dimetto da vicepresidente della Vigilanza e da membro della Commissione, anche insieme alle amiche e colleghe di Italia Viva-Casa Riformista Furlan e Musolino”, conferma sui social Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva-casa Riformista. “La Commissione di Vigilanza merita rispetto, la Rai merita rispetto. E l’atteggiamento della maggioranza – conclude – è inqualificabile“.
Dopo poche ore arriva la nota della componente di maggioranza: “Sinistra irresponsabile, ci dimettiamo anche noi”.
La cronaca parlamentare conferma mesi di ostruzionismo sui lavori ordinari: verbali della Vigilanza e comunicati dei gruppi dicono di audizioni richieste e regolarmente rinviate o respinte dalla maggioranza (tutti pubblicati negli atti della Commissione Vigilanza, si vedano le sedute 2025–2026).
Floridia nel suo post cita inoltre il rischio d’infrazione per il mancato recepimento del Media Freedom Act europeo, rimarcato in interrogazioni presentate dalle opposizioni (atto n. XX/2025).
Le tensioni si sono sommate a nomine e scelte editoriali contestate: rapporti interni e articoli d’inchiesta hanno documentato, secondo Floridia, promozioni legate a logiche politiche e esodi di professionisti, fatti citati dalla presidente come “umiliazioni” e prova del “favoritismo politico”. La maggioranza, per contro, ha difeso le proprie scelte come legittime prerogative di governo.
La lettera di dimissioni di Floridia si legge come un atto politico e simbolico: “Non considerate queste dimissioni una resa… le considero un atto di libertà e di denuncia”, scrive, sottolineando il “dovere di difendere il diritto dei cittadini di essere liberamente informati”. Il nodo resta la funzione stessa della Vigilanza: organismo di garanzia o strumento condizionabile dalla maggioranza?
Cosa succede adesso
Nei prossimi giorni dovrà essere scelta la sostituzione della presidenza, potrebbero esserci eventuali istanze d’urgenza in Aula e verifiche sulle procedure interne.
La sostituzione del presidente e le iniziative di sblocco sono nelle mani dei lavori parlamentari e dei presidenti delle Camere, che possono essere sollecitati per mediare o convocare la Commissione; opposizioni e gruppi hanno già chiesto in questi mesi interventi formali ai Presidenti di Senato e Camera per riattivare la Vigilanza. Ricordiamo che lo stallo della Commissione è proseguito per oltre un anno tra il 2025 e l’inizio del 2026, con sedute saltate ripetutamente per mancanza del numero legale e audizioni rinviate.
La presidenza deve necessariamente essere assegnata alle opposizioni?
Non esiste un obbligo normativo che imponga che la presidenza sia assegnata all’opposizione; storicamente la carica può essere attribuita secondo accordi parlamentari e consuetudini di ripartizione tra forze politiche, ma l’argomento è al centro del conflitto politico: le opposizioni sostengono che la presidenza debba garantire pluralismo e quindi avere un accordo che la renda effettiva, mentre la maggioranza rivendica il diritto di esprimere nomine secondo le proprie prerogative.
E ora, dopo le dimissioni, Floridia interpellata dall’AdnKronos, dice: “vedremo che cosa farà la maggioranza di questa Commissione che plasticamente è ciò che hanno voluto da anni: una Commissione che non esiste”.
“I membri delle opposizioni si sono dimessi tutti e i gruppi parlamentari di opposizione non sostituiranno i loro nomi con altri nomi“. Una Commissione che “ha la maggioranza semplice” del resto “è quello che loro hanno scritto anche nella riforma”, ovvero che “va bene procedere anche con le maggioranze semplici per nominare il presidente Rai nella nuova riforma, per prendere delle decisioni”. Ora, si domanda Floridia, “vediamo se avranno il coraggio di far vedere ai cittadini che con la maggioranza semplice procedono, a prescindere dalle opposizioni”. Il nodo, per Floridia, è lo squilibrio tra “l’immobilisimo della Commissione” e “il Consiglio di amministrazione che ha continuato ad operare”.
La Rai “opera, fa scelte, investe i soldi dei cittadini, fa nomine e delinea palinsesti”. Al contrario, osserva, “è la Commissione che non può vigilare, non può audire e non può interrogare”, quindi “c’è questa differenza abissale”, conclude.
La lettera dei componenti di opposizione ai presidenti di Camera e Senato
“In qualità di componenti, espressione delle forze parlamentari di minoranza della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, intendiamo rassegnare, con effetto immediato, le nostre dimissioni dall’incarico. La decisione, molto sofferta in ragione del rispetto della cultura parlamentare che ci anima, è stata assunta come estrema ratio di fronte al punto di non ritorno in cui si trova oggi la Commissione parlamentare”. È quanto si legge nelle lettera al presidente del Senato, Ignazio La Russa, e a quello della Camera, Lorenzo Fontana, con cui i componenti di opposizione della Vigilanza Rai annunciano le loro dimissioni dalla bicamerale.
“La perdurante paralisi delle attività dovuta a ragioni tutte interne alle forze politico parlamentari della maggioranza, ha di fatto svilito il ruolo della Commissione e inferto un ulteriore durissimo colpo all’azienda Rai. Paralisi dovuta ad un atto di arroganza della stessa maggioranza con l’indicazione di un Presidente a dispetto del quadro normativo e di ogni forma di buonsenso. Una forzatura che ha innescato il ‘sequestro politico’ della Commissione impendendone il normale funzionamento“, spiegano.
“Le motivazioni che ci hanno spinto a questo atto di rottura sono gravi e strutturali – aggiungono – Registriamo da anni un costante calo degli ascolti e una oggettiva perdita di credibilità della Rai. In quattro anni l’azienda ha smarrito la sua centralità culturale e informativa nel paese, il pubblico si è allontanato da un’offerta appiattita e autoreferenziale, come appunto testimoniato dagli ascolti delle reti ammiraglie, a partire dai Tg. È questo il dato più evidente del fallimento di un progetto editoriale mai decollato. Abbiamo assistito alla mortificazione del personale e del merito. Si è imposto un sistema fondato sulla fedeltà e sulla appartenenza ideologica, ostentata come motivo di orgoglio trasformandola in ‘metodo’ di governance aziendale. Le scelte professionali, editoriali e di palinsesto sono state compiute a discapito del merito, delle competenze e della storia professionale di uomini e donne della Rai. Si sono cancellati programmi di richiamo per il pubblico senza addurre spiegazioni e si è presa di mira una rete Rai esclusivamente per ragioni ideologiche”.
Per gli ex componenti di minoranza della bicamerale la Rai ha, purtroppo, “progressivamente rinunciato al suo compito istituzionale di far crescere culturalmente il Paese, il giornalismo di inchiesta è stato marginalizzato, i programmi di approfondimento svuotati, gli spazi di confronto plurale ridotti.Dal punto di vista normativo il quadro si è ulteriormente aggravato con la precisa volontà del Governo e delle forze di maggioranza di non adottare il Media Freedom Act a tutela dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione. Un vuoto normativo che ha consentito l’occupazione dell’azienda con una gestione politica e ‘proprietaria’. Uno smantellamento sistematico della funzione pubblica della Rai accompagnata dalla volontà di cancellarne, anche simbolicamente, la storia come nella vicenda della vendita degli immobili. Tutti questi elementi sono tasselli di un unico, pericoloso puzzle. Hanno un solo filo conduttore: l’idea di una Rai ‘pertinenza’ di una maggioranza, e non come bene comune dei cittadini. In queste condizioni riteniamo non più possibile restare in Commissione in quanto è venuta meno proprio la parola ‘vigilanza’. Un organismo svuotato, incapace di esercitare il proprio ruolo di garanzia, è di fatto diventato complice del declino della più grande azienda culturale del Paese. Per questo ci dimettiamo. Lo facciamo affinché possano emergere con forza le cause della crisi Rai e per far sì che questa azienda possa tornare al centro del dibattito pubblico per il suo valore e la sua funzione. Non c’è più spazio per una vigilanza che non è più messa nelle condizioni di poter vigilare a discapito dell’ordinario funzionamento di un organo parlamentare e della stessa qualità della democrazia”.
Centro-destra: “Sinistra irresponsabile, ci dimettiamo anche noi”
“Anche noi, come le opposizioni, ci dimettiamo dalla Commissione di vigilanza Rai che è stata occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra. Questa ha sfruttato cinicamente la legge sulla Rai, che prevede una maggioranza a 2/3 per eleggere il Presidente, che noi in questi mesi stiamo cercando di cambiare”. Lo dichiarano i componenti di Centrodestra della Commissione Vigilanza sulla Rai. “Per quanto ci riguarda siamo disponibili a dare vita a una nuova Commissione con un nuovo Presidente, a dare in tempi rapidi un presidente alla Rai”, spiegano in una nota.
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