Mafie albanesi, la nuova potenza del narcotraffico in Europa


Negli ultimi anni le mafie albanesi hanno progressivamente rafforzato la propria presenza sul territorio europeo, fino a diventare, secondo numerosi riscontri investigativi, uno dei principali motori del traffico di stupefacenti. Nel Regno Unito, in particolare, controllerebbero una quota rilevante delle piazze di spaccio, affermandosi come attori di primo piano anche nel traffico mondiale di cocaina. La loro espansione non si limita alla dimensione criminale tradizionale, ma investe in modo strutturale anche gli ambiti economici e finanziari, rendendo la minaccia più complessa e potenzialmente più difficile da contrastare.

Professor Musacchio, quanto potere sono in grado di esercitare oggi le mafie albanesi in Europa?
Le mafie albanesi dispongono di enormi capitali e, dove possibile, possono contare su appoggi e coperture in ambito istituzionale. In molte circostanze hanno imparato ad evitare l’uso della violenza, o comunque a ridurne la visibilità, privilegiando strumenti più “efficaci” e meno esposti, come la corruzione e l’infiltrazione indiretta. L’adozione di tecnologie informatiche moderne consente loro di migliorare la logistica, la comunicazione e il coordinamento tra gruppi differenti, riducendo le probabilità di intercettazione. Contrariamente ad altre organizzazioni che investono prevalentemente nei territori di arrivo o nelle economie estere, i gruppi criminali albanesi sembrano orientati a riciclare i proventi in varie industrie e settori imprenditoriali del Paese d’origine. Questo modello consente di trasformare rapidamente i capitali illeciti in attività apparentemente legali, rafforzando la capacità di penetrazione in Europa e nel resto del mondo. La conseguenza è un incremento del potere economico e di conseguenza della capacità di condizionare reti commerciali, logistiche e, in alcuni casi, politiche locali.

L’Albania è oggi in grado di contrastare le evoluzioni delle attuali mafie?
Non ritengo che sia pienamente in grado di farlo, soprattutto a causa dell’alto livello di corruzione presente nel Paese, come evidenziato dall’indice CPI di Transparency International. In un contesto simile, anche misure tecnicamente valide rischiano di perdere efficacia per carenze applicative e
vulnerabilità nei percorsi di controllo e repressione. Il sistema penale necessita di un rafforzamento concreto. Oggi appare non sufficientemente evoluto e adeguato alle nuove dinamiche operative delle mafie albanesi, che non si limitano più a logiche tradizionali, ma sfruttano connessioni tra criminalità e settori politico-economici-finanziari. La debolezza principale riguarda proprio la capacità di aggredire quelle intersezioni, spesso invisibili all’opinione pubblica e difficili da provare in giudizio. Servono misure più incisive sul fronte dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita, con una strategia stabile e continuativa. È inoltre opportuno introdurre un istituto simile al regime di isolamento previsto dal 41 bis, garantendo l’isolamento totale dei detenuti particolarmente pericolosi per impedire comunicazioni esterne con i gruppi criminali. Parallelamente, è necessario migliorare l’efficienza e l’integrità del sistema giudiziario, tutelandolo da corruzione e influenze politiche. Un’ulteriore leva fondamentale è potenziare l’istituto dei collaboratori di giustizia, così da incentivare la cooperazione e aumentare la capacità investigativa. Le prime dichiarazioni di collaboratori albanesi, già avvenute, stanno contribuendo ad elevare il livello delle indagini e degli arresti, indicando un possibile percorso di consolidamento delle prove.

Lei anni fa definì l’Albania un “narco-Stato”: conferma ancora la sua tesi?
Sì. A mio avviso, la traiettoria criminale delle organizzazioni albanesi conferma un consolidamento progressivo. I gruppi albanesi avrebbero iniziato con il traffico di marijuana per poi passare, successivamente, all’eroina, anche grazie a rapporti con la mafia turca. In una fase ulteriore si sarebbero poi affermati come broker internazionali nel mercato della cocaina, diventando snodi rilevanti nel sistema dei traffici. I proventi derivanti da queste attività hanno aumentato sia il potere economico sia quello politico delle organizzazioni albanesi. È un elemento che, inoltre, evidenzia affinità con la ’ndrangheta, non solo sul piano delle logiche relazionali, ma anche su aspetti culturali e organizzativi: dal familismo ai rigidi codici comportamentali basati sulla besa, cioè sul senso dell’onore e sulla parola data. A ciò si aggiunge la capacità di infiltrazione nel tessuto economico-finanziario e il condizionamento del settore politico-amministrativo. In altre parole, la criminalità non resta confinata all’area illecita, ma tende a strutturarsi come un fattore di influenza.


In Europa, dove si estendono i suoi tentacoli?
Direi quasi ovunque, con una presenza che appare particolarmente significativa nei principali snodi commerciali e logistici. È presente, ad esempio, nei porti di Rotterdam, Anversa e Amburgo. In termini di controllo del mercato, gestirebbe gran parte della cocaina venduta in Europa e, a Londra, controllerebbe quasi tutte le piazze di spaccio. Questa organizzazione, secondo quanto emerge da analisi investigative e giudiziarie, starebbe aumentando in modo esponenziale il proprio peso a livello internazionale. Il consolidamento del controllo riguarda rotte di traffico, in particolare nel settore della droga, della prostituzione e delle armi. La forza del modello criminale risiede anche in una struttura “impermeabile”, sostenuta da legami sinergici con altri gruppi transnazionali. In questo modo i clan albanesi sono riusciti a infiltrarsi sia in mercati legali sia in mercati illegali, accrescendo la propria influenza non soltanto in Albania, ma anche in Europa e in altre aree del mondo.

Le autorità di controllo italiane, in percentuale, quanto stupefacente albanese riescono a intercettare in ingresso?
È difficile quantificare in modo preciso la percentuale dello stupefacente sequestrato, poiché le statistiche possono variare in base alle rotte, alle modalità di occultamento e all’evoluzione delle tecniche criminali. Tuttavia, alcune statistiche giudiziarie attendibili suggeriscono un dato significativo: su dieci carichi, solo uno o due sarebbero intercettati, mentre i restanti otto o nove arriverebbero a destinazione. Questo scenario indica non soltanto l’esistenza di lacune operative, ma anche la necessità di rafforzare l’analisi preventiva, la cooperazione tra Paesi e l’intelligence finanziaria.

Quali rapporti ha la mafia albanese con le nostre mafie?
Le mafie albanesi sono diventate partner commerciali della ’ndrangheta e, grazie a questi legami, si sono radicate in America Latina, in particolare in Ecuador, Perù, Colombia e Brasile. Parallelamente, intrattengono rapporti con le principali organizzazioni criminali transnazionali che operano in Europa, nel Nord e nel Sud America. Vi sarebbe inoltre un crescente interesse verso i mercati asiatici e australiani, in linea con la ricerca di nuove opportunità di profitto e di rotte alternative. Nel contesto europeo, si osserva una capacità di confiscare meno del 2% dei beni illegalmente conseguiti. Di conseguenza, la parte prevalente dei capitali riesce a entrare con notevole facilità nell’economia legale. Per questo, sarebbe opportuno fare di più, anche omologando le strategie di contrasto tra i diversi sistemi giudiziari e amministrativi. In particolare, sarebbe essenziale indirizzare l’azione verso i facilitatori e i faccendieri, spesso determinanti nei processi di reinvestimento dei capitali mafiosi.

Secondo lei, quando la mafia albanese è diventata potente?
Era il 2005 quando scrissi per la prima volta dell’alta pericolosità dei gruppi albanesi che oggi non sono più gli stessi di un tempo, legati a dinamiche più localizzate come i furti nelle ville delle regioni del nord. Nel corso degli anni, i gruppi albanesi sono entrati stabilmente nel grande circuito del narcotraffico internazionale, trasformandosi in una potenza economica e finanziaria. Questo mutamento è riscontrabile anche negli investimenti realizzati in Albania, che sembrano contribuire a cambiare il volto di diverse città, tra cui Tirana, Durazzo, Saranda, Elbasan e Valona. In prospettiva, tale processo rafforza la capacità di controllo, la resilienza e il reclutamento, creando un circolo in cui l’economia illecita alimenta quella apparentemente legale.

A Roma la “colonna” albanese degli autori di gravi reati avrebbe ucciso, spacciato e torturato, oltre a importare tonnellate di cocaina, eppure non risulta una sentenza per mafia. Quanto siamo indietro anche sul piano giudiziario nella lotta al crimine organizzato?
Siamo molto indietro, soprattutto nel contrasto alle mafie non autoctone, che continuano a essere sottovalutate. Nel caso dei gruppi albanesi, ritengo che vi siano tutte le caratteristiche proprie delle nostre mafie: controllo del territorio, soprattutto nelle regioni del centro-nord, e capacità di offrire
servizi che garantiscono sicurezza e protezione. A questi elementi si aggiunge una crescente quota di consenso, alimentata anche dalla gestione di relazioni utili e dalla costruzione di reti di influenza. Un ulteriore fattore decisivo è la presenza di una connivenza omertosa profondamente radicata, che rende più difficile l’emersione delle prove. Parallelamente, si sviluppano rapporti sempre più stretti con imprenditori, politici e professionisti, determinando un intreccio tra interessi economici e criminalità che richiede risposte giudiziarie più tempestive, coordinamento investigativo più efficace e strumenti di prevenzione patrimoniale realmente incisivi.


Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 

Source link

Di