Famiglie numerose e genitori single: l’UE fotografa un welfare a due velocità. Il paradosso del “lavora di più”: le madri sole lavorano già al massimo


Le famiglie europee sono sempre più diverse nelle loro forme, ma condividono pressioni comuni: il caro-vita crescente e la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare. È questo il quadro che emerge da uno studio realizzato da un corposo numero di ricercatori* per il Dipartimento Politiche del Parlamento Europeo su richiesta della Commissione per l’Occupazione e gli Affari Sociali (EMPL).

L’analisi, basata sui dati EU-LFS ed EU-SILC, individua una chiara gerarchia di vulnerabilità economica. Le famiglie monogenitoriali , guidate nell’83% dei casi da donne , sono quelle più esposte: prima dei trasferimenti sociali, il rischio di povertà per le madri sole raggiunge il 53,4%, e anche dopo l’intervento del welfare resta al 32,2%, quasi il triplo rispetto all’11,8% delle famiglie di riferimento con due genitori e due figli. Le famiglie numerose registrano un rischio pre-trasferimenti del 48%, ridotto al 28,1% dopo i sussidi.

Ma la criticità più allarmante riguarda l’esclusione sociale complessiva: mentre il 32,2% delle famiglie monoparentali guidate da madri affronta povertà di reddito, il rischio complessivo di povertà o esclusione sociale sale al 43,9% , un divario di 12 punti, il più ampio tra tutte le tipologie familiari analizzate. Oltre metà di questo scarto è legato a una bassa intensità lavorativa, mentre un’altra quota consistente riguarda la deprivazione materiale grave: il 18,8% delle madri sole non riesce a riscaldare adeguatamente la propria casa, contro il 7,2% delle famiglie di riferimento.

Il paradosso del “lavora di più”: le madri sole lavorano già al massimo.

Uno degli aspetti più critici individuati dallo studio riguarda il mercato del lavoro. Contrariamente a un pregiudizio diffuso, le madri sole mostrano un tasso di occupazione relativamente alto (73,4%), spinte dalla necessità economica di essere l’unica fonte di reddito. Eppure affrontano il rischio di povertà lavorativa più alto tra tutti i gruppi (28,4%), la minore flessibilità oraria (8,4% contro l’11,6% dei padri di famiglie di riferimento) e la più alta prevalenza di limitazioni di salute (22,2%, più del doppio rispetto alle madri di famiglie di riferimento). Lo studio sottolinea come politiche di attivazione lavorativa tradizionali, pensate per chi non lavora abbastanza, risultino controproducenti per un gruppo già impegnato al limite delle proprie capacità.


Le madri in famiglie numerose, al contrario, affrontano il tasso di occupazione più basso in assoluto (60,4%), riflettendo barriere strutturali diverse legate al carico di cura di più figli.

Bambini più esposti a disabilità e cure sanitarie negate.

Lo studio rileva inoltre che i figli di famiglie monoparentali affrontano tassi più elevati di bisogni sanitari e odontoiatrici insoddisfatti: il 5% dei minori in famiglie con un solo adulto ha bisogni medici non soddisfatti (contro il 2,9% nelle famiglie con due o più adulti), percentuale che sale al 6,5% per le cure odontoiatriche (contro il 3,7%).

Il ruolo dell’UE: “tanti strumenti” ma nessuna competenza diretta.

Sul piano istituzionale, la ricerca evidenzia un nodo strutturale: la politica familiare resta competenza quasi esclusiva degli Stati membri, mentre l’Unione opera attraverso soft law , Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, Garanzia europea per l’infanzia, direttiva sull’equilibrio vita-lavoro , che stabilisce parametri e monitoraggio senza poteri di attuazione vincolante. Una criticità esplicita riguarda proprio la Garanzia per l’infanzia: mentre aree come l’istruzione prescolare e i pasti scolastici hanno ricevuto attenzione concreta dagli Stati membri, un ambito cruciale come l’edilizia abitativa adeguata resta largamente trascurato.

Un’ulteriore lacuna riguarda la spesa UE: non esiste una categoria di bilancio dedicata al sostegno familiare, che resta disperso tra decine di codici di policy differenti , un problema che, secondo gli stakeholder consultati, scoraggia le organizzazioni della società civile dal richiedere fondi europei, per mancanza di chiarezza su come e dove farlo.

Politiche nazionali inaccessibili.

Il confronto tra le misure nazionali mostra soluzioni spesso generose sulla carta ma frenate da complessità burocratica. Il caso più citato come esempio positivo è quello della Polonia, dove l’assegno universale “800+” ha portato il tasso di povertà infantile tra le famiglie numerose e monoparentali polacche a circa la metà della media UE , pur avendo causato un lieve calo dell’occupazione femminile. All’estremo opposto, paesi come la Lituania mostrano famiglie numerose costrette a vivere in appartamenti sovraffollati per l’inadeguatezza del sostegno abitativo disponibile.


Un ulteriore elemento critico riguarda la mancanza di una definizione giuridica uniforme di “famiglia numerosa” o “genitore single” a livello europeo: in alcuni Paesi come Ungheria, Romania e Italia non esiste nemmeno una definizione legale formale, rendendo difficile qualunque comparazione affidabile tra Stati membri.

Le “Carte Famiglia”: strumenti utili ma dall’impatto economico limitato.

Il terzo asse dello studio riguarda le carte sconto per famiglie numerose, oggi attive in forma diversa in numerosi Stati membri. Lo studio segnala però una criticità di fondo: non esistono valutazioni d’impatto rigorose su questi strumenti, e le prove disponibili , come quelle raccolte dalla Corte dei Conti polacca, indicano che gli sconti offerti sono spesso “simbolici” e poco allineati ai bisogni reali delle famiglie, coprendo solo una frazione minima dei costi di vita.

Sulla base di queste evidenze, lo studio esplora la fattibilità di una Carta Famiglia Numerosa europea, ispirata al modello della Carta Europea della Disabilità. I ricercatori individuano diversi potenziali benefici , riconoscimento sociale, mobilità transfrontaliera, accesso facilitato a servizi , ma anche ostacoli concreti: la disomogeneità delle definizioni nazionali di famiglia numerosa, il rischio che i partner commerciali non riconoscano reciprocamente gli sconti tra Paesi (come già accade nel sistema baltico tra Estonia, Lettonia e Lituania), e la necessità di un finanziamento sostenibile che non gravi sulle famiglie stesse.

Le raccomandazioni degli esperti.

Tra le proposte principali per le istituzioni UE gli esperti suggeriscono la creazione di definizioni statistiche comuni per famiglie numerose e monoparentali, l’introduzione di una “valutazione d’impatto familiare” per ogni nuova legislazione europea (sul modello di quelle di genere e ambientali già esistenti) e l’istituzione di una linea di finanziamento dedicata nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034.

Per gli Stati membri, ancora, lo studio raccomanda di semplificare i sistemi di sostegno frammentati, aumentare in modo specifico gli assegni per le famiglie monoparentali , le più esposte a povertà e deprivazione materiale , e garantire una maggiore flessibilità dei congedi parentali per i genitori single, che non possono condividere il beneficio con un secondo genitore.


*Olatz Ribera Almandoz, Kate Brockie, Elizabeth Kadar, Madeline Nightingale, Mateusz Krzakala, Katarzyna Lipowska, Iga Magda e Mateusz Smoter.

foto europarl.europa.eu


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 Gabriele Frongia

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