di Alberto Bianchi
L’iniziativa promossa il 30 giugno scorso al Teatro de’ Servi di Roma dalla Fondazione di Gianni Cuperlo (Pd) ha mostrato con particolare nitidezza la condizione reale della sinistra del Campo Largo. Doveva essere un confronto sulla riforma elettorale in discussione in Parlamento; si è trasformata immediatamente in un presidio in difesa della Costituzione, secondo una grammatica che la sinistra massimalista‑populista italiana ha accentuato negli ultimi tempi: la democrazia è minacciata, il centrodestra rappresenta un rischio sistemico, ogni passaggio di riforma istituzionale o della legge elettorale – tranne se promosso dalla sinistra – diventa un varco attraverso cui si insinuerebbe un pericolo per l’ordinamento costituzionale repubblicano. È il copione già visto nel referendum di marzo sulla giustizia e che ora si prepara a essere riproposto nella campagna elettorale del 2027, con l’ipotesi di denominare la coalizione Schlein‑Conte‑Bonelli‑Fratoianni “Alleanza per la Costituzione”.
Il punto politico, però, non è la prevedibilità di questa torsione allarmistica: c’era da aspettarselo. Il punto è che essa produce un effetto preciso, evidenziando e certificando ancor più nettamente l’illusione, da parte delle forze riformiste interne ed esterne al Pd e alla sinistra radicale, di poter incidere sulla fisionomia del Campo Largo. È un’illusione che nasce da un equivoco di fondo. Il Campo Largo non è un progetto di governo, ma un fronte difensivo di resistenza. Non si struttura attorno a un progetto di Paese, ma attorno alla necessità di opporsi al centrodestra. In un fronte difensivo, le culture politiche non si integrano: vengono utilizzate come argomenti, non come orientamenti. E quando la sinistra – questa sinistra del tempo presente – decide che la campagna per le politiche del 2027 sarà la prosecuzione del referendum, il margine per una cultura riformista rischia di ridursi a un ruolo ornamentale.
A questo si aggiunge un contesto che i riformisti non controllano. La vittoria del No al referendum del marzo scorso ha ampliato un disequilibrio istituzionale già in atto da tempo, che la sinistra interpreta non come un problema, ma come una garanzia: la magistratura diventa un presidio politico, non un potere autonomo. In un simile clima, la voce riformista non è percepita come contributo, ma come deviazione dalla linea. E mentre la politica estera impone scelte strategiche che richiederebbero una cultura di governo, il Campo Largo non possiede né gli strumenti né la visione per recepirla. È un sistema che si autoconserva, non che si trasforma.
Mi si lasci dire, inoltre, che la persistenza dell’illusione riformista deriva anche da un tratto politico-culturale sedimentato. Negli ultimi anni, i riformisti hanno considerato la sinistra a guida Campo Largo come un campo contendibile, un luogo in cui radicalità sociale e responsabilità istituzionale e di governo potevano convivere. Così i riformisti continuano a muoversi come se il Pd fosse ancora un partito a vocazione maggioritaria, come se il M5S fosse un soggetto controllabile, come se la galassia ecologista fosse disponibile a un compromesso programmatico. In realtà, nessuno di questi attori ha interesse a modificare la propria identità: la radicalità è la loro risorsa, non il loro limite.
Il risultato è un paradosso politico. La sinistra massimalista definisce la cornice narrativa; il Pd, privo di una linea autonoma, vi si adatta; i riformisti interpretano questa adattabilità come uno spazio di influenza; il Campo Largo utilizza la loro presenza come certificazione di credibilità; e alla fine i riformisti finiscono per legittimare una linea che non condividono, credendo di modificarla. Più partecipano, più vengono neutralizzati.
A questo punto diventa decisivo interrogarsi sulla soggettività politica dei riformisti interni ed esterni al maggiore partito della sinistra. Perché la loro bassa o nulla incidenza politica non deriva solo dal contesto, ma dal fatto che continuano a definire se stessi in funzione della sinistra del Campo Largo. Una soggettività autonoma, invece, richiede un passaggio politico-culturale netto: non misurarsi sulla compatibilità con il Campo Largo, ma sulla capacità di parlare al Paese; non tentare di correggere una coalizione che ha già scelto, ahimè, la propria identità, ma costruire – a partire dalla lettura del contesto internazionale – una propria gerarchia di priorità, una propria idea di modernizzazione istituzionale, un proprio percorso per una ricomposizione unitaria, in prospettiva medio‑lunga, delle realtà e soggettività riformiste sparse e frammentate in un arco di forze politiche della sinistra e del centro moderato. Una soggettività autonoma non nasce dalla rottura, ma dalla chiarezza: la chiarezza che consiste nel riconoscere che la sinistra del Campo Largo non sarà un terreno contendibile per il 2027, ma – temo – un fronte identitario impermeabile a ogni contributo riformista.
Per questo, la domanda non è più se i riformisti possano influenzare il Campo Largo. La domanda è se possano permettersi di continuare nell’illusione di provarci. Perché ogni tentativo di incidere su una coalizione che non vuole essere trasformata non è un esercizio politico: rischia di trasformarsi in un autoinganno. E l’autoinganno, in politica, è la forma più pericolosa di rinuncia. La realtà è che il riformismo può esistere solo fuori dal Campo Largo e non dentro, quantunque sempre all’interno di una sinistra che ritorni ad essere di governo. Può incidere solo se smette di perimetrare se stesso nella sinistra massimalistico‑populista di oggi e, invece, consolidi ed innovi il dialogo con il Paese. Può diventare rilevante solo se rinuncia all’illusione di essere decisivo dove non è ascoltato. Uscire dall’illusione non è un gesto di rottura: è l’unico atto politico possibile.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.
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