intervista al criminologo Vincenzo Musacchio


Sul business del fentanyl e sulle strategie delle organizzazioni criminali abbiamo intervistato il professor Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University di Newark (USA).

Professore, quando parliamo di fentanyl negli Stati Uniti, si usa spesso il termine “strage”. In Europa e in Italia siamo di fronte a una minaccia reale o a un allarmismo prematuro?

Mi annovero tra chi è convinto vi sia una minaccia reale. Il fentanyl negli Stati Uniti provoca migliaia di morti per overdose. In Europa, e in Italia in particolare, l’errore strategico più grande sarebbe pensare che il fenomeno rimanga confinato oltreoceano. Le mafie nostrane, ‘ndrangheta in testa, non aspettano che il mercato si crei da solo: lo anticipano. I segnali d’infiltrazione e i primi sequestri rilevanti sul territorio europeo ci dicono che le reti di distribuzione sono già in fase di collaudo. La criminalità organizzata si sta preparando a quella che definisco la “metamorfosi chimica” del narcotraffico. Farebbe bene l’Unione europea a prepararsi per affrontare questa muova sfida criminale.

Per quale motivo le mafie dovrebbero preferire una droga così letale come il fentanyl rispetto a mercati storici, consolidati e ultra-redditizi come quello della cocaina?


Come sempre accade per le mafie, per una pura logica di costi, benefici e logistica militare. Le mafie oggi ragionano come multinazionali guidate da esperti finanziari e chimici. Produrre cocaina o eroina richiede il controllo d’immensi territori agricoli in Sudamerica o in Asia, legami con i coltivatori, tempi di raccolto e rotte di spedizione transoceaniche vulnerabili ai controlli doganali. Il fentanyl azzera questi problemi. Essendo una sostanza di sintesi, non ha bisogno di piantagioni. Si produce in piccoli laboratori clandestini urbani stoccando precursori chimici spesso legali o facilmente camuffabili. Le quantità necessarie per generare profitti miliardari sono infinitesimali se paragonate alla cocaina. Poche centinaia di grammi di fentanyl puro bastano a tagliare tonnellate di altre sostanze o a produrre milioni di pillole contraffatte. Meno volume significa facilità di trasporto, di occultamento e rischi di sequestro ridotti al minimo.

Qual è il ruolo dei narcos internazionali e come si collocano le organizzazioni criminali italiane in questa filiera?

Siamo all’interno di un network transnazionale perfettamente funzionante. I principali produttori dei precursori chimici base sono in Cina e in altri paesi asiatici, dove la regolamentazione industriale su determinate molecole è aggirabile. Da lì, i carichi viaggiano verso i cartelli messicani — come il Cartello di Sinaloa e il Cartello di Jalisco Nuova Generazione — che hanno industrializzato la sintesi del prodotto finito. Le mafie italiane, in particolare la ‘ndrangheta per via della sua leadership globale nel narcotraffico, agiscono da broker globali. Non si sporcano quasi mai le mani con la produzione primaria ma preferiscono gestire la logistica di alto livello, i canali di riciclaggio del denaro e le grandi reti di distribuzione all’ingrosso in Europa. Esiste una vera e propria sinergia commerciale tra cartelli messicani e clan italiani: i primi forniscono la materia prima sintetica o il know-how per produrla, i secondi aprono le porte dei mercati europei. Chi pensa che l’Europa non sia coinvolta commette un gravissimo errore di valutazione.

Un aspetto inquietante del fentanyl è il suo utilizzo come agente da taglio per altre droghe. Perché spacciare un veleno così potente a consumatori ignari?

Questo è l’aspetto più spietato e speculativo. Il fentanyl è inserito all’insaputa dei consumatori nell’eroina, nella cocaina, nelle droghe sintetiche come l’MDMA, e persino in finte pillole di farmaci da prescrizione come l’ossicodone o lo xanax. Il motivo è duplice. Primo, crea una dipendenza fulminea e violentissima, legando indissolubilmente il cliente allo spacciatore. Secondo, aumenta a dismisura il margine di profitto: una partita di cocaina di scarsa qualità, se “corretta” con pochissimi microgrammi di fentanyl, torna ad avere un effetto potentissimo sul consumatore, permettendo alla mafia di venderla a prezzo pieno pur avendo abbattuto i costi di approvvigionamento. Il problema è che il margine di errore nel dosaggio chimico è millimetrico: basta una frazione di milligrammo in più per causare il blocco respiratorio e la morte.


Come si contrasta un fenomeno criminale che viaggia in flaconi microscopici e si muove nello spazio digitale?

Le vecchie strategie di contrasto basate sul controllo dei confini fisici e sui grandi sequestri stradali sono insufficienti di fronte alla chimica sintetica. Oggi il fentanyl viaggia spesso in piccoli plichi postali ordinati sul dark web e pagati in criptovalute, rendendo la tracciabilità finanziaria tradizionale obsoleta. Per combattere questa minaccia servono nuovi strumenti e strategie di contrasto. L’utilizzo d’intelligence tecnologica e doganale avanzata diventa fondamentale. Occorre potenziare lo screening dei micro-pacchi nei nodi logistici aeroportuali attraverso scanner molecolari di nuova generazione. Indispensabile è la cooperazione internazionale soprattutto sui precursori. Bisogna stringere accordi vincolanti e sanzionatori con i paesi produttori delle materie prime chimiche industriali per impedirne la deviazione verso i mercati illegali. La formazione degli operatori del settore e la prevenzione sanitaria non sono più prorogabili. Occorre equipaggiare capillarmente le forze dell’ordine e gli operatori di strada con il naloxone (l’antidoto per l’overdose da oppioidi) e avviare campagne informative nelle scuole. Dobbiamo togliere mercato alle mafie informando i giovani che una singola pillola comprata sul web può essere letale.

Un’ultima domanda. Che cosa pensa del recente furto di ottanta fiale di fentanyl dalla farmacia dell’Ospedale Israelitico di Roma?

Se corrisponde al vero che la cassaforte era intatta e non presentava segni di effrazione, allora chi ha agito aveva le chiavi, conosceva la combinazione e i codici che erano in uso a più dipendenti della struttura. Le ipotesi plausibili sono varie. Potrebbe trattarsi di un furto su commissione da parte della criminalità organizzata, oppure, un furto interno, o ancora l’uso personale. Delle tre ipotesi io propendo per il furto su commissione. Le piazze di spaccio romane e le reti criminali che controllano il narcotraffico guardano con enorme interesse agli oppioidi sintetici, che garantiscono margini di guadagno devastanti rispetto alle droghe tradizionali. Sono varie le cosche mafiose strutturate che potrebbero aver pianificato il colpo ingaggiando un basista o studiando i turni del personale per sottrarre le chiavi in un momento di distrazione. Le fiale potrebbero essere destinate al mercato locale per tagliare altre sostanze (come l’eroina o la cocaina) aumentando l’effetto di dipendenza nei consumatori. Il fentanyl farmaceutico rubato, essendo puro e tracciato (e quindi non proveniente da laboratori clandestini esteri grezzi), ha un valore “premium” nel mercato digitale. I farmaci potrebbero essere già stati inseriti in circuiti di vendita criptati sul dark web, pronti per essere spediti in Italia o all’estero. Questo rende il tracciamento del denaro e della sostanza molto complesso per le forze dell’ordine. Credo che, dopo questo episodio, debba essere immediatamente disposta una stretta sui protocolli di custodia in tutti gli ospedali d’Italia.

Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.



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