Paraguay, la repubblica di terra rossa nel cuore del Sudamerica


Il Paraguay è, insieme alla Bolivia, uno dei due soli Stati sudamericani privi di sbocco sul mare. Circondato da Brasile, Argentina e Bolivia, occupa poco meno di 407.000 chilometri quadrati nel cuore del continente, attraversato da nord a sud dal fiume che gli dà il nome e che lo divide in due regioni fisicamente e culturalmente distinte: a est la Región Oriental, fertile, collinare e densamente popolata, dove si concentra oltre il 95 per cento degli abitanti; a ovest il Chaco, un’immensa pianura semiarida che copre circa il 60 per cento del territorio nazionale ma ospita solo una minoranza della popolazione, in gran parte comunità indigene e coloni mennoniti.

Questa condizione di doppio isolamento, geografico e storico, ha segnato profondamente la traiettoria del Paese. Per gran parte del Novecento il Paraguay è rimasto ai margini dell’attenzione internazionale, schiacciato tra i due giganti regionali, Brasile e Argentina, con cui ha intrattenuto rapporti spesso tesi fin dal XIX secolo.

La guerra che dimezzò una nazione

La storia paraguaiana moderna è segnata in profondità dalla Guerra della Triplice Alleanza (1864-1870), il conflitto più devastante mai combattuto in Sudamerica, che vide il Paraguay opposto alla coalizione di Brasile, Argentina e Uruguay. Il bilancio fu catastrofico: le stime più accreditate parlano di una perdita compresa tra il 60 e il 70 per cento della popolazione paraguaiana, con una sproporzione tale tra i sessi che, nel dopoguerra, le donne arrivarono a rappresentare la larghissima maggioranza degli adulti superstiti. La memoria di quella guerra, insieme a quella successiva del Chaco contro la Bolivia (1932-1935, vinta dal Paraguay), resta un elemento identitario centrale, spesso richiamato nella retorica pubblica come prova della capacità di resistenza del popolo paraguaiano.


Il Novecento politico paraguaiano è tuttavia dominato da un solo nome: Alfredo Stroessner, generale che prese il potere con un colpo di Stato nel 1954 e lo mantenne per trentacinque anni, fino al 1989, in quella che resta una delle dittature più longeve della storia latinoamericana. Il regime combinò repressione sistematica del dissenso, un partito unico di fatto — l’Asociación Nacional Republicana, meglio nota come Partido Colorado — e una parziale modernizzazione economica legata a grandi opere infrastrutturali, prima fra tutte la diga idroelettrica di Itaipú, costruita in condominio con il Brasile e tuttora una delle maggiori centrali idroelettriche del pianeta.

«Il Partito Colorado ha mantenuto sei decenni di egemonia politica, interrotti soltanto dalla parentesi di Fernando Lugo tra il 2008 e il 2012.»

Dopo la caduta di Stroessner, il Paraguay ha intrapreso una transizione democratica che si è rivelata più duratura di quanto molti osservatori regionali avessero previsto, pur restando segnata da un’evidente continuità di potere: il Partito Colorado, salvo la breve parentesi del vescovo progressista Fernando Lugo tra il 2008 e il 2012, ha di fatto governato il Paese ininterrottamente da metà degli anni Cinquanta a oggi. L’attuale presidente, l’economista Santiago Peña, in carica dall’agosto 2023, ha impresso all’esecutivo una linea di forte allineamento con Washington — culminata in accordi di cooperazione militare e in un patto sui richiedenti asilo come Paese terzo sicuro — oltre che con Israele, dove nel dicembre 2024 ha inaugurato personalmente il trasferimento dell’ambasciata paraguaiana a Gerusalemme, e con Taiwan, di cui il Paraguay è oggi uno dei pochissimi alleati diplomatici rimasti in Sudamerica.

Una popolazione giovane, in gran parte bilingue

Secondo il censimento nazionale del 2022, la popolazione paraguaiana ammonta a poco più di sei milioni di abitanti, una cifra sensibilmente inferiore alle stime precedenti, che si aggiravano intorno ai sette milioni e mezzo; le proiezioni delle Nazioni Unite per il 2026 collocano invece la popolazione totale intorno ai 7,1 milioni, un divario che riflette le persistenti incertezze metodologiche sui dati demografici del Paese. Circa un terzo della popolazione risiede nel Departamento Central, l’area che comprende la capitale Asunción e la sua conurbazione, mentre la sola Asunción conta approssimativamente mezzo milione di abitanti nel perimetro municipale. Si tratta di una popolazione relativamente giovane, con un’età media intorno ai ventisette anni, e sempre più urbanizzata: oltre due terzi dei paraguaiani vivono oggi in contesti urbani, a fronte di una tradizione storicamente rurale.


Il tratto demografico più distintivo del Paraguay resta tuttavia il suo bilinguismo diffuso. Accanto allo spagnolo, il guaraní — lingua delle popolazioni indigene precoloniali — conserva lo status di lingua co-ufficiale ed è parlato, con vari gradi di competenza, dalla grande maggioranza della popolazione, comprese le famiglie di origine europea. È un caso pressoché unico nel continente: in nessun altro Paese sudamericano una lingua indigena ha mantenuto un radicamento sociale così trasversale, al punto che il jopará — la forma mista di spagnolo e guaraní parlata nella vita quotidiana — costituisce di fatto il registro linguistico più diffuso nelle conversazioni informali.

Le comunità indigene in senso stretto, appartenenti a diciannove popoli distinti, rappresentano invece una quota minoritaria della popolazione, censita nel 2022 in circa 140.000 persone, concentrate soprattutto nella regione del Chaco. A questa componente si affianca un mosaico di minoranze di insediamento più recente, tra cui spiccano le comunità mennonite di lingua tedesca stabilitesi nel Chaco a partire dagli anni Venti del Novecento, oggi protagoniste di un settore agroindustriale — in particolare lattiero-caseario — di rilievo nazionale, e comunità di origine giapponese, brasiliana, coreana e mediorientale.

Cultura popolare tra arpa, mate e artigianato

La cultura paraguaiana contemporanea si costruisce in larga parte sull’intreccio tra eredità guaraní e tradizione ispanica, un sincretismo che affonda le radici nelle missioni gesuitiche del XVII e XVIII secolo, le celebri riducciones che organizzarono le comunità indigene in villaggi-stato semi-autonomi fino all’espulsione dell’ordine nel 1767: le rovine di Trinidad e Jesús, oggi patrimonio dell’umanità dell’Unesco, restano la testimonianza materiale più visibile di quell’esperienza.

Sul piano musicale, l’arpa paraguaiana è l’emblema più riconoscibile del Paese, strumento centrale della polca paraguaya e della guarania, genere malinconico creato negli anni Venti dal compositore José Asunción Flores. Nell’artigianato, il ñandutí — merletto a disegni raggiati di origine spagnola ma rielaborato con tecniche locali, prodotto soprattutto nella cittadina di Itauguá — è probabilmente il manufatto più identificato con l’identità nazionale, insieme ai tessuti in ao po’i e agli oggetti in filigrana d’argento e oro. Nella vita quotidiana, il consumo di tereré — l’infuso di erba mate servito freddo, spesso condiviso in gruppo con una cannuccia metallica, la bombilla — costituisce un vero e proprio rito sociale, diffuso a ogni livello della società e praticato a qualunque ora del giorno.


Sul piano sportivo, il calcio resta la passione nazionale incontrastata: la nazionale, soprannominata Albirroja, ha raggiunto gli ottavi di finale ai Mondiali del 2026 negli Stati Uniti, eliminata di misura dalla Francia, un risultato accolto con orgoglio diffuso e ampiamente celebrato dallo stesso presidente Peña.

Un’economia in crescita, tra dipendenza e squilibri

Sul piano economico, il Paraguay ha attraversato negli ultimi anni una fase di crescita robusta, trainata dal settore agroesportatore — soia, carne bovina ed energia elettrica in primis — e da un contesto di stabilità macroeconomica che il governo Peña rivendica come motivo di orgoglio nazionale, con un’espansione del prodotto interno lordo superiore al 6 per cento nel 2025, la più alta degli ultimi dodici anni. Il Paese resta tuttavia segnato da forti diseguaglianze territoriali e sociali, da un’informalità del lavoro diffusa e da una dipendenza strutturale dalle materie prime agricole, oltre che dai proventi della centrale di Itaipú, la cui gestione condivisa con il Brasile è tuttora oggetto di negoziati bilaterali sull’assetto tariffario e finanziario dell’accordo.

un paese piccolo, una postura crescente

Se per gran parte del Novecento il Paraguay è stato percepito, anche da sé stesso, come una periferia silenziosa del Sudamerica, l’attuale fase politica sembra segnata dal tentativo di ritagliarsi un ruolo più visibile sullo scacchiere regionale e internazionale, puntando su un allineamento esplicito con gli Stati Uniti, su un profilo economico da vetrina liberista — elogiato pubblicamente anche dal presidente argentino Javier Milei — e sulla difesa di alleanze diplomatiche, come quella con Taiwan, ormai rare nel continente. Resta da vedere se questa strategia di «allineamento asimmetrico», come è stata definita da alcuni analisti, riuscirà a tradursi in benefici concreti e duraturi per una popolazione che, dietro i dati macroeconomici in crescita, continua a misurarsi con diseguaglianze profonde e con un sistema politico ancora largamente dominato da un solo partito.





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 Gabriele Mezzacapo

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