Un accordo svelato da Statewatch rivela come sia affidata alla missione Irini la realizzazione di una centrale marittima sulla costa cirenaica che sarà gestita dalle forze locali del generale. Sullo sfondo, poi, anche Ankara rafforza i rapporti con gli Haftar per blindare i propri interessi energetici e strategici
Giorgia Meloni con Khalifa Haftar. Credito: governo italiano
Statewatch – organizzazione di giornalismo investigativo specializzata nel monitoraggio delle istituzioni europee – ha pubblicato un documento riservato in cui si rivela come l’Unione europea abbia siglato un accordo, per nulla pubblicizzato con le forze militari di Khalifa Haftar della Libia orientale. Accordo finalizzato a bloccare i migranti nel Mediterraneo. Un patto sottoscritto con quello stesso Haftar che meno di un anno fa aveva umiliato una delegazione di ministri europei espellendoli dal suo territorio.
Ruolo operazione Irini
Il documento, datato 20 maggio 2026, è un “accordo tecnico” tra la missione navale dell’Ue Operazione Irini e le “istituzioni libiche responsabili dell’applicazione della legge e delle operazioni di ricerca e salvataggio in mare”. In parole povere: le forze armate dell’uomo forte di Bengasi.
Supporto in formazione…
Il patto prevede il rafforzamento delle capacità e la formazione delle autorità costiere con sede nel nordest della Libia. Di fatto l’Ue fornirà supporto materiale per ampliare la capacità delle forze libiche di intercettare, respingere e detenere le persone che tentano di lasciare la Libia per l’Europa.
…e costruzione di un centro di coordinamento marittimo
Prevede formazione militare e la costruzione di un centro regionale di coordinamento marittimo (MRCC) con sede nella città costiera della Cirenaica.
Non si tratta di una svolta improvvisa. Già a gennaio 2026, il giornalista tedesco Matthias Monroy aveva rivelato i piani per un MRCC finanziato con fondi europei a Bengasi. E funzionari di Irini avevano già informato gli ambasciatori Ue in Libia sui progressi del progetto nelle settimane precedenti la pubblicazione del documento.
Un accordo che vale più di un riconoscimento diplomatico
La posta in gioco è alta. Un MRCC non è soltanto un edificio con antenne e schermi radar. In base alle convenzioni marittime internazionali, il centro che controlla una zona di ricerca e soccorso ha l’autorità, de facto, su quella porzione di mare. Chiunque avvisti un’imbarcazione in difficoltà in quell’area è tenuto a contattarlo e a seguirne le istruzioni.
Haftar controlla porzione di Mediterraneo
Costruire un MRCC a Bengasi significa consegnare alle forze di Haftar il controllo legale di una vasta porzione del Mediterraneo centrale, quella dove i migranti che partono dalla Libia orientale cercano di raggiungere Creta o Gavdos.
Significa dare a un generale, non riconosciuto diplomaticamente dall’Ue, il potere di decidere chi viene soccorso e chi viene respinto, ma con la copertura procedurale delle convenzioni internazionali.
I finanziamenti
L’accordo non menziona cifre, ma rimanda a possibili finanziamenti aggiuntivi da parte dei singoli stati membri. Il Parlamento europeo ha già sollevato la questione: una domanda parlamentare del gennaio 2026 ha rivelato che su 30 militari libici già addestrati da Irini a Taranto, 15 provenivano dalla Libia orientale. Non da una guardia costiera statale, ma da milizie come la Brigata Tariq bin Sijad, subordinata all’Esercito nazionale libico di Haftar.
Luglio 2025: l’umiliazione
Per capire fino in fondo il paradosso di questo accordo, bisogna tornare a dieci mesi prima. All’8 luglio 2025. All’aeroporto di Benina, Bengasi.
Un aereo atterra con a bordo una delegazione di altissimo livello: il commissario europeo per le migrazioni Magnus Brunner, il ministro dell’interno italiano Matteo Piantedosi, i suoi omologhi greco e maltese. Vengono da Tripoli, dove hanno appena incontrato il governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu guidato da Abdul Hamid Dbeibeh. A Bengasi avrebbero dovuto incontrare Haftar.
No fotografi e stampa
Non ci sono mai arrivati a quell’incontro. La dinamica più accreditata dell’incidente è che, all’arrivo a Bengasi, l’ambasciatore Ue in Libia Nicola Orlando abbia avuto uno scambio teso con la delegazione libica che li attendeva in aeroporto. Avrebbe espresso commenti poco graditi sulla composizione del gruppo locale e sulla presenza di fotografi e telecamere.
Incontri solo con Haftar
Il nodo era politico, non protocollare. Brunner aveva un mandato preciso dalla Commissione: incontrare Haftar esclusivamente nella sua veste di comandante militare, non come capo di un governo rivale. Haftar, al contrario, voleva che al tavolo sedessero anche i ministri del premier Osama Saad Hammad, e che tutto venisse fotografato e filmato.
Un riconoscimento politico in forma di immagini. La delegazione europea si rifiutò. Hammad firmò il comunicato di espulsione.
Una mancata legittimazione
C’era anche una questione formale a complicare le cose: un precedente decreto dello stesso Hammad vietava qualsiasi attività diplomatica sul territorio della Cirenaica non preventivamente autorizzata dal suo governo. La realtà è che Haftar voleva la legittimazione che l’Europa non era disposta a concedergli apertamente. E il generale aveva deciso di fargliela pagare.
Dieci mesi dopo: l’accordo firmato
Dopo dieci mesi da quella scena, l’accordo tecnico tra Irini e le forze libiche orientali cancella lo sgarbo diplomatico. Il riconoscimento formale non c’è ancora. Ma quello operativo è arrivato lo stesso.
L’Ue ha scelto la strada che conosce meglio: l’esternalizzazione silenziosa. La stessa applicata con la Turchia nel 2016, con la Libia occidentale dal 2017, con la Tunisia nel 2023.
Il gioco turco: carota, bastone e Haftar
L’accordo europeo con Bengasi si inserisce in uno scacchiere più ampio, dove un altro attore sta muovendo le sue pedine con altrettanta spregiudicatezza. La Turchia, che da anni sostiene il governo di Tripoli, ha recentemente deciso di aprire anche verso Haftar.
A maggio 2026, per la prima volta nella storia, i due eserciti rivali libici (dell’est e dell’ovest) hanno partecipato insieme alle esercitazioni militari turche Efes 2026 sotto un’unica bandiera: 331 militari della Libia orientale e 177 di quella occidentale, fianco a fianco.
Memorandum con Tripoli
Il motivo è prosaico. Ankara ha bisogno del consenso di Haftar per far rispettare il memorandum del 2019 sulla zona economica esclusiva nelle acque libiche. Un accordo che interessa soprattutto la costa orientale. Per questo Ankara ha bisogno del sostegno della famiglia Haftar. Famiglia che può garantire due cose fondamentali: la ratifica parlamentare, dato che il parlamento è controllato da loro, e il fatto che la parte di costa coinvolta sia quella orientale.
I no di Haftar
Ma il corteggiamento non è stato indolore. Per buona parte del 2025 Ankara ha cercato di ingraziarsi Haftar senza risultati, mentre il generale continuava a fornire supporto alle Forze di Supporto Rapido sudanesi attraverso basi nel sud dell’Egitto.
La Turchia, poi, ha cambiato tono: ad aprile 2026 ha consegnato nuovi droni militari all’esercito di Haftar, dopo mesi di pressioni diplomatiche sempre più esplicite.
Una famiglia che non si può ignorare
La famiglia Haftar diventa sempre più un’interlocutrice obbligata. E non solo in Libia. L’Europa lo sa, la Turchia lo sa, e lo sanno anche i migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo su barche di fortuna.
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gianniballarini
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