Democrazia governante e garantismo: irrinunciabili priorità di Libertà Eguale


di Stefano Ceccanti

Relazione introduttiva al seminario del 22 maggio 2026

 

Tesi 1 – Le istituzioni sono un bene comune e lo è il loro aggiornamento

Il referendum ha dimostrato che le riforme costituzionali votate in Parlamento solo dalla maggioranza non sono fattibili giacché la maggioranza parlamentare è spesso sovrarappresentata dai sistemi elettorali e nel referendum finale tendono a sommarsi tutti i gruppi di opposizione spostando l’oggetto ad un voto pro-contro Governo in cui la somma delle opposizioni parte in vantaggio, a prescindere dal merito.

Eppure riforme condivise servirebbero, c’è un’effettiva esigenza di aggiornamento istituzionale che dava ad esempio per pacifica la Tesi 1 dell’Ulivo del 1996 che si intitolava ”Un patto da riscrivere insieme”, e bisognerebbe avere la capacità di distinguere nettamente questo terreno da quelle delle scelte politiche relative al programma del Governo e a quelli alternativi delle opposizioni su cui la collocazione alternativa è appunto la norma. Se non sono auspicabili o comunque se non sono possibili riforme a maggioranza, dato che l’esigenza di aggiornamento è reale, c’è quindi un dovere di dialogo su di esse.

Il mancato aggiornamento della Seconda Parte della Costituzione nelle parti in cui essa è datata non lascia infatti le cose come stanno, ma ne riduce il rendimento perché è fatale la ricerca di vie d’uscita anomale e patologiche in assenza di quelle normali e fisiologiche. Basti pensare al monocameralismo alternato che ha finito per imporsi al posto del datato bicameralismo ripetitivo e in alternativa a un bicameralismo differenziato secondo la normalità europea. Su questo rinvio tutti al bel libro di Antonio Polito dal titolo provocatorio “La Costituzione non è di sinistra” (Silvio Berlusconi editore), che è peraltro complementare a quello di imminente uscita di Peppino Calderisi “Storia di una riforma mai nata. Quarant’anni di vani tentativi per rinnovare le istituzioni” edito da Rubbettino. Senza riconoscimento reciproco, senza la rinuncia alla delegittimazione reciproca, non c’è futuro rispetto alla tendenza di una democrazia a basso rendimento. Non si capisce perché ciò sia stato possibile durante la Guerra Fredda e non lo sia oggi.

 

Tesi 2 – Le nostre due irrinunciabili priorità: democrazia governante e garantismo

L’identità di Libertà Eguale nel centrosinistra si è sempre definita non per le appartenenze pregresse, e neanche per quelle odierne, ma intorno a due opzioni di fondo.

La prima è quella per regole elettorali e istituzionali basate sulla democrazia governante, da un rapporto stringente tra consenso, potere e responsabilità, ossia tra cittadini elettori, maggioranza parlamentare e Governo. Il riformismo non si sviluppa in modo coerente con intrighi di palazzo, trasformismi parlamentari, imprevedibilità e breve durata degli assetti di Governo. Se l’orizzonte è quello delineato da Draghi e Fabbrini col federalismo europeo pragmatico e i cerchi concentrici solo una democrazia governante in Italia è in grado di farci inserire nel gruppo di testa dell’integrazione.

La seconda è quella del garantismo, del prendere sul serio l’equilibrio interno all’ordine giudiziario, tra le due parti di chi accusa e di chi difende, nella consapevolezza che la mentalità del processo inquisitorio è dura a morire e che si perpetua in tante norme e in tante mentalità.

Per noi sono due scelte inscindibili. Nel rispetto del garantismo matura un’alternatività tra coalizioni che rappresentano verità parziali e che non pretendono ciascuna di rappresentare il monopolio del bene, della giustizia e dell’onestà. Nella valorizzazione del ruolo del cittadino elettore nello scegliere rappresentanti e governanti matura anche un reale equilibrio tra i poteri a servizio del cittadino medesimo.

Ciò non significa che non siamo disponibili a collaborazioni puntuali sul garantismo anche con alcuni che possano essere legati a visioni più tradizionalistiche e secondo noi oligarchiche del rapporto tra cittadino e governo o con altri che siano sensibili al bipolarismo e più perplessi sul garantismo perché eccessivamente preoccupati di alcune emergenze che porterebbero a ridurre le garanzie del giusto processo. Così come su entrambi i terreni, ferma la nostra stabile collocazione nel centrosinistra, siamo disponibili a collaborare anche con chi si colloca nello schieramento avversario o con chi pensa di dover negare importanza al bipolarismo e alle garanzie di linearità che esso comporta.

 

Tesi 3 – Le condizioni rigorose per una riforma elettorale equilibrata senza cadere in regressioni proporzionalistiche oligarchiche e una postilla sulla positività delle primarie

Sul punto specifico della legge elettorale abbiamo detto la nostra con un documento della Presidenza e con le audizioni di Fasano e mia. Forte anche la sintonia con altre audizioni, a partire da D’Alimonte e Clementi.

Al termine del ciclo di audizioni ripetiamo le nostre convinzioni. Esiste una ragione oggettiva di evitare scenari di incertezza con un Parlamento senza maggioranza o con maggioranze debolissime, che rischiano di portare o a elezioni ripetute o ad assetti non comprensibili per gli elettori subito dopo il voto, facendone avvertire l’irrilevanza e stimolando l’astensione o il voto a forze estreme escluse. Nel contesto dato, in questa fase, in cui non si dibatte su un sistema astrattamente preferibile ma sul testo base della maggioranza, ciò comporta un sì a un premio di maggioranza nazionale in entrambe le Camere secondo le chiare indicazioni della giurisprudenza costituzionale: soglia non inferiore al 40% (ma volendo anche più vicina al 50 con ballottaggio in caso di mancato raggiungimento), premio con tetto massimo intorno al 55% per tenere al riparo le istituzioni di garanzia (leggermente più alto al Senato per tenere conto dei senatori a vita), coordinamento dei risultati tra Camera e Senato. Sulla scelta dei rappresentanti scegliere l’uninominale-proporzionale che è ben compatibile col premio come nella legge provinciale del 1993, sfuggendo all’alternativa tra liste bloccate e preferenze.

Va quindi fatta una postilla sulle primarie. Chi come noi critica la riforma da un punto di vista di democrazia governante equilibrata (e non dal punto di vista che rischia la regressione proporzionalistica e oligarchica che vorrebbe escludere gli elettori dalla scelta del Governo) e dà sostanzialmente come dato politico altamente prevedibile l’approvazione del testo attuale più o, meno emendato, nel contesto dato non può che guardare con simpatia alla scelta delle primarie per l’indicazione del candidato premier, al di là che essa sia o meno prevista nella nuova legge elettorale. E’ ancora attuale la norma dello Statuto del Pd che apre a tale soluzione e che prevede la possibilità, stante il carattere pluralista del partito, di candidature ulteriori rispetto a quella di chi si trova ricoprire la carica di segretario. Ovviamente, stante l’ampiezza della coalizione, con un sistema a doppio turno, esattamente come nel modello praticato per le elezioni del 2013.

Faccio qui qualche postilla politica connessa con queste riflessioni. In sintonia con queste posizioni istituzionali, sui fattori costitutivi della dinamica politica, su quelli condizionanti, ossia sul sistema dei partiti (è una nota distinzione di Giuliano Amato) abbiamo sempre visto con favore la ricomposizione delle forze politiche secondo una logica bipolare. Più o meno ad ogni elezione, dal 1994 al 2022, spesso con le migliori intenzioni soggettive, si sono presentati terzi poli, spesso sulla base dell’idea che i due maggiori fossero estremi, col tentativo di moderarli dopo il voto, nella speranza di essere decisivi per formare un Governo. Quasi sempre questi tentativi hanno in realtà prodotto una rilevante eterogenesi dei fini: i terzi poli non sono stati determinanti dopo il voto e la sottrazione delle loro energie moderatrici ai poli maggiori ha finito per estremizzare questi ultimi più di quanto già essi non fossero tendenti agli estremi. Il terzopolismo non sembra quindi essere un’alternativa alla radicalizzazione, anzi sembra rafforzarla: per questo, non da oggi, non lo condividiamo. Altra cosa è invece la ricerca dentro ciascuno dei poli maggiori della ricerca di contenuti e strumenti per rendere più efficace una visione riformista e non massimalista su cui, specie nel campo a cui apparteniamo, esistono oggi ipotesi diverse, anche tra i nostri aderenti, sulla base di una insoddisfazione di fondo rispetto al panorama odierno. Non è nostro compito dare indicazioni univoche; segnaliamo però che questa ricerca libera e plurale di assetti più convincenti deve avvenire sulla base di una omogeneità di contenuti programmatici e non di appartenenze politiche e culturali precedenti a partire dalle discriminanti effettive di tipo europeo e internazionali, dal federalismo pragmatico alle nuove esigenze di difesa senza cedimenti a pacifismi astratti o a massimalisti etici. Coalizioni non fondate su una comune scelta europeistica e di politica estera sarebbero a fortissimo rischio di esplosione dopo il voto.

 

Tesi 4 Proposte pratiche per un garantismo a Costituzione invariata

Sul risultato referendario ha inciso la volontà di colpire il Governo pur da parte di molti coloro che nel merito considerano da completare la riforma del processo accusatorio. In misura minore ha inciso anche la posizione di chi considera questa scelta giusta purché non vada a toccare la Costituzione.

Se questo è, non si capirebbero in nome del risultato referendario scelte regressive come il ritorno a forme di intercettazioni a strascico o una eventuale maggiore timidezza del Parlamento nel difendere le prerogative dei parlamentari, ben difese dalla Corte costituzionale, come nei casi Esposito e Renzi. Si tratta di difendere queste prerogative in nome della funzione che hanno i parlamentari, rappresentanti dei loro elettori.

Ma oltre a evitare di andare indietro propiniamo qui alcune riforme a Costituzione invariata.

1- Moltissime critiche sono state rivolte al sorteggio e non erano affatto infondate. Abbiamo più volte detto che preferivamo i collegi uninominali per l’elezione i tutti i membri togati. Rilanciamo la proposta.

2- Nella campagna referendaria da parte di molti si è sostenuto che la divisione in due sezioni di un unico Csm, fattibile con legge ordinaria, suddividendo le competenze da lasciare all’organismo unitario e quelle da affidare alle due sezioni distinte sarebbe stata una soluzione più equilibrata rispetto alla divisione secca. Perché non rilanciarla valutando bene i dettagli e gli equilibri?

3- Nella medesima campagna molti hanno sostenuto che i numeri eccessivi di accettazione delle richieste dei pm da parte di gip e gup costituissero la spia di uno squilibrio effettivo ma da risolvere solo con norme ordinarie, in grado di dare, anche sul piano organizzativo, maggiori capacità di valutazione autonoma a gip e gup. E’ possibile lavorare su questo terreno, evitando anzitutto di rinunciare al gip collegiale sulla base di difficoltà organizzative reali ma che vanno affrontate senza rinunciare a tale scelta?

4- Sulla presunzione di innocenza dei singoli cittadini a suo tempo la legge Pecorella aveva sancito, a determinate condizioni, la non appellabilità dei giudizi di assoluzione. La successiva sentenza della Corte costituzionale l’ha ridotta in modo molto consistente, ma con argomenti tali che non impediscono diverse formulazioni più restrittive di quella giusta scelta. E’ possibile confrontarsi su questo?

5- Rispetto alla efficacia della funzione disciplinare, all’equilibrio tra poteri e ai diritti dei cittadini è possibile costruire un sistema di segnalazione automatica al Procuratore generale della Cassazione per i casi che derivino da sentenze della Corte costituzionale relative a conflitti di attribuzione in cui sia evidente un fumus persecutionis e per quelli che derivino da questioni incidentali che rivelino gravi colpe e negligenze?  Sempre sulle questioni disciplinari è possibile restringere la portata della scriminante della scarsa rilevanza della condotta illecita che porta spesso a chiudere questioni che meriterebbero almeno una censura? E’ possibile rendere più accessibile la procedura ‘pre-disciplinare’ sino ad oggi riservata alla Procura Generale della Cassazione?

6- Si potrebbe prevedere che la procura generale dia notizia al Ministro della Giustizia sulle archiviazioni in sede pre disciplinare in modo che il Ministro, unico titolare dell’azione disciplinare previsto dalla Costituzione, la possa eventualmente esercitare  in via surrogatoria

7- Sempre in relazione all’equilibrio tra poteri è possibile dar seguito in modo ponderato e attento alla responsabilizzazione del Parlamento, preannunciata dalla riforma Cartabia, sulle priorità nell’esercizio dell’azione penale?

8- E’ importante l’approvazione della cosiddetta delibera anti-gogna nel prossimo plenum del Csm sulla comunicazione istituzionale delle procure in modo da rispettare il diritto alla difesa

9- E’ da riprendere l’idea che il plenum del Csm passi al voto segreto sulle proposte della commissione incarichi in modo da ridurre l’influenza delle correnti.

Sono solo alcune delle proposte per proseguire con l’implementazione del processo accusatorio sul più agevole terreno legislativo. Ci attendiamo sia un aiuto per dettagliarle più puntualmente, ove ritenute fondate, sia per elaborarne altre.

Grazie


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Stefano Ceccanti

Source link

Di