Carlo Petrini ha avuto intuizioni e sogni, alcuni dei quali hanno colto tendenze del futuro. Ma la politica di un mondo globalizzato e caratterizzato dal cambiamento climatico richiede teorie complesse e basate sulla scienza, e scelte difficili e non sempre lineari.
Gianfranco Pellegrino
Carlin Petrini ci sapeva fare soprattutto con gli slogan. “Buono, pulito e giusto”, come slogan di Slow Food e manifesto della sua filosofia del cibo, è inarrivabile. E la sua capacità profetica indubbia.
Petrini collegava la cultura gastronomica alla questione ambientale e alla discussione sulla giustizia distributiva globale quando ancora il nesso non era oggetto, come oggi, di una vera branca di studio – la cosiddetta food ethics – , né erano discusse le interazioni fra produzione del cibo e questioni ambientali globali.
Anche l’idea di “sovranità alimentare”, ripresa dalla Via Campesina, ha avuto talmente tanto successo da finire, con una declinazione lontanissima dall’originario impianto terzomondista dal basso, nel nome del ministero di Lollobrigida, inserendosi nel tentativo della destra al governo di proporre una propria versione di una filosofia politica del cibo e dell’agricoltura.
La lumaca di Slow Food e tutto l’immaginario che l’accompagnava hanno animato non solo un’epoca, un modo di vedere le cose e vivere la vita, ma anche un fiorire di studi sul cibo – tanto è vero che Petrini ha dato vita a Pollenzo a un’università che si concentra su una nuova disciplina, le scienze gastronomiche, dove il cibo viene studiato da vari punti di vista, e in cui insegnano filosofi, semiologi, storici, climatologi, antropologi, agronomi e altri studiosi.
Ora che Petrini ci ha lasciato, è il momento di iniziare a valutare con maggiore distacco la sua filosofia politica, giacché ovviamente chi parla di cibo giusto non può che avere, per quanto le neghi pubblicamente, ambizioni di questo tipo.
Petrin e Slow Food hanno costituito una piattaforma ideologica che si raccoglieva attorno a un’argomentazione che si può sintetizzare così:
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Le scelte individuali e collettive relative al cibo – scelte di produzione, ma anche di consumo – sono soggette a giudizio etico e politico. Bisogna compiere scelte e azioni che promuovano sostenibilità ambientale (‘cibo pulito’) e giustizia (‘cibo giusto’).
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Il cibo prodotto secondo certe modalità – da agricoltura biologica, a chilometro (quasi) zero, in comunità sovrane di produttori – promuove sostenibilità ambientale e giustizia. Quindi,
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Bisogna scegliere (cioè produrre e consumare) questo tipo di cibo.
Le due premesse di questo ragionamento si collocano su livelli diversi. La prima è di natura etica e politica, e si fonda su alcune assunzioni: che la sostenibilità ambientale e la giustizia siano fini buoni, da perseguire tramite scelte individuali oltre che collettive, e che queste scelte siano anche quelle riguardanti la produzione e il consumo del cibo.
Argomentare che la sostenibilità ambientale e la giustizia siano cose buone non è controverso (al netto delle possibili e molteplici interpretazioni di questi ideali). Ma la premessa etica del ragionamento dice anche altro.
Dice, per esempio, che tocca alle scelte individuali, anche quelle relative all’alimentazione, promuovere questi ideali.
Questa è una mossa specifica che sottovaluta, o comunque qualifica, le forme di azione collettiva – le forme tradizionali della politica, cioè le politiche, le leggi, e i corpi tradizionali della politica, cioè i partiti e le associazioni.
Slow Food porta in una sinistra italiana ancora tradizionale l’armamentario dell’attivismo individualista, che adesso ci sembra scontato, ma scontato non era negli anni Novanta. E porta l’attenzione alle scelte di consumo come leva di azione sulla realtà politica.
Slow Food non è anticapitalista, o almeno non lo è nella maniera tradizionale. Né tantomeno è pauperista. Lavora sul consumo e sull’impatto che le scelte dei consumatori possono avere sulla produzione e sulla giustizia distributiva.
Ovviamente, Slow Food e Petrini non dimenticavano gli aspetti legislativi, né quelli collettivi. Ma per la prima volta, almeno dalle nostre parti, partivano da scelte individuali.
Nonostante tutta la retorica sulle comunità e sulle tradizioni locali, nella sua essenza il suggerimento di Slow Food e Petrini si rivolgeva a individui consumatori e riguardava le scelte di consumo.
Non per niente la prima parte dello slogan riguarda il cibo buono – cioè un prodotto di cui si predica la superiore qualità. Si tratta della prima parte dello slogan forse solo in senso cronologico, o per ragioni di efficacia: perché Slow Food nasce dal tentativo di risignificare la tradizione e la cultura gourmet, perché il cibo richiama ovviamente il gusto.
Ma comunque rimane, almeno a livello non consapevole, il legame fra una questione di consumo individuale – il cibo che ci piace, che è più buono, che compriamo – e le questioni di etica dell’ambiente e giustizia.
Viviamo nell’epoca in cui la politica sembra fatta soprattutto di scelte individuali – un’epoca in cui il quotidiano è diventato politico: esprimiamo posizioni politiche scegliendo il cibo da comprare, i vestiti da indossare, il tipo di lingua che parliamo (magari utilizzando lo schwa), e le identità che vogliamo avere e rivendicare (l’analisi migliore è il recentissimo Il quotidiano è politico. L’attivismo individuale oggi, Einaudi, 2026, di Federico Zuolo).
Pensiamo che alle radici di tutto questo stiano i movimenti ambientalisti, e un pizzico di individualismo anni Ottanta.
Fra quelle radici c’è anche Slow Food e la sua filosofia politica.
Ma la parte più rilevante dell’argomentazione è la seconda premessa, quella che collega certe modalità di produzione alla sostenibilità e alla giustizia. Si tratta di una premessa empirica che è stata molto studiata, e su cui agli albori di Slow Food non c’erano i dati che abbiamo a disposizione oggi.
Le cose oggi sono meno ovvie di quanto potesse sembrare allora.
Alcuni studi confermano in parte la posizione di Petrini. Per esempio, alcuni studi recenti suffragano l’idea che l’agricoltura biologica favorisca generalmente biodiversità, impollinatori, fauna agricola e qualità del suolo in misura superiore rispetto all’agricoltura convenzionale.
Secondo altri studi, la diversificazione agricola – rotazioni colturali, policolture, agroforestazione – ha effetti positivi sulla resilienza degli ecosistemi e sulla loro capacità di produrre vari servizi ecosistemici utili per esseri umani e animali.
Da questo punto di vista, Petrini aveva intuito qualcosa che oggi appare sempre più chiaro: l’agricoltura industriale intensiva produce cibo, ma semplifica drasticamente ecosistemi e paesaggi agricoli.
Ma le cose sono meno semplici se si considerano altri dati, per esempio la produttività agricola globale.
Diversi studi continuano a mostrare che il biologico produce mediamente meno per ettaro rispetto all’agricoltura convenzionale, anche se il divario varia molto a seconda delle colture e delle pratiche adottate, e può essere ridotto.
Ci sono due aspetti del problema: in primo luogo, gli scenari futuri sul cambiamento climatico mostrano che frequenze aumentate di siccità e ondate di calore, così come altri eventi climatici estremi, stanno ulteriormente riducendo la produttività agricola globale.
Uno studio pubblicato su Nature nel 2025 stima che ogni grado aggiuntivo di riscaldamento globale riduca la disponibilità alimentare mondiale di circa 120 calorie pro capite al giorno, anche considerando gli adattamenti tecnologici e agricoli. Nell’epoca del cambiamento climatico, nutrire tutti potrebbe diventare un problema.
Inoltre, e questo è il secondo lato del problema, nutrire tutti aumentando la percentuale di cibo derivante dall’agricoltura biologica richiederebbe di destinare più suolo a usi agricoli, togliendo spazio alle foreste, per esempio, o ad altri tipi di ecosistema.
Il che avrebbe effetti sulla biodiversità, ovviamente, ma anche sui cosiddetti magazzini di carbonio: meno alberi e più piante da agricoltura significano meno biossido di carbonio immagazzinato, e quindi più gas climalteranti nell’atmosfera.
Almeno considerando i dati che abbiamo sino ad ora, il quadro complessivo che emerge è questo. Sicuramente, l’agricoltura biologica potrebbe contribuire alla sostenibilità – e quindi alla giustizia.
Ma per farlo, su scala globale, servirebbero una serie di altri cambiamenti, il cui impatto benefico è certificato dai dati della letteratura scientifica più recente: sprecare meno cibo, avere tecnologie migliori per produrlo e distribuirlo senza impatti ambientali, garantire e conservare meglio gli ecosistemi non occupati dall’agricoltura, ridurre il consumo di carne, con ciò riducendo le risorse che gli allevamenti intensivi consumano e le emissioni che producono.
Si noti, a quest’ultimo riguardo, che Petrini non ha abbracciato il veganismo, completo o parziale. Ha difeso produzioni animali tradizionali, allevamenti estensivi, formaggi artigianali, culture pastorali locali.
Il suo obiettivo polemico è stato non il consumo di carne in sé, ma l’industrializzazione del cibo.
Qui viene alla luce il deficit di fondo della filosofia politica di Slow Food. La giustizia e la sostenibilità sono questioni globali e complesse. Anche in un mondo ideale, in cui le catene di produzione e distribuzione del cibo fossero locali – un mondo che comunque non esiste e non è chiaro quanto sia realizzabile –, anche ammettendo che fosse possibile così nutrire tutti, e a un prezzo accettabile, gli impatti ambientali rimarrebbero globali.
Sinché non ci saranno tecnologie che consentano di avere forme di agricoltura biologica con una produttività comparabile a quella dell’agricoltura convenzionale – il che certo non si può escludere, ma non è ancora disponibile –, il cibo completamente pulito, cioè sostenibile, sarà solo un ideale. La lotta fra agricoltura ed ecosistemi non agricoli rimarrà viva, e il bilancio delle emissioni richiederà ragionamenti e bilanciamenti non semplici, non riducibili a formule.
Peraltro, viviamo in un mondo non ideale, in cui molti hanno bisogno di cibo a buon prezzo, e decentemente sano, e le grandi catene della distribuzione sono una realtà difficilmente modificabile, con tutto il loro carico di omologazione, violazioni dei diritti dei lavoratori, attacchi alle culture locali.
Petrini ha avuto intuizioni e sogni, alcuni dei quali hanno colto tendenze del futuro. Ma la politica di un mondo globalizzato e caratterizzato dal cambiamento climatico richiede teorie complesse e basate sulla scienza, e scelte difficili e non sempre lineari.
Petrini ha intuito che il cibo è una questione etica e politica. Ma adesso bisogna produrre teorie politiche della giustizia gastronomica adeguate al mondo in cui viviamo.
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