Nuova condanna a due anni di carcere per l’avvocata e giornalista, diventata l’emblema della repressione del regime di Kais Saied
L’attivista è sotto processo in cinque casi, tutti legati a dichiarazioni rilasciate durante interventi radiofonici o apparse sui media, in cui denunciava il razzismo di stato nei confronti degli immigrati subsahariani e le terribili condizioni per i detenuti nelle carceri tunisine
Manifestazione dell’Ordine degli avvocati davanti al palazzo di giustizia di Rouen (Francia) il 20 giugno 2025 contro la detenzione di Sonia Dahmani in Tunisia
È interessante osservare come i regimi autoritari tendano a trasformare alcune figure pubbliche in capri espiatori della repressione. In Tunisia, questo ruolo è toccato a Sonia Dahmani.
L’avvocata e giornalista sessantenne è stata di nuovo condannata il 25 maggio dal tribunale di primo grado di Tunisi a due anni di carcere. Il reato? Essersi espressa sulle condizioni di detenzione nelle carceri tunisine. I suoi legali hanno immediatamente presentato ricorso contro la sentenza, denunciando “molestie giudiziarie”.
Reato di espressione
In effetti, Dahmani è sotto processo in cinque casi. Tutti legati a dichiarazioni rilasciate durante interventi radiofonici o apparse sui media. Il primo in ordine di tempo risale a maggio 2024, quando agenti in borghese l’arrestarono presso gli uffici dell’Ordine degli avvocati per le sue esternazioni durante un programma televisivo.
“Di quale paese straordinario stiamo parlando, dove i giovani muoiono in mare solo per poterlo lasciare?”, aveva detto Dahmani, riferendosi alla preoccupazione del governo tunisino che persone migranti di origine subsahariana potessero stabilirsi in modo permanente nel paese nordafricano.
Sul punto, nel febbraio 2023 il presidente Kais Saied aveva tenuto un discorso durante una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale dove accusava le persone di origine subsahariana di voler “cambiare la composizione demografica della Tunisia”. Sono state aperte poi altre due indagini sugli interventi di Dahmani che denunciavano l’esistenza di cimiteri e autobus separati per bianchi e neri in Tunisia.
Dopo 18 mesi di detenzione arbitraria, l’avvocata ottiene la libertà condizionale il 27 novembre 2024 dopo una condanna a 8 mesi di carcere pronunciata l’11 settembre.
L’accusa che le veniva mossa era quella di aver diffuso “false informazioni” ai sensi del Decreto-Legge 54: un testo adottato per contrastare i reati informatici, ma che viene sempre di più utilizzato dalle autorità per limitare la libertà di espressione.
Il 13 aprile arriva la nuova sentenza: la Corte d’Appello di Tunisi la condanna a 18 mesi di reclusione per aver sollevato il tema della discriminazione razziale in Tunisia in una trasmissione andata in onda sul canale privato Carthage+. Ancora una volta, è il Decreto-Legge 54 a venire imbracciato.
Il Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (SNJT) aveva protestato contro le molestie giudiziarie, chiedendo la sospensione dell’adozione del testo di legge, finché la Commissione per la legislazione generale del Parlamento non lo avesse revisionato.
Anche la relatrice speciale ONU sulla situazione dei difensori dei diritti umani, Mary Lawlor, si era espressa sulla sentenza, definendola “ingiustificabile”. «Esorto ancora una volta le autorità a ritirare tutte le accuse a suo carico [di Sonia Dahmani, ndr.] relative alla sua pacifica attività a difesa dei diritti umani», scriveva Lawlor su un post Facebook.
L’ultima condanna e le condizioni nei penitenziari
Dopo l’udienza dello scorso 22 maggio, si arriva all’emissione della sentenza di primo grado del 25 maggio che la condanna a due anni di prigione. Questa volta, sarebbero le sue dichiarazioni sulle condizioni igieniche dei penitenziari tunisini sotto accusa. Anche in questo caso, si tratta di affermazioni che risalgono al 2023.
Le condizioni generali che si sperimentano nelle carceri tunisine e di cui la stessa Dahmani è stata testimone sono riportate dall’associazione Taqaatu (Associazione intersezionale per i diritti e le libertà) che ne traccia un quadro chiaro: nel rapporto Behind the walls: report on torture, mistreatment and medical neglect in the Tunisian prison system, l’associazione identifica 21 casi di vittime sottoposte tra il 2015 e il 2025 alla negazione del diritto alle cure mediche, alla violazione della dignità umana e l’integrità fisica.
I detenuti vengono sottoposti a torture e maltrattamenti. Secondo Taqaatu, nel solo luglio 2025 sono stati registrati quattro decessi. A questo si aggiunge lo stato fatiscente degli edifici penitenziari.
Un rapporto della Lega tunisina per i diritti umani, pubblicato nel maggio dell’anno scorso, rivela, inoltre, che l’80% delle strutture non dispone di un sistema di classificazione dei detenuti. Pertanto, le persone in custodia cautelare e le persone condannate si trovano spesso a condividere le stesse celle.
La piattaforma open access Prison Insider ha ricostruito le condizioni di detenzione che ha dovuto sopportare Sonia Dahmani nel carcere femminile di Manouba, a una decina di chilometri dalla capitale: un vecchio edificio risalente al XIX secolo dove, quando piove, si formano macchie di umidità. Le celle sono infestate da ratti e lucertole.
La sorella dell’avvocata, Ramla Dahmani, aveva raccontato: «Queste condizioni causano a mia sorella uno stress tale da averle provocato l’ipertensione». L’ala in cui era detenuta Dahmani era riservata ai prigionieri politici e di coscienza, un reparto di massima sicurezza, fortemente sorvegliato.
In attesa dell’appello, il percorso giudiziario di Dahmani racconta il costo del dissenso nella Tunisia di Saied, dove anche un semplice commento può trasformarsi in un estenuante procedimento penale.
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