L’Rd Congo verso i Mondiali: quarantena e pallone


Prima vittima dell’emergenza ebola: cancellata l’amichevole del 9 giugno con il Cile in Spagna. I Leopardi restano in attesa del via libera per entrare negli Usa, mentre a Kinshasa salta anche il saluto del presidente Tshisekedi

La squadra dei “leopardi” congolesi. Credito: Fmt

Doveva essere il mese dell’attesa, delle bandiere e dell’orgoglio nazionale. Invece, per la Repubblica democratica del Congo, la strada verso il Mondiale di calcio passa da quarantene, aeroporti sorvegliati e da un ritiro cancellato a Kinshasa. Il ritorno dei Leopardi sulla scena più grande del calcio rischia di essere oscurato da un nemico invisibile: ebola.

Le prime conseguenze si sono viste il 2 giugno: Il sindaco di La Línea de la Concepción, un comune nel sud della Spagna vicino a Gibilterra, ha annunciato la cancellazione dell’amichevole in programma per il 9 giugno tra le nazionali di Cile e Repubblica democratica del Congo.

La partita si sarebbe dovuta disputare nello stadio comunale nell’ambito della preparazione delle squadre per i Mondiali del 2026.

Una variante per la quale non ci sono vaccini 

A poche settimane dal torneo il focolaio scoppiato nell’est del paese africano ha provocato una serie di misure straordinarie, alimentando polemiche diplomatiche, timori sportivi e interrogativi sanitari.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità il nuovo focolaio di ebola rappresenta una delle emergenze più preoccupanti degli ultimi anni.

La variante Bundibugyo, per la quale non esistono ancora vaccini o cure specifiche approvate, ha spinto Washington ad adottare protocolli rigidissimi per impedire l’ingresso del virus sul territorio americano.

La questione è esplosa quando la Casa Bianca ha confermato che la nazionale congolese dovrà trascorrere almeno 21 giorni in una “bolla sanitaria” in Europa prima di poter entrare negli Stati Uniti.

La bolla sanitaria in Belgio

La squadra si è così trasferita in Belgio, dove completerà il periodo di isolamento e monitoraggio richiesto dalle autorità americane. «Devono mantenere quella bolla o rischiano di non poter viaggiare negli Stati Uniti», ha dichiarato Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force della Casa Bianca per il Mondiale.

Ritiro cancellato a Kinshasa

Per evitare qualsiasi rischio legato ai protocolli sanitari imposti da Washington, la federazione congolese ha deciso di cancellare completamente il ritiro previsto a Kinshasa, trasferendo il proprio quartier generale della preparazione in Europa.

Una scelta che, secondo la Fecofa (la federazione di calcio congolese), cambia poco dal punto di vista sportivo: in una nota ufficiale, infatti, la federazione ha ricordato che «tutti i giocatori convocati, così come la maggior parte dello staff tecnico, vivono e si allenano in Europa», sottolineando quindi l’assenza di esposizioni dirette alle aree colpite dal focolaio.

Quarantena anche per lo staff

Anche i membri dello staff, partiti da Kinshasa il 20 maggio sono stati trasferiti in Belgio per completare il periodo di quarantena preventiva richiesto prima dell’ingresso negli Stati Uniti.

La federazione e il governo congolese hanno lavorato nelle ultime settimane a stretto contatto con la Fifa per evitare qualsiasi scenario estremo. «I Leopardi sono pronti, sono al sicuro», ha dichiarato l’ambasciatrice della Rd Congo negli Stati Uniti, Yvette Kapinga Ngandu, aggiungendo di non avere dubbi sul fatto che «gli Stati Uniti accoglieranno questa squadra».

Sulla stessa linea anche il ministro dello sport Didier Budimbu: «Abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per garantire che arrivino negli Stati Uniti preparati, protetti e pronti a competere». 

Festa annullata a Kinshasa 

La rinuncia al ritiro nella capitale è stata accompagnata anche dall’annullamento della grande festa popolare e del saluto ufficiale previsto con il presidente Félix Tshisekedi. Una scelta imposta dall’emergenza sanitaria ma che, secondo il team manager Dodo Landu, non ha modificato in maniera sostanziale il programma tecnico della nazionale, visto che la maggior parte della preparazione si sarebbe comunque svolta all’estero e che nessun giocatore della rosa milita oggi nel campionato congolese.

Gli Usa e i controlli sanitari rafforzati

Le misure, tuttavia, non riguardano soltanto i calciatori. Gli Stati Uniti hanno introdotto controlli sanitari rafforzati negli aeroporti e restrizioni temporanee all’ingresso per chi abbia soggiornato recentemente nella Repubblica democratica del Congo, in Uganda o nel Sud Sudan.

Anche i possessori di green card

In alcuni casi i provvedimenti coinvolgono perfino possessori di green card e residenti permanenti, suscitando forti critiche da parte di organizzazioni umanitarie e associazioni per i diritti civili.

Caso internazionale

Quello della partecipazione della nazionale congolese, qualificatasi per la Coppa del Mondo dopo 52 anni (all’epoca si chiamava ancora Zaire), è così diventato un vero e proprio caso internazionale. Nelle ultime settimane sono circolate indiscrezioni, smentite da Fifa e federazione congolese, su possibili ripescaggi e scenari alternativi. Ma la Repubblica democratica del Congo sarà regolarmente al Mondiale.

Dietro la vicenda sportiva resta però una crisi sanitaria molto seria. L’Oms ha dichiarato l’emergenza internazionale e numerosi esperti temono che le restrizioni sui viaggi possano rallentare l’arrivo di personale medico e aiuti umanitari nelle zone più colpite. 

Un déjà-vu per il calcio africano

Per il calcio africano si tratta di un déjà-vu. Durante la grande epidemia del 2014, che colpì soprattutto Guinea, Liberia e Sierra Leone provocando oltre undicimila morti, il pallone fu costretto a fermarsi o a emigrare. Le nazionali dei paesi coinvolti non poterono disputare le proprie gare casalinghe nelle qualificazioni alla Coppa d’Africa e ai Mondiali, venendo ospitate in stadi neutrali in Marocco, Ghana e altri stati continentali.

 La Confederazione africana modificò calendari e sedi delle partite, mentre numerosi club rinunciarono a trasferte nelle aree considerate a rischio.

Coppa d’Africa in Guinea Equatoriale

Anche la Coppa d’Africa 2015 fu travolta dalle conseguenze dell’emergenza: il Marocco, ad esempio, chiese il rinvio del torneo per timore della diffusione del virus e la Caf reagì spostando la competizione in Guinea Equatoriale.

In quei mesi diversi calciatori africani raccontarono il clima di paura vissuto dalle loro famiglie. Molti giocatori della Sierra Leone e della Liberia lanciarono appelli alla comunità internazionale per ottenere aiuti sanitari, mentre le federazioni sportive furono costrette a gestire allenamenti, raduni e trasferimenti in condizioni eccezionali. Il calcio diventò uno strumento di sensibilizzazione, con campagne informative negli stadi e messaggi diffusi dai protagonisti più popolari del continente.

Il ritorno di un incubo 

Dodici anni dopo, l’incubo sembra ripresentarsi. Stavolta la posta in gioco è ancora più alta: c’è un Mondiale da disputare sul territorio americano. La nazionale dell’Rd Congo continua a prepararsi, pronta a riabbracciare il palcoscenico iridato dopo 52 anni. Ma la sua corsa verso il torneo è già diventata uno degli intrighi più delicati e simbolici del calcio contemporaneo, sospeso tra diritto allo sport, sicurezza sanitaria e politica internazionale.

 




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 gianniballarini

Source link

Di