Emilio Del Bono, ex sindaco di Brescia, oggi vicepresidente del Consiglio regionale e coordinatore del percorso che il Partito Democratico ha ribattezzato “Laboratorio Lombardia 2028“, è passato dalla redazione di VareseNews accompagnato dal consigliere regionale Samuele Astuti nell’ambito del suo giro nelle province lombarde. Ne è uscita una mappa molto netta di come il centrosinistra immagina la corsa, ancora lontana ma già iniziata, verso il Pirellone.
Il tour e il metodo: una “ragnatela” in vista del documento strategico
Del Bono spiega di muoversi su due binari. Il primo è il tour stesso. «Questo giro ha una funzione: costruire una ragnatela di relazioni ed essere anche un’antenna», dice. Un lavoro che si appoggia, sostiene, su un gruppo consiliare radicato: «Abbiamo 18 consiglieri regionali, quasi tutti con esperienza amministrativa. Questo conta, perché quando si tratta dei diversi territori evita inciampi e dà concretezza». E permette di leggere i territori dall’interno: «Vengo a Varese, ma so benissimo che se chiedo ad Astuti com’è la situazione mi sa mettere spiegare tutto».
Il secondo binario è un documento. «Il nostro impegno è consegnare entro la fine dell’anno, o i primi del prossimo, un testo non tanto programmatico quanto di indirizzo strategico sulla Lombardia che vorremmo», anticipa. «Poi verrà affidato alla coalizione, e lì si scioglieranno i nodi: sia quello della candidatura alla presidenza, sia quello del lavoro che ci porterà alle elezioni del ’28», che si terranno con ogni probabilità tra febbraio e marzo di quell’anno.
L’importanza dell’unità «il centrosinistra unito può diventare l’alternativa in Lombardia»
Il punto su cui Del Bono torna più volte è la frammentazione storica del campo. «Veniamo da una storia in cui siamo sempre arrivati alle regionali scegliendo il candidato a ridosso del voto, con affanno e divisi. Con un sistema elettorale a turno secco, questo non ce lo possiamo più permettere», avverte. «Non siamo mai andati tutti insieme: all’ultima elezione c’era il terzo polo che correva da solo, in quella precedente i Cinque Stelle. Ed è questo che ci ha sempre impedito di sfondare il 40%, che è una soglia psicologicamente fondamentale».
È attorno a quella soglia che ruota il suo ragionamento sulla rimonta. «Se la superi te la giochi: rientra in partita anche l’elettore che pensa “forse il mio voto non è inutile”». Il bacino da riconquistare, ragiona, è soprattutto fuori dal recinto di chi già vota: nel 2023 l’affluenza è crollata attorno al 40% degli aventi diritto, «una cosa per pochi intimi». La ricetta è doppia: l’unità della coalizione e poi «in ogni provincia un’esperienza civica vera, che non vada a pescare solo nel nostro mondo ma che allarghi il più possibile la partecipazione», a dare il valore aggiunto.
“Le Lombardie al plurale” e il “fattore K”
Del Bono respinge l’idea di una regione monolitica. «Dire “Lombardia” è riduttivo: questo è uno Stato, ha la popolazione di uno Stato, la complessità di uno Stato». Da qui le due sfide che, dice, definiranno la credibilità del centrosinistra: «le diseguaglianze territoriali e le diseguaglianze sociali. È intorno a queste due cose che ci giochiamo la possibilità di essere percepiti come alternativa di governo in grado di dare risposte».
Perché il vero ostacolo, ammette, è culturale prima che politico. «C’è un fatto antropologico verso il centrosinistra in Lombardia: una diffidenza. Il “fattore K”, per certi aspetti, ha ancora una sua proiezione». La conseguenza è una linea di condotta obbligata: «Per smontare quella diffidenza dobbiamo essere percepiti come un’alternativa di governo, non come la parte che demolisce ma non riesce a costruire. Conta la credibilità della classe dirigente».
Trent’anni di centrodestra e la “sindrome del carceriere”
Sono «31 anni che il centrosinistra non governa la Lombardia», ricorda. Ma il quadro, sostiene, è meno granitico di quanto sembri: «Non siamo il Veneto. Qui il centrodestra è maggioranza, ma non con una prevalenza spaventoso». E sul territorio il dato si ribalta: «Abbiamo la responsabilità di guidare dieci città capoluogo su dodici. Le due che non amministriamo sono Sondrio e Como, e Como è retta da una civica molto originale».
Il nodo, per Del Bono, è capire perché aree che dal centrodestra non hanno tratto beneficio continuino a votarlo. La sua spiegazione è netta: «È la sindrome del carceriere: mi piace il mio carceriere. Nasce da un senso di protezione. Il paradosso è che loro sono stati più bravi di noi ad apparire i protettori di quelle zone». E qui alza i toni: «L’assessore di turno appare il protettore della Valtellina, ma nessuno gli chiede: dopo trent’anni, come siamo ridotti? Perdiamo popolazione, scuole, ospedali. Che cosa hai protetto, a parte qualche soldo qua e là?».
I numeri delle diseguaglianze: il Pil, i redditi, i frontalieri
Del Bono porta dati a sostegno. Cita uno studio commissionato dalla Regione stessa al Politecnico di Milano sulle “aree estreme”: «Ne esce un giudizio molto drastico sulle politiche mancate, che hanno fatto esplodere ancora di più i territori». La fotografia: «Tutta la Lombardia del Sud, il Pavese, il Lodigiano, pezzi di Mantova, è in una condizione preoccupante, rischia di uscire dal circuito della competizione. E poi c’è l’area alpina e pedemontana, che paga un prezzo elevato».
Il divario, dice, si misura nel Pil pro capite: «La città metropolitana di Milano è a 55mila euro. A Sondrio, Pavia, Cremona siamo a 25-26mila: la metà. Varese e Brescia stanno in mezzo, perché conservano ancora un tessuto manifatturiero forte». A pesare è anche la dinamica dei redditi: «Negli ultimi dodici anni la Lombardia è tra le regioni in cui il reddito è cresciuto meno: il 3,1%, quart’ultima in Italia».
Un passaggio tocca da vicino il territorio di confine. «Trentamila persone partono da Varese per andare a lavorare oltreconfine. Lo farei anch’io: non è un giudizio morale, è un dato di realtà. Quando il rapporto tra costo della vita e reddito diventa così sbilanciato, è una delle ragioni per cui non troviamo più personale».
I fondi europei: «Spesi a pioggia, e li spendiamo pure lentamente»
Tra gli affondi più duri c’è quello sui fondi comunitari. «In Lombardia arrivano più di 4 miliardi di fondi europei: 2 di Fondo sociale, un miliardo e mezzo di Fondo di sviluppo regionale, 686 milioni di politiche agricole. Si chiamano fondi di coesione, dovevano ricomporre le fratture territoriali. Sono stati invece distribuiti a pioggia, con poca capacità di gestione».
E sull’efficienza della macchina regionale il giudizio è impietoso: «Il giudizio della Corte dei Conti sui fondi europei è micidiale: per capacità di impegno e di spesa siamo decimi, undicesimi tra le regioni italiane. Del settennio 2021-2027 ci sono ancora una marea di risorse che non sono state liquidate». Il paragone che usa è con l’Est Europa: «Guardate la Polonia: con i fondi europei ha ridotto i divari, li ha messi su infrastrutture e aeroporti, non è più il Paese di vent’anni fa. La Lombardia, invece, con i soldi europei, è cresciuta o si è impoverita?».
Infrastrutture e trasporto pubblico: «Ferrovie vecchie e merci tutte su gomma»
Il capitolo infrastrutture è quello in cui Del Bono rivendica la competenza più diretta della Regione. Parte da un dato: «Il 93% delle merci in Lombardia circola su gomma. Siamo l’unica grande regione europea con uno squilibrio simile: in Germania, Francia, Spagna si sono attrezzati per stare attorno al 60-40». La causa, dice, è la mancata intermodalità: «Non abbiamo connesso il sistema aeroportuale con il ferro e con la gomma. Rispetto a vent’anni fa si circola con più fatica e costi maggiori. Sono ritardi nostri, non si può dare la colpa a qualcun altro».
Da qui due proposte concrete. La prima: «Abbiamo un sistema ferroviario che è ancora quello del 1861, dell’Unità d’Italia. I raddoppi selettivi andavano fatti per tempo: avrebbero risolto moltissimi problemi del trasporto, e potenzialmente anche delle merci, eliminando i colli di bottiglia del binario unico». La seconda riguarda i pedaggi, e tocca anche il Varesotto: «Chi porta la merce da Varese a Cremona o a Bergamo attraversa più sistemi di pedaggio diversi con costi diversi. Sono figli di project finance e pianificazioni differenti ok, ma chi è il regista di quella pianificazione non può ignorare il problema: quei costi si ribaltano sull’utente finale. E il costo delle merci ormai vale il 15-20% del prezzo finale».
Sul trasporto pubblico, il tono è quasi militante: «Non è una cosa marginale. Nelle regioni più evolute è una leva di sviluppo e di valorizzazione dei beni. A Brescia, con la metropolitana leggera, chi abita entro 300-400 metri da una fermata ha visto crescere il valore immobiliare del 30%».
La pianificazione mancata: «La Regione si è comportata come un grande Comune»
Per Del Bono il vizio di fondo è l’abdicazione al ruolo di regolatore. «Siamo l’unica regione che fa le leggi quando i buoi sono già scappati: prima ci siamo riempiti di grande distribuzione uccidendo il piccolo commercio, e solo dopo abbiamo fatto la legge. Abbiamo approvato quella sul consumo di suolo dopo averne consumati 134mila ettari». La sintesi è un’accusa politica: «La Regione si è comportata come un grande Comune, un “comunone”. Ha dimenticato ciò che la Costituzione le assegna: la pianificazione e la regolazione».
«Prendiamo il tema della demografia. C’è una dinamica che alla Regione non si può imputare, quella della natalità, e su questo concede l’alibi: «Il tema che riguarda davvero la Regione non è la demografia in sé. Se la fecondità è all’1,1%, non posso prendermela con chi governa. Invece ciò di cui chi amministra deve rispondere è: non quante persone nascono, ma dove vanno a vivere». È qui che, per Del Bono, l’alibi cade. «Certo che me la prendo con chi governa se la popolazione di Pavia si è svuotata, se i cremonesi se ne sono andati, se la bassa mantovana si è spopolata, se in montagna scappano a gambe levate. E scappano per una ragione precisa: perché non c’è più una funzione strategica, non c’è più una scuola, non c’è più un ospedale».
La demografia diventa così, nel suo schema, non la causa ma la spia di una scelta politica. Il saldo regionale tiene, ma nasconde uno spostamento interno, dalle aree periferiche e montane verso il corridoio urbano centrale, che è il prodotto delle stesse diseguaglianze territoriali delle quali parlavo prima». «Non è la fecondità ad aver svuotato quei territori. È la rinuncia a tenerci servizi, infrastrutture e prospettive di futuro. E di quello sì, dopo trent’anni, qualcuno la responsabilità se la deve prendere.
La sanità: «Il 60% degli ospedali strategici è attorno a Milano»
Il fronte sanitario entra nel ragionamento come prima delle diseguaglianze sociali. Del Bono fissa le proporzioni di bilancio: «La Regione vale 34 miliardi: 24 vanno alla sanità, 10 a tutto il resto». E denuncia la concentrazione dei presidi: «Guardate la fotografia di dove sono gli ospedali strategici: il 60% del sistema ospedaliero è nella città metropolitana di Milano. Un po’ di presidio urbano, e poi il vuoto». Da qui la priorità che intende rimettere al centro: «Si riapre il tema della sanità del territorio, del socio-sanitario, che abbiamo dimenticato».
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