Mondiali 2026: il Sudafrica riparte dai club


Il ct Hugo Broos convoca una rosa composta per la maggior parte da giocatori che militano nel campionato sudafricano

I Bafana Bafana aprono la Coppa del Mondo contro il Messico, esattamente come accaduto 16 anni fa

Nel 2010 il Sudafrica aveva regalato al mondo il suono delle vuvuzela, il gol di Tshabalala e l’immagine di un continente finalmente al centro della scena. Poi, finita la festa, il vuoto: tre Mondiali guardati da lontano, promesse rimaste sospese, generazioni consumate nell’attesa. Sedici anni dopo, i Bafana Bafana tornano sul palcoscenico più grande con una storia quasi controcorrente nel calcio africano contemporaneo: non una nazionale costruita nelle accademie d’Europa, ma dentro casa, tra Pretoria, Soweto e Johannesburg, nel cuore della Premier Soccer League.

È questo l’elemento più affascinante del Sudafrica verso il Mondiale 2026. Il paese che nel 2010 aveva ospitato la prima Coppa del Mondo africana ritrova sé stesso non esportando talento, ma affidandosi ai propri club. Nella lista definitiva di Hugo Broos, infatti, 19 giocatori su 26 militano nel campionato sudafricano, con il blocco più nutrito che arriva dai Mamelodi Sundowns e dagli Orlando Pirates, le due potenze che negli ultimi anni hanno alzato il livello tecnico, competitivo e mentale del calcio nazionale.

Il dato è ancora più significativo perché arriva in un’epoca in cui molte selezioni africane dipendono quasi totalmente dalle diaspore europee. Il Sudafrica, invece, presenta al Mondiale una squadra con un’identità interna riconoscibile, mettendo al centro del progetto il materiale umano formato dalla lega domestica: 8 convocati arrivano dai Sundowns, freschi del trionfo in Champions League africana, e altri 8 dagli Orlando Pirates, reduci dal titolo nazionale, conquistato dopo 14 anni di digiuno, rompendo una striscia di 8 successi consecutivi proprio dei “Brazilians“.

Due club rivali, due poli calcistici e culturali, ma anche le fondamenta di una nazionale che ha scelto di ripartire dalla propria lega, una delle più moderne e competitive d’Africa.

Broos, belga, 74 anni, alla sua ultima avventura da allenatore prima del ritiro, ha costruito la rinascita con pazienza e pragmatismo. Ha selezionato pochi nomi di richiamo internazionale, ma molti giocatori abituati a conoscersi, sfidarsi e vincere insieme.

«Abbiamo giocatori delle migliori squadre della stagione», ha spiegato il ct, sottolineando come l’esperienza accumulata ad alto livello dai club sudafricani possa diventare una risorsa decisiva. Il successo continentale dei Sundowns, per Broos, è stato un regalo inatteso: una spinta psicologica prima della partenza, soprattutto perché una sconfitta avrebbe consegnato alla nazionale calciatori delusi e svuotati.

Il simbolo di questo nuovo corso è Ronwen Williams, capitano e portiere dei Sundowns, diventato un riferimento non solo tecnico, ma anche e soprattutto carismatico ed emotivo. Le sue parate decisive in Coppa d’Africa avevano già restituito orgoglio a un paese spesso severo con la propria nazionale. Alla cerimonia di saluto prima del Mondiale, Williams ha chiesto ai tifosi di stringersi attorno alla squadra: «Sosteneteci, pregate per noi. Porteremo la nazione sulle nostre spalle».

Oltre Williams, gli occhi saranno puntati soprattutto su Teboho Mokoena, cervello della mediana e leader tecnico capace di dettare tempi e geometrie, e su Lyle Foster, attaccante del Burnley chiamato a mettere la sua esperienza in Premier League al servizio dei Bafana Bafana. Ma il volto del futuro è quello di Relebohile Mofokeng: classe 2004 degli Orlando Pirates, trequartista creativo e fantasioso, considerato da Broos uno dei prospetti più interessanti del paese.

Il cammino dei Bafana Bafana, però, non è stato lineare, ma anzi piuttosto accidentato. La strada verso il Mondiale è passata anche da un pasticcio amministrativo, che avrebbe potuto trasformarsi in disastro, costringendo il Sudafrica a rimandare l’appuntamento con lo storico “come back”: il caso Teboho Mokoena, schierato contro il Lesotho nonostante fosse squalificato, è costato una sconfitta a tavolino e tre punti in classifica.

Il Sudafrica ha rischiato di buttare via una qualificazione che sembrava blindata, ma poi ha reagito nel momento decisivo, chiudendo il girone davanti a Nigeria e Benin, sopravvivendo anche alle proprie ingenuità burocratiche.

Anche l’avvicinamento al torneo ha confermato una certa tendenza nazionale al dramma: la partenza per il ritiro in Messico è stata ritardata da alcuni problemi di visto, costringendo la squadra a posticipare la partenza. Il ministro dello Sport, Gayton McKenzie, ha parlato di una situazione «imbarazzante e profondamente ingiusta» per giocatori e tecnici.

Sul campo, invece, il girone è complicato, ma non impossibile. Il Sudafrica aprirà il Mondiale contro il Messico padrone di casa, esattamente come accaduto 16 anni fa, poi affronterà Repubblica Ceca e Corea del Sud. Broos non nasconde il realismo, ma prova a trasformare la poca pressione in un’arma. «Nessuno si aspetta Panama o Sudafrica ai quarti», ha detto nei mesi scorsi, spiegando che proprio l’assenza di grandi aspettative può diventare un vantaggio. In un Mondiale allargato, con la possibilità di passare anche da terzi, il primo obiettivo è chiaro: prendersi subito tre punti e poi vedere fin dove può arrivare l’onda della Rainbow Nation.

Il valore di questa nazionale, in fondo, va oltre il risultato. Dopo anni di frustrazione, il Sudafrica torna al Mondiale con una squadra che parla la lingua del proprio campionato. Non è soltanto una questione tecnica, ma culturale: i Bafana Bafana rappresentano una lega che ha investito, club che hanno imparato a competere in Africa, tifoserie che hanno continuato a riempire gli stadi anche quando la nazionale deludeva.

Nel 2010 il Sudafrica era stato il palcoscenico del calcio mondiale. Nel 2026 prova a essere qualcosa di diverso: non più solo il paese ospitante di un ricordo indimenticabile, ma una squadra capace di portare in campo una propria idea. Meno glamour europeo, più radici locali. Meno nostalgia, più identità.

Al calcio africano verso i Mondiali 2026 abbiamo dedicato la nostra Bussola di maggio.




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