Ho scritto parecchi articoli, in questi anni, su Elon Musk. Evidentemente perché è un fenomeno che ci costringe a vedere il mondo da un’ottica nuova. Poi, circa un anno fa, ho tolto lo sguardo da lui. Non per disinteresse. Per rigetto. Per i suoi comportamenti eccessivi, a volte disgustosi. Per certe posizioni politiche sgradevoli. Per quella miscela di genialità, arroganza, vittimismo e potere che a un certo punto diventa faticosa da guardare.
Un po’ come accade con Donald Trump: ti dici che non vuoi più occuparti di loro, che non vuoi più concedere spazio mentale a figure che sembrano vivere anche della nostra reazione, della nostra indignazione, del nostro fastidio. Poi però scopri che anche se guardi da un’altra parte, loro vengono a bussare alla tua porta. Anzi, la buttano giù. E te li ritrovi in camera da letto, anche se non vuoi.
Nel mio piccolo paese di Bodio Lomnago, Elon Musk entra addirittura dal tetto. Letteralmente. Io abito in un posto bellissimo. Uno di quei luoghi in cui, se alzi gli occhi nel momento giusto, capisci perché la provincia di Varese è una lente perfetta per guardare il mondo. Davanti a me c’è la collina della Rogorella, dove un tempo, come mi racconta il signor Marco, crescevano ciliegi, orti e frutta. Adesso sono cresciute soprattutto ville con vista sul lago. Dietro di me c’è il piccolo borgo del Conte di Lomnago. Io, invece, sto più in basso. Sono quasi al livello della palude. È una condizione geografica. Qualche volta anche psicologica.
La fibra ottica arriva a stento, con un filo sottile sottile, che a furia di essere condiviso tra utilizzatori sempre più affamati di dati, immagini, videochiamate, streaming e lavoro da remoto, è diventato un passaggio intasato. Una vena troppo stretta per il sangue digitale che ci scorre dentro. Il risultato è semplice: la connessione non è stabile. E siccome spesso lavoro da casa il lunedì e il venerdì, e il mio lavoro non solo consente ma richiede una connettività stabile, veloce e affidabile, a un certo punto ho dovuto fare quello che non avrei voluto ammettere. Ho dovuto rivolgermi al signor Musk.
Alla sera, verso il tramonto, si vedono spesso i gruppetti dei suoi satelliti passare bassi nel cielo. Sembrano piccole processioni laiche, rosari luminosi della nuova religione tecnologica. In realtà passano tutto il giorno, anche quando non li vediamo. La parabola attaccata al comignolo di casa mia, ormai da tre anni, mi fornisce il servizio Starlink in modo impeccabile. Non c’è temporale, nuvola, nebbia o ostacolo che ne condizioni davvero la performance. Viaggia velocissima, sia in download sia in upload. È una delle cose tecnologiche più efficienti che io abbia mai usato.
E qui comincia il problema. Perché la mia piccola depressione, geografica, digitale e un po’ anche morale, viene compensata dall’efficacia con cui riesco a collegarmi al resto del mondo grazie a un uomo che, per molti altri motivi, mi inquieta profondamente.
È da qui che bisogna ripartire. Non da Marte. Non dal Nasdaq. Non dai razzi che atterrano in verticale. Non da X. Non dalle provocazioni politiche. Dal comignolo di una casa di Bodio Lomnago.
Perché la globalizzazione vera, ormai, non è più soltanto quella delle merci che arrivano nei porti o degli algoritmi che ci inseguono sul telefono. È quella che entra nella nostra vita quotidiana anche quando non vorremmo. È quella che ci rende dipendenti da qualcuno che non abbiamo scelto culturalmente, politicamente o moralmente, ma che finiamo per scegliere tecnicamente perché funziona meglio degli altri.
Nel 2022 avevo scritto un articolo intitolato “La vera arma segreta del signor Elon Musk”. Allora il punto non era ancora il potere. Era la mente. Mi interessava il tema della neurodiversità, della sua dichiarata sindrome di Asperger, del modo in cui certe persone vedono collegamenti invisibili ad altri. Musk mi sembrava un caso estremo di intelligenza non conforme: una mente capace di mettere insieme pagamenti digitali, automobili elettriche, razzi riutilizzabili, satelliti, cervelli collegati ai computer, infrastrutture sotterranee e piattaforme sociali. La domanda era: e se la stranezza fosse anche una forma di vantaggio cognitivo?
Poi, nel febbraio 2025, avevo scritto un secondo articolo: “Elon Musk 2025-2030: l’ultima grande scommessa sulla singolarità”. Lì lo sguardo si era spostato. Non più Musk come persona fuori standard, ma Musk come architettura di potere. X, Starlink, SpaceX, Tesla, Neuralink, robotica, intelligenza artificiale, governi, difesa, informazione pubblica.
Non più una collezione di aziende, ma un sistema. La domanda era diventata un’altra: che cosa succede quando un imprenditore non costruisce più soltanto prodotti, ma pezzi di infrastruttura cognitiva, tecnologica, militare e sociale?
Poi, poche settimane dopo, avevo scritto il terzo pezzo: “Elon Musk, novello Ulisse tormentato, tornerà?”. Era il contrappeso umano. Dopo la mente e dopo l’impero, tornava la ferita. L’infanzia difficile, il bullismo, le relazioni spezzate, il bisogno di partire sempre, la difficoltà forse di tornare davvero a casa. Musk non più soltanto Prometeo tecnologico, ma Ulisse tormentato: l’uomo che continua a inventare viaggi, ma forse non sa più distinguere la destinazione dalla fuga.
Riguardati oggi, quei tre articoli formano una piccola trilogia involontaria. La mente. L’impero. La ferita. Oppure, detto in modo più simbolico: il diverso, il demiurgo, il naufrago. Poi ho smesso di guardarlo. O almeno ho provato. Ma ieri SpaceX è arrivata in Borsa e il problema è tornato davanti agli occhi con una forza enorme.
Secondo le cronache finanziarie internazionali, SpaceX ha realizzato la più grande quotazione della storia, raccogliendo 75 miliardi di dollari con un prezzo fissato a 135 dollari per azione. Numeri enormi. Quasi irreali. Ma qui la domanda non è solo finanziaria. La domanda è: che cosa hanno comprato davvero gli investitori?
Hanno comprato una società straordinaria, certo. SpaceX non è una bolla di parole. Ha razzi reali, lanci reali, satelliti reali, clienti reali, contratti reali, una capacità industriale che ha cambiato per sempre l’accesso allo spazio. Starlink, poi, non è una suggestione futuristica. È la parabola sul mio comignolo. È la connessione che mi permette di lavorare da casa. È la rete che ha avuto un ruolo anche in scenari di guerra, emergenza, isolamento, assenza di infrastrutture terrestri.
Quindi sarebbe superficiale dire che il mercato ha comprato solo una favola. Però sarebbe altrettanto ingenuo dire che ha comprato solo fondamentali economici. Gli investitori hanno comprato anche Musk. Forse soprattutto Musk. Hanno comprato l’idea che quell’uomo, con tutte le sue contraddizioni, sia ancora capace di trasformare una promessa impossibile in un’infrastruttura inevitabile.
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