Secondo il professor Vincenzo Musacchio, il 24 maggio e il 10 giugno, la Terra dei Fuochi e la Spagna non sono stati solo il luogo di una visita pastorale, ma il fulcro di un vero e proprio terremoto culturale e spirituale. Per comprendere più a fondo la portata del discorso di Papa Leone XIV, le sue implicazioni filosofiche, sociologiche e giuridiche, abbiamo rivolto alcune domande al professor Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark.
Professore, partiamo dall’immagine che apre la sua riflessione: il buon Pastore che non fugge davanti al lupo. Chi è oggi il “lupo” e come si manifesta il coraggio di questo Papa?
Oggi il lupo non ha più solo le sembianze della violenza militare, del sangue versato per strada come negli anni Novanta. Il lupo moderno è polimorfico: è l’inquinamento sistematico della Terra dei Fuochi, è il ricatto occupazionale nelle periferie, è la capacità di infiltrarsi nell’economia legale togliendo il futuro ai nostri giovani. Il coraggio di Papa Leone XIV non risiede nell’aver pronunciato un anatema teologico in più — per quanto necessario — ma nel modo in cui ha deciso di abitare questa minaccia. Il buon Pastore che egli incarna non parla dall’alto di una cattedra, al sicuro nelle sacre stanze vaticane. Questo Papa conosce l’odore del suo gregge, ne condivide la polvere e le ferite. Il suo coraggio nasce da una conoscenza profonda, quasi viscerale, di ogni singola pecora. Quando un Pontefice scende fisicamente in territori martoriati, non sta facendo una visita di Stato ma sta offrendo la propria autorevolezza come scudo per i più deboli.
Nella sua analisi Lei rileva che non si è trattato di una condanna istituzionale “tra le tante”, ma dell’espressione della sua humanitas. Che cosa intende esattamente con questo termine applicato alla lotta alla mafia?
La retorica antimafia, spesso, rischia di diventare un genere letterario, un coro indistinto di parole astratte che si dissolvono il giorno dopo i convegni. Leone XIV, a mio parere, ha spezzato questo meccanismo. La sua humanitas non è un vago sentimento di pietà o una carezza consolatoria alle vittime. È un’azione di contrasto frontale a quella che definisco la “disumanizzazione strutturale” prodotta dal potere mafioso. La mafia, per prosperare, ha bisogno di svuotare l’essere umano della sua dignità, di trasformare il cittadino in suddito e il giovane in manovalanza usa e getta. L’humanitas del Papa si oppone a tutto questo ricordandoci che la mafia, prima ancora di essere un problema penale, è una “malattia dell’anima”. Restituire centralità alla persona significa scardinare il pilastro su cui i clan fondano il proprio consenso.
Quest’approccio evoca inevitabilmente figure storiche della Chiesa. Lei ha citato don Peppe Diana e la sua storica lettera “Per amore del mio popolo”. C’è un filo rosso che lega quel sacrificio al magistero attuale?
Io credo di sì, il legame è evidente ed è un filo rosso bagnato dal sangue e dalla profezia. Quando don Peppe Diana scriveva “Per amore del mio popolo non tacerò”, stava ribaltando il concetto di omertà. Papa Leone XIV s’inserisce esattamente in questa tradizione ecclesiale che non ha paura di farsi carne e storia. “Il Papa non parla per formule astratte. Scende nelle strade, incrocia gli sguardi dei ragazzi stretti nella morsa del reclutamento criminale, ascolta il pianto silenzioso e dignitoso delle madri.”. Questo non è populismo religioso: è la scelta consapevole di abitare le periferie esistenziali, laddove lo Stato ha troppo spesso abdicato e dove la mafia ha cercato di sostituirsi alle istituzioni e, ciò che è peggio, ha rubato la speranza. Il Papa ideale continuatore di don Peppe ci dice che il silenzio della Chiesa sarebbe complicità.
Nel dibattito pubblico, l’invito al dialogo o alla conversione è visto come un segno di debolezza o di compromesso. Lei invece definisce l’umanità del Papa come una “forza rivoluzionaria”. Perché?
Perché quella di Leone XIV non è un’umanità debole, né un colpo di spugna sentimentale. Il suo appello alla conversione, rivolto direttamente e senza giri di parole agli uomini delle cosche, è di una durezza evangelica straordinaria. Non è un invito a “vogliamoci bene”, ma un precetto severo a ritrovare l’umanità che hanno perduto nel momento in cui hanno scelto la cultura della morte. Smontando l’idolatria mafiosa dell’onore, del denaro e della violenza, il Papa compie un atto rivoluzionario: toglie ai mafiosi la loro finta aura di rispettabilità. Dice loro: “Voi non siete uomini d’onore, siete esseri disumanizzati”. Eppure, lascia aperta la porta della speranza: “Nessun uomo è una causa persa”. Ma per varcare quella porta, il Papa esige la giustizia, la riparazione del danno, la rottura netta delle catene dell’omertà. Questa non è debolezza, è la forza della Verità che destabilizza il potere criminale.
In conclusione, professore, quale svolta culturale richiede questo intervento a noi della società civile, ma anche alle istituzioni e alla Chiesa stessa?
Leone XIV ha tracciato una linea di demarcazione netta. Ci sta dicendo, con la lucidità del giurista e il cuore del pastore, che la lotta alle mafie non può e non deve essere delegata esclusivamente alla magistratura, alle forze dell’ordine o alle aule di giustizia. Le sentenze sono necessarie, ma arrivano dopo che il reato è stato commesso. La vera sconfitta delle mafie, invece, richiede la ricostruzione del tessuto umano, sociale e culturale del Paese. Alla Chiesa è richiesto un impegno continuo, capillare, che non si limiti alle celebrazioni ma che diventi sentinella sul territorio. Alla società civile e alle istituzioni si chiede una responsabilità collettiva: dobbiamo sostituire la solidarietà all’omertà, l’unione alla paura. Dobbiamo comprendere che l’arroganza mafiosa si sconfigge solo mostrando la bellezza e la convenienza di una vita vissuta nella giustizia e nella verità. Questo messaggio interpella tutti, credenti e non credenti. La dignità umana, quando è risvegliata nelle coscienze, diventa l’unico potere che nessuna mafia, con tutti i suoi capitali illeciti, potrà mai comprare, corrompere o sconfiggere.
Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata e associato al RIACS presso la Rutgers University di Newark, è noto per l’impegno costante nella lotta alle mafie e per la sua attività formativa incentrata sulla cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, nei quali insegna tecniche d’indagine antimafia a membri delle forze di polizia, tra cui la Polizia Metropolitana di New York. È inoltre ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI), a Londra. Musacchio è stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. I suoi studi si concentrano sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È autore di programmi educativi, tra cui il progetto “Legalità Bene Comune”, rivolto alle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale, tra cui “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report”, oltre che su altre testate nazionali e locali, fornendo contributi di analisi su vicende di mafia e criminalità. Ha pubblicato numerosi libri e articoli nei settori del diritto penale e della criminologia. Nel 2019, a Casal di Principe, gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022, il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. L’attività di contrasto alle mafie gli ha procurato minacce di morte che non hanno interrotto il suo impegno antimafia.
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