World Clap Day, il progetto virale che vuole far applaudire il mondo nello stesso momento


Un progetto nato sui social che ha creato una community internazionale e punta a un momento condiviso tra milioni di persone il 16 agosto

Il 16 agosto, se il progetto andrà come spera il suo creatore, milioni di persone in tutto il mondo si fermeranno per qualche secondo per fare la stessa identica cosa: applaudire. Si chiama World Clap Day, è nato pochi mesi fa su Instagram e oggi è già diventato un fenomeno virale da oltre 831 mila follower, più di 100 milioni di visualizzazioni e più di un milione di iscritti all’evento. Dietro il progetto ci sono il 28enne torinese Andrea Bechis, imprenditore che ha vissuto otto anni in Inghilterra (e che non ha alcuna parentela con il direttore Franco Bechis, ndr), e la sua compagna Ksenia Sternina. Tutto parte da una domanda tanto semplice quanto assurda: «Ma ti immagini tutto il mondo che applaude insieme?». Quello che sembrava un pensiero casuale si è trasformato in una community globale. Dietro la viralità del progetto c’è però una riflessione sulla solitudine contemporanea, sugli algoritmi e sul bisogno di sentirsi parte di qualcosa. «Esistono giornate mondiali per qualsiasi cosa», racconta Andrea a Open, «ma quasi tutte nascono da qualcosa di negativo. Io volevo creare un momento collettivo di celebrazione di essere umani sullo stesso pianeta».

La folle idea di sincronizzare il mondo

Tutto nasce da una domanda che Andrea rivolge alla sua ragazza, quasi per gioco, ma che finisce per restargli addosso. Come racconta lui stesso «è un pensiero che anche da bambino io ho avuto, ma che mi sembra che tanta gente ha avuto. Lo vedo dai commenti dove molti scrivono “ci ho pensato anch’io”». Da lì prende forma l’idea del World Clap Day e di immaginare tutte le persone del mondo che applaudono nello stesso identico momento, con i fusi orari sincronizzati e un’unica giornata simbolica dedicata a questo gesto collettivo. L’obiettivo, spiega, è quello di creare una giornata positiva che celebri semplicemente l’essere umani sullo stesso pianeta, senza distinzioni etniche, religiose o sociali. Secondo Andrea, infatti, non esiste oggi una ricorrenza globale che celebri in modo diretto la nostra esistenza condivisa: «Celebriamo la pizza, celebriamo le nazioni, celebriamo le tragedie del passato. Ma non abbiamo mai celebrato il fatto che siamo 8 miliardi di persone sulla Terra». Da questa riflessione nasce anche una lettura più ampia: «Siamo sempre più connessi online ma sempre più soli nella realtà». Il World Clap Day diventa così una risposta simbolica a questa frattura, un gesto semplice pensato per riportare le persone fuori, nelle piazze, o almeno per farle sentire parte di qualcosa di più grande, anche solo per pochi secondi.

Una campagna social efficace

La pagina, aperta a dicembre del 2025, ha rapidamente raggiunto un pubblico molto ampio. Tuttavia, osservando con attenzione i contenuti, si nota un’evoluzione netta tra i primi video e quelli più recenti. Come racconta Andrea, «ho imparato a capire che cazzo vuole l’algoritmo piuttosto di cosa voglio io». All’inizio, spiega, l’idea era usare TikTok e Instagram come un diario personale in stile vlog. Con il tempo però si è reso conto che quel formato non funzionava e che a performare meglio erano contenuti costruiti secondo le logiche delle piattaforme, con musica ad effetto, titoli più incisivi e una struttura pensata per catturare l’attenzione nei primi secondi. «L’algoritmo ti blocca un po’: non puoi fare davvero quello che vuoi, devi farlo in funzione sua». Eppure, il progetto ha dato vita a una vera community internazionale con utenti da tutto il mondo inviano video in cui si riprendono mentre applaudono, contribuendo a costruire una partecipazione diffusa e spontanea.

Il sogno contro la logistica

Dietro il romanticismo dell’idea c’è una macchina organizzativa ancora fragile. Nessun grande sponsor e nessuna istituzione ufficiale. Solo lui, Ksenia, uno sviluppatore volontario che ha creato il sito e alcune collaborazioni nate online. «Stiamo contattando l’impossibile», racconta Andrea, sintetizzando le difficoltà del progetto. Il piano iniziale era semplice: costruire una community, attirare attenzione mediatica e poi cercare location fisiche e partner. Ma organizzare qualcosa di globale significa scontrarsi rapidamente con politica, costi e burocrazia, ma anche fuso orari e culture diverse. Per questo stanno cercando di agganciarsi a eventi già esistenti, magari ottenendo pochi minuti durante festival o manifestazioni più grandi. Intanto, il progetto verrà trasmesso online in livestreaming. Anche il riconoscimento ufficiale come giornata internazionale sembra lontano. Racconta di aver contattato enti e istituzioni, comprese le Nazioni Unite, scoprendo però che il processo richiede anni, decine di Paesi aderenti e una lunga trafila diplomatica.  «La gente mi dice: perché dovrei spendere soldi per costruirti un palco? E hanno ragione», ammette. Per questo, almeno quest’anno, l’obiettivo sembra più realistico di creare un grande momento online condiviso e gettare le basi per qualcosa che possa crescere negli anni successivi.

L’odio online e il bisogno di umanità

Più il progetto cresce e diventa virale, più emerge anche il lato più tossico della viralità. Ogni giorno arrivano insulti e commenti aggressivi. «Molti sono ragazzini che poi, se gli chiedi perché l’hanno fatto, ti rispondono che si annoiavano», racconta Andrea. A colpirlo non è tanto l’odio diretto verso di lui, quanto la sua apparente automaticità, una reazione quasi istintiva e priva di un reale motivo. Con l’aumento della visibilità, il progetto è entrato anche in dinamiche più complesse. Nei commenti si sono inserite tensioni legate al conflitto israelo-palestinese perché pubblicando contenuti provenienti da entrambe le parti, Andrea si è ritrovato attaccato sia da utenti israeliani sia palestinesi. Una polarizzazione che, dice, finisce per riflettersi anche su iniziative che nascono con tutt’altro intento. «Non sto dicendo che dobbiamo amarci tutti. So che siamo diversi. Ma possiamo almeno riconoscere, per un secondo, che siamo esseri umani». È questa, forse, la sintesi più chiara del progetto non un’utopia ingenua sulla pace globale, ma il tentativo minimo di creare uno spazio condiviso in un ecosistema digitale che tende continuamente a dividere le persone in fazioni e categorie alimentate dagli algoritmi. È forse qui che il World Clap Day smette di sembrare soltanto una stranezza virale. Dietro un’idea che lo stesso Andrea definisce a tratti folle, c’è infatti il tentativo di immaginare un gesto collettivo privo di utilità concreta, ma capace di generare una sensazione reale di connessione tra persone fisicamente lontane.




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 Olga Colombano

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