Russell Crowe a Taormina spiega perché ha rifiutato le scene di sesso nel "Gladiatore", dà il suo il giudizio sul sequel e sorprende con la citazione inaspettata di Ultimo


Barba bianca, capelli scuri al vento, una forma fisica che smentisce i sessant’anni abbondanti. Russell Crowe arriva al Taormina Film Festival e scatena un graditissimo inferno. Centinaia di ammiratori dentro e fuori dal palazzo, selfie concessi con evidente piacere. E, poi, un incontro con il pubblico che vale da solo il prezzo del festival. L’attore è a Taormina per ritirare il Premio alla Carriera e per presentare in anteprima mondiale Bear Country di Derrick Borte. Action movie con Aaron Paul, Nina Dobrev e Luke Evans, nelle arene estive dal 10 al 18 agosto e in sala dal 26 agosto. Ma il pomeriggio prende ben presto la direzione che tutti si aspettano: quella che porta dritti al 1999 e a un set che ancora oggi gli fa venire i brividi.

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Lo stupore di Russell Crowe sul set de Il Gladiatore

«Venivo da film come L.A. Confidential o The Insider, tanti dialoghi, stanze d’albergo», racconta del suo impatto con Il Gladiatore. «Poi arrivi sul set di Ridley Scott e ti ritrovi davanti centinaia di cavalli, dozzine di catapulte, 600 soldati romani, 400 barbari. Era gigantesco». La produzione aveva un budget da 103 milioni di dollari, un salto enorme rispetto ai 30 o 40 milioni ai quali era abituato.

La sua risposta a quella vastità è totale. «Quello che vedete in ogni singolo minuto del film sono io. Ero fottutamente pazzo». L’unica eccezione: una controfigura sbalzata da cavallo a circa 160 chilometri all’ora, che cade così violentemente da spaccarsi la faccia. «Aveva quel taglio sul naso. Mi sono detto: sta bene, funziona, lasciamolo così. Me lo sono fatto mettere anche io».

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Russell Crowe al Festival di Taormina: perché ha rifiutato le scene di sesso nel Gladiatore, il giudizio sul sequel e la citazione inaspettata di Ultimo (foto Getty Images)

 

Perché Massimo Decimo Meridio non va a letto con nessuno: Russell Crowe aveva ragione

Poi arriva il punto cruciale. Qualcuno tra il pubblico chiede a Crowe del Gladiatore 2. Il sequel, sempre firmato da Scott, con Paul Mescal nella parte del figlio di Meridio. Lui non risponde subito nel merito sul secondo film: risale all’origine del problema, al primo film, a quello che lo ha reso impossibile da replicare.

Durante la lavorazione, gli studios premevano per inserire scene di sesso tra Massimo e i personaggi femminili. Con la Lucilla di Connie Nielsen, soprattutto. Lui si oppone fermamente ogni volta. «Parlavo con i produttori di Hollywood: so cosa state dicendo. Lo capisco. Ma questa è la storia di un uomo che sta vendicando la morte di sua moglie e di suo figlio. Non può esserci un momento, durante quel viaggio, in cui si ferma e va a letto con qualcuno. Non ha alcun senso. Perché questo distruggerebbe il viaggio del personaggio».

Gli mandano lettere e suggestioni. Lui resta inamovibile nella sua idea. Alla fine, pure Scott è d’accordo, «Anche se probabilmente gli sarebbe piaciuto girare scene sensuali tra me e Connie Nielsen». La conclusione è netta: «Stavamo cercando di realizzare qualcosa di davvero, davvero vecchio stile». E quel nucleo morale resta intatto nei decenni. «Stanotte, da qualche parte nel mondo, riuscirete a trovare quel film. Ventisei anni dopo è ancora in prima serata in televisione. Perché? Perché l’amore per quell’opera deriva dal suo nucleo morale».

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Connie Nielsen e Russell Crowe in una scena di Il Gladiatore (foto Getty Images)

Perché Il Gladiatore 2 ha fallito e perché Il Gladiatore è un film per donne

Da qui, la sentenza sul sequel con Paul Mescal senza appello. «Hanno fallito. E hanno fallito perché non avevano capito perché il primo film aveva avuto successo». Il ragionamento economico è preciso: il secondo ha incassato poco più del primo, ma oltre 20 anni dopo. «Se si considera l’inflazione e quanto è cambiato il valore del dollaro, hanno fallito».

La lettura più sorprendente, però, non riguarda i numeri. «A prima vista si pensa che Il Gladiatore sia un film per uomini. Ma se fosse davvero un film per uomini, sarebbe un film sulla vendetta personale. Invece non lo è». Dalla seconda settimana di programmazione, a livello globale, nelle sale c’erano più donne che uomini. «È un film per donne, perché parla di fare giustizia. Siamo a un livello più alto e morale. È una differenza sottile, ma è una differenza». E poi, con semplicità, dà l’ultima risposta: «Tutti vogliamo essere come Massimo, un uomo capace di restare forte e di amare, con tutte le nostre forze».

Netflix, Unabomber e Highlander: il presente di Russell Crowe

Sul fronte del presente, Crowe non demonizza lo streaming, «la disponibilità è una cosa positiva», dice. Ma difende con convinzione l’esperienza collettiva della sala. «Non possiamo perderla. Ha un’energia particolare». Il rapporto con Netflix, a lungo indiretto, è diventato ufficiale. «Mi hanno chiamato per dirmi che avevo più film al numero uno di chiunque altro attore che non avesse mai lavorato per loro. Continuavano a comprare i miei vecchi titoli», ride. Il primo film realizzato per la piattaforma è Unabomber, sulla vera storia di Ted Kaczynski, in uscita tra settembre e ottobre.

Sul fronte cinema, ha appena terminato le riprese di Highlander di Chad Stahelski, produzione Amazon con Henry Cavill e Dave Bautista. «Sono arrivato qui a Taormina reduce da due settimane di combattimenti», si lamenta degli acciacchi ridendo. Poi c’è il personaggio di Hermann Göring nel film sul processo di Norimberga. «Quando guardate il film sapete che il personaggio che interpreto è responsabile di atrocità enormi, eppure mentre lo osservate vi sorprendete a protendervi verso di lui».

Una riflessione che scivola, volutamente, verso il presente. «Questo è uno degli aspetti che non comprendiamo davvero del male: il male può essere carismatico. Ci sono situazioni, come vediamo anche oggi nel mondo, in cui leader politici compiono azioni sbagliate ma ricevono comunque un lasciapassare. Perché chi li vota resta affascinato da quel carisma». Chiude asciutto: «Diffidate del carisma».

L’Italia, i sogni e la canzone di Ultimo

Russell Crowe ama l’Italia sul serio. La conosce palmo a palmo. Ci torna ogni volta che può. Tifa per la Lazio, e durante i tour con i The Gentlemen Barbers ha reso virale una versione rock di Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri. A Taormina pensa già a storie future. «Vorrei fare un film a Roma, con tutta la sua follia, una storia contemporanea. Ma poi ti sposti di qualche chilometro e sei travolto da nuove suggestioni. Piacenza, Varese, Udine, Siena, che è pazzesca». Non riesce a scegliere. «Anche mentre parliamo ho una decina di idee che mi rimbalzano nella testa».

A chiudere la serata, Crowe legge il testo che ha preparato in italiano. E cita Il bambino che contava le stelle di Ultimo. «Vi incoraggio a seguire i vostri sogni: immaginate dove volete arrivare, perché è il primo passo per raggiungere la vostra meta. Come dice la bellissima canzone di Ultimo, ero “il bambino che contava le stelle”. Da uomo maturo continuo a contare le stelle e a seguire i miei sogni».

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 Sara Sirtori

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