L’Unione europea si prepara a una svolta storica nella gestione dei migranti irregolari. Con l’entrata in vigore del nuovo regolamento sui rimpatri – il Parlamento europeo ha votato il testo, con il Consiglio atteso a seguire a stretto giro -, gli Stati membri avranno per la prima volta la possibilità di trasferire i migranti senza diritto di soggiorno in strutture detentive situate fuori dall’UE, i cosiddetti return hubs. Un’idea ambiziosa, ma, ricorda un lavoro di indagine di Steven Blaakman, già sotto fuoco incrociato di critiche, ricorsi legali e interrogativi irrisolti.
Il problema di fondo: quasi nessuno se ne va.
Per capire perché l’Europa abbia deciso di percorrere questa strada, basta guardare i numeri. Nel 2025, secondo la Commissione europea, solo il 28% dei migranti irregolari a cui era stato notificato un ordine di lasciare il territorio dell’UE lo ha effettivamente fatto. E questa, paradossalmente, è la percentuale più alta degli ultimi dieci anni.
Le ragioni di questo fallimento cronico sono molteplici: spesso è impossibile stabilire con certezza il Paese di origine del migrante; molti Stati terzi si rifiutano di riaccogliere i propri cittadini; altri semplicemente non ottemperano all’ordine di espulsione. L’UE ha cercato per decenni di stringere accordi di riammissione con i Paesi di provenienza, ma i risultati sono stati deludenti. Gli accordi vincolanti funzionano bene con i Paesi candidati all’adesione, molto meno con gli altri. Dal 2016, Bruxelles ha provato la via degli accordi informali, ma nemmeno questo approccio ha spostato l’ago della bilancia.
Cosa sono gli hub di rimpatrio e come funzionerebbero.
L’idea è semplice nella sua brutalità: trasferire i migranti irregolari , inclusi i richiedenti asilo con domanda respinta , in centri di detenzione situati in Paesi terzi “sicuri”, che riconoscano i diritti umani e abbiano stipulato un accordo formale con lo Stato membro interessato. Lì rimarrebbero in attesa di essere rimpatriati nel loro Paese d’origine.
Il regolamento appena concordato prevede che i migranti con una decisione di rimpatrio debbano collaborare con le autorità e lasciare l’UE. Possono essere inviati in un Paese terzo diverso da quello di origine, purché esista un accordo bilaterale. I minori non accompagnati sono esclusi dal meccanismo, ma le famiglie con figli potrebbero invece essere coinvolte. La detenzione preventiva per evitare la fuga è ammessa, ma per minori e famiglie deve essere considerata sempre e solo come extrema ratio.
I precedenti: dall’Australia all’Italia, una storia di costi altissimi e risultati deludenti.
Prima che l’Europa si avventuri su questo terreno, vale la pena guardare a chi ci ha già provato. I casi disponibili non sono incoraggianti. l’Australia ha inaugurato questa pratica nel 2012, inviando i richiedenti asilo arrivati via mare a Papua Nuova Guinea e Nauru. Da allora, circa 4.380 persone sono state trasferite offshore. Il costo? Astronomico: circa 13 miliardi di dollari australiani in totale, con un budget allocato per il solo 2024-2025 che equivale a circa 600.000 dollari per persona detenuta a Nauru. Sul fronte dei diritti umani, un rapporto del 2024 documenta almeno 14 decessi e danni fisici e psicologici gravi per migliaia di persone. L’88% dei rifugiati ancora a Papua Nuova Guinea soffre di gravi disturbi mentali. Quanto all’effetto deterrenza tanto auspicato, il primo anno dopo l’introduzione della politica le barche di migranti aumentarono. Solo l’intervento militare diretto in mare aprì la strada a un calo degli arrivi.
Ancora, nel 2023, il Regno Unito firmò un memorandum d’intesa con Kigali per trasferire i richiedenti asilo in Africa prima ancora che le loro domande fossero esaminate. Il progetto si scontrò quasi subito con i tribunali: la Corte Suprema britannica lo giudicò illegale, perché il Ruanda non poteva essere considerato un Paese terzo sicuro. Alla fine, solo quattro persone andarono in Ruanda, e lo fecero volontariamente. Il costo stimato: fino a 228.000 sterline a persona, contro le 53.000 necessarie per ospitare un richiedente asilo nel Regno Unito per due anni. Al momento della cancellazione del programma da parte del governo laburista nel 2024, la spesa aveva già superato i 715 milioni di sterline.
E poi c’è il caso Italia: nel novembre 2023, Roma e Tirana hanno annunciato l’apertura di due centri di detenzione in Albania per la gestione delle domande di asilo sotto giurisdizione italiana. Fino a 36.000 migranti avrebbero potuto essere trasferiti, per un costo dichiarato di 670 milioni di euro in cinque anni , cifra che secondo stime più recenti sarà largamente superata. I giudici italiani hanno bloccato più di venti trasferimenti. Un rapporto del 2026, ancora, ha denunciato le gravi ripercussioni sulla salute dei detenuti, descrivendone le condizioni come caratterizzate da “isolamento, incertezza giuridica e mancanza di assistenza”.
Il quadro giuridico: una selva di vincoli internazionali.
Chiunque voglia mettere in piedi un hub di rimpatrio si trova di fronte a un reticolo denso di obblighi internazionali. La Convenzione del 1951 sui rifugiati vieta il refoulement , cioè il rinvio di una persona in un Paese dove rischia persecuzione , e limita severamente la detenzione. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo aggiunge ulteriori paletti: nessuno può essere espulso verso un Paese dove rischia tortura o trattamenti inumani (articolo 3), e ogni decisione deve essere proporzionata e soggetta a ricorso effettivo.
La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo è ricca di pronunce che hanno bloccato espulsioni verso Paesi considerati non sicuri. Ogni trasferimento verso un hub di rimpatrio dovrà superare almeno due valutazioni del rischio: una sull’articolo 3 (divieto di tortura) e una sull’articolo 8 (diritto alla vita privata e familiare). Le sfide legali, avverte il documento, saranno numerose.
Le ONG all’attacco: “Violazione dei diritti umani”.
Il fronte delle critiche è compatto e rumoroso. Amnesty International e oltre cento organizzazioni per i diritti umani hanno definito il nuovo regolamento “incompatibile” con la lettera e lo spirito della Convenzione del 1951. Sostengono che l’UE e i suoi Stati membri non dispongono di strumenti adeguati per monitorare e garantire il rispetto dei diritti umani al di fuori del proprio territorio. Dove queste politiche sono già state testate, ricordano, hanno prodotto “immeasurable human suffering” , sofferenze immense e violazioni sistematiche.
L’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali (FRA) ha elencato cinque condizioni minime perché gli hub non diventino “zone prive di diritti”: una decisione giuridica individuale per ogni rimpatriato, il rispetto delle norme UE, accordi formali con il Paese ospitante, trattamento conforme alla legge e monitoraggio indipendente.
Chi è scettico sull’efficacia, oltre che sull’etica, dell’iniziativa la definisce semplicemente “un’altra proposta a danno dei diritti umani destinata a restare in gran parte simbolica”.
In Ue si cercano Paesi per esportare gli immigrati irregolari.
Nonostante le incertezze, diversi Paesi europei si sono già messi in moto. Austria, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi stanno lavorando congiuntamente alla creazione di hub extraeuropei. I nomi che circolano come possibili sedi sono Ruanda, Uganda e Uzbekistan.
L’Austria ha firmato un accordo su cooperazione economica e migrazione con l’Uzbekistan nel maggio 2026. I Paesi Bassi avevano firmato una lettera d’intenti con l’Uganda nel settembre 2025, ma il nuovo governo insediatosi nel febbraio 2026 ha abbandonato quell’intesa , restando però interessato al concetto di hub. Un ostacolo non secondario: l’Uganda ha leggi severamente repressive nei confronti della comunità LGBT, il che crea problemi evidenti se si dovessero inviare lì persone appartenenti a quel gruppo.
I Paesi nordici studiano invece un progetto pilota mirato a una singola nazionalità, concentrandosi su Paesi come Afghanistan, Siria e Somalia, da cui i rimpatri sono storicamente quasi impossibili.
Sullo sfondo, molti Stati membri chiedono che anche Frontex , il cui mandato sarà rivisto nel 2026 , possa essere coinvolto operativamente nei trasferimenti verso gli hub.
La domanda che resta senza risposta.
Al netto delle dichiarazioni politiche, i dati disponibili suggeriscono che gli hub di rimpatrio saranno costosi, coinvolgeranno numeri relativamente piccoli di persone e genereranno una valanga di ricorsi giudiziari. L’effetto deterrenza, su cui molti governi contano per giustificare la spesa, rimane tutto da dimostrare , e le esperienze passate non sono promettenti.
L’Europa si appresta dunque a scommettere miliardi di euro su uno strumento che, almeno sulla carta, rischia di rivelarsi più uno slogan politico che una soluzione pratica. La strada verso i primi hub operativi è ancora lunga. E irta di tribunali.
foto Sardegnagol, riproduzione riservata
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Gabriele Frongia
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