Quarantotto squadre. Sorprese e conferme. Vecchi campioni che ormai si trascinano, altri che continuano a brillare. Il Mondiale è iniziato, Hormuz ha riaperto, Infantino sembra essere stato seduto praticamente in ogni stadio e per ogni partita. Poi c’è l’hydration break, che in certi momenti assomiglia più a una pausa pubblicitaria che a una reale esigenza climatica. E ancora: Bielsa che non vuole fare la foto, abbassa lo sguardo, per protestare contro la FIFA. Volevo commentare questa “retorica insopportabile”, ma non ce la faccio, quindi andiamo avanti.
Al di là di tutto ciò che accade fuori dal rettangolo verde, proviamo però ad addentrarci meglio nel campo e a capire come sia andato questo primo giro di boa. Non sarà un elenco infinito di partite e gironi — anche perché, perdonatemi, non ho potuto vedere tutto — ma una raccolta di spunti, più o meno ordinati, da cui magari aprire un dibattito.
Partiamo dalla Francia. Esordio contro il Senegal, con tutte le implicazioni politiche, culturali e simboliche che una partita del genere porta inevitabilmente con sé. Il primo tempo è stato tutt’altro che brillante: una squadra come quella di Deschamps, che per qualità individuale potrebbe permettersi quasi tre undici titolari diversi, ha faticato enormemente a trovare sbocchi. Merito anche di un Senegal organizzato, fisico, capace di chiudere linee di passaggio e togliere ritmo ai francesi.
Poi però, sul lungo periodo, la qualità tende quasi sempre a venire fuori. E se di qualità ne hai così tanta, il risultato difficilmente può essere diverso. La Francia ha vinto 3-1, con Mbappé ancora decisivo e capace di aggiornare ulteriormente la propria dimensione storica in nazionale. Ma, senza entrare troppo nei dettagli tattici, basterebbe rivedere certe giocate: l’assist di Olise, la qualità di Rabiot nella rifinitura, il gol finale di Mbappé. Sono quei frammenti che spiegano meglio di qualsiasi analisi perché questa squadra abbia raggiunto due finali mondiali nelle ultime due edizioni. L’unico rischio, forse, è quello di crederci troppo. Di sentirsi superiore prima ancora di dimostrarlo.
Andiamo avanti. Due grandi delusioni: Olanda e Spagna. Attenzione, però, perché sono due discorsi molto diversi.
L’Olanda del “bravissimo” Koeman, una volta passata in vantaggio contro il Giappone, invece di insistere e sfruttare le qualità tecniche e fisiche di cui dispone, ha scelto progressivamente di abbassarsi. Il passaggio a una linea più prudente, quasi a cinque, ha finito per regalare campo e possesso alla squadra nipponica. Il Giappone ha avuto il merito di crederci, di spingere, di occupare meglio gli spazi e alla fine ha trovato il pareggio. Di testa, peraltro: dettaglio non banale, considerando la differenza strutturale tra molti attaccanti giapponesi e i difensori orange. Il 2-2 finale racconta bene una partita che l’Olanda avrebbe potuto indirizzare e che invece ha scelto di gestire male. Lezione imparata da Koeman? Difficile crederlo.
La Spagna, invece, ha sbattuto contro Capo Verde. E qui la sorpresa è stata ancora più netta. Nonostante Capo Verde sia una squadra organizzata, compatta e tutt’altro che ingenua, era lecito aspettarsi una partita più simile a Germania-Curaçao, finita 7-1. Invece la Roja si è impantanata nel proprio possesso: tanto palleggio, tanti giocatori bravi tra le linee, ma poca profondità reale e pochissima capacità di calciare da fuori. Con Yamal e Nico Williams inizialmente fermi ai box ed entrati solo negli ultimi minuti, la sterilità offensiva è diventata quasi disarmante.
Forse era proprio questa la partita in cui avrebbe avuto senso inserire prima un centravanti vero, un riferimento d’area come Borja Iglesias. Anche perché viene da chiedersi: se non lo utilizzi in una gara del genere, quando dovrebbe servirti? Il pareggio con Capo Verde è un campanello d’allarme. Non necessariamente una sentenza, perché la Spagna resta troppo forte per non reagire. Ma qualcosa, soprattutto contro squadre chiuse e ben organizzate, va rivisto.
Poi ci sono le sorprese positive. La Costa d’Avorio ha dato l’impressione di essere una squadra vera: veloce, dinamica, aggressiva, con una fisicità che può mettere in difficoltà chiunque. Anche l’Ecuador ha mostrato un organico interessante, e la partita tra le due squadre è stata probabilmente una delle più intense e divertenti di questo avvio di Mondiale. La Costa d’Avorio ha vinto 1-0, ma al di là del risultato è rimasta la sensazione di due nazionali vive, moderne, capaci di correre e far correre la partita.
Molto interessante anche il Marocco, che aveva forse l’esordio più complicato. Contro il Brasile ha ottenuto un pareggio pesante, fermando una squadra piena di talento ma apparsa ancora estremamente confusa nella disposizione in campo. Il Brasile ha le individualità, ovviamente. Ma il Marocco ha struttura, coraggio e giocatori tecnicamente sempre più maturi. E se c’è una cosa che l’ultimo Mondiale ci aveva già insegnato, e anche l’ultima Coppa D’Africa, è che questa nazionale non può più essere considerata ormai come una outsider, ma è una delle top nazionali in circolazione.
Al netto dei risultati, un’altra sorpresa, è che questo inizio di Mondiale sta mostrando una cosa abbastanza evidente: il livello medio delle partite si è alzato. Anche le nazionali considerate “piccole” arrivano con un’organizzazione, una disciplina tattica e una capacità di lettura dei momenti della gara che qualche anno fa erano molto meno diffuse. Le squadre meno attese sanno soffrire, sanno abbassarsi, sanno chiudere gli spazi e soprattutto sanno quando colpire. Magari non hanno la stessa qualità negli ultimi trenta metri, ma hanno struttura, intensità e consapevolezza. E questo mette in difficoltà anche le grandi, soprattutto quando le grandi pensano di poter vincere solo per inerzia.
Si può discutere quanto si vuole sul format a 48 squadre, sulla dispersione del livello, sul rischio di partite sbilanciate. Però, almeno in questo primo tratto, molte nazionali hanno dimostrato che la distanza si è ridotta. Non sempre tecnicamente, ma sicuramente nella preparazione, nella gestione emotiva e nella capacità di stare dentro la partita. Ed è grazie a questa disciplina che si formano storie che racconteremo nel tempo.
Grazie a Dio — e non lo cito a caso — c’è ancora Messi. La tripletta contro l’Algeria non ha davvero parole sufficienti per essere commentata. Appartiene al metacalcio, se il metacalcio esiste. A qualcosa che somiglia al divino. Sembra un’esagerazione, ma davanti a certe cose è quasi più razionale arrendersi che spiegare. Un popolo continua ad alzare le braccia, a scuoterle, a invocare quel numero diez che fa ancora piangere tifosi e appassionati.
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Bernardo Mancini
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