Ci sono storie in cui i fili del destino si intrecciano in modo imprevisto, superando le barriere del tempo e dei ruoli. Una di queste è emersa con forza durante la rassegna “Giugno Sport 2026” all’oratorio di Gavirate, dove il rapper Massimo Pericolo (Alessandro Vanetti) e il parroco del paese, don Marco Casale, hanno condiviso con il pubblico la genesi del loro profondo legame. Un’amicizia nata dodici anni fa in un luogo di sofferenza e isolamento: il carcere dei Miogni a Varese.
L’incontro dietro le sbarre
Nel 2014, don Marco Casale svolgeva il ruolo di cappellano nella struttura detentiva varesina. Fu in quel periodo che incontrò Alessandro, allora ventunenne. «Non lo incontrai come un detenuto – ha raccontato don Marco dal palco –, ma come una persona. Era un ragazzo giovane e per questo avevo un’attenzione in più. Ci vedevamo, chiacchieravamo e siamo diventati amici. Non ci crederete, ma la domenica veniva a messa vestito elegante».
Il sacerdote ha ricordato la durezza della vita carceraria, specialmente nei mesi estivi, definendola un luogo privo di spazi adeguati come le scuole e segnato dal sovraffollamento, ma capace al contempo di far nascere relazioni autentiche: «È un luogo in cui i rapporti umani diventano particolarmente profondi, intensi e veri. Ci siamo conosciuti lì, da prete e da detenuto, ma soprattutto da due persone che si incontravano nella verità più profonda di loro stessi».
Un ragazzo malinconico ma pieno di desideri
Invitato a descrivere il giovane Alessandro di allora, don Marco ha dipinto il ritratto di «un ragazzo pulito, sofferente, un po’ malinconico, ma pieno di desideri grandi». Quando il giovane gli confidava il sogno di fare della musica il proprio futuro, il cappellano lo incoraggiava: «Ti auguro che vada a buon fine, ma se questo è il tuo talento, devi provarci». Accanto alla parte che faticava a credere in se stessa, il sacerdote scorse una forte spinta vitale e una ricerca di profondità che colse come il vero punto di forza del ragazzo.
Un ruolo cruciale in quei mesi fu svolto da don Marco anche come tramite con l’esterno, in particolare con i nonni di Alessandro, che per ragioni di età non potevano recarsi ai colloqui: «Tutte le volte che lo vedevo, gli riferivo quanto i nonni mi avevano detto al telefono».
Il ricordo dei “pizzini” e il valore dell’umanità
Alessandro ha ascoltato il racconto del parroco confermando l’importanza di quei momenti: «Molte cose le ho rivissute sentendo questo discorso. Don Marco mi ha fatto ricordare che faceva da tramite con i miei nonni. A parte qualche lettera di mia nonna, aspettavo sempre di incontrarlo perché era una specie di passaggio di “pizzini”. Quando si è esclusi da tutto, comunicare con l’esterno è difficilissimo».
Il rapper ha poi sottolineato cosa abbia reso speciale la figura del sacerdote ai suoi occhi: «Ho trovato una persona che mi vedeva come un essere umano, al di là delle nostre posizioni di prete e detenuto. Questa cosa mi è rimasta dentro; le persone che si sono comportate così con me nella vita non le ho mai dimenticate. È un valore che spero il mondo non perda».
Il successo e le radici nella provincia
L’amicizia non si è interrotta con la scarcerazione. Negli anni i due si sono scritti, telefonati e incontrati. Poi, un anno fa, il trasferimento di don Marco da Varese a Gavirate, proprio vicino al paese in cui il rapper si era stabilito (Comerio, che fa parte della stessa comunità pastorale): «È come se le nostre vite si fossero rincontrate per destino», ha commentato l’artista.
Alla domanda se si aspettasse il clamoroso successo ottenuto negli ultimi anni, Massimo Pericolo ha risposto con sincera umiltà: «Una parte di me non ci credeva per niente. Penso che molti dei ragazzi qui presenti possano capirmi: arrivare da Gavirate, da Brebbia o da Crosio non è come arrivare da Milano o da Varese. Questa differenza si sente tutti i giorni, nello studio o nel lavoro. Se ci sono problemi nella vita e vuoi fare qualcosa di più perché senti di avere qualcosa di meno, questa sensazione la provi di sicuro».
Una motivazione profonda che spiega anche l’eccezione fatta per la serata: subissato da milioni di inviti ai quali è costretto a dire di no, il rapper ha spiegato che la presenza a Gavirate è stata una risposta immediata e dovuta esclusivamente al legame speciale con don Marco.
Verso il quarto disco tra buddismo e realtà: “La rabbia non è sbagliata, conta dove la dirigi”
Non è la solita narrazione sterile sulla strada e sul riscatto quella che Massimo Pericolo porta sul palco di “Giugno Sport 2026” a Gavirate. Accanto alla locandina dell’evento benefico “La vita è un dono”, il rapper di Brebbia – al secolo Alessandro Vanetti – si concede a una riflessione profonda, quasi un bilancio a cuore aperto, davanti a un pubblico attento che lo segue ben oltre le rime dei suoi successi.
Il punto di partenza è il futuro, quel quarto album in lavorazione che rappresenta una sfida complessa: riuscire a dire ciò che pensa davvero, ma in un modo che sappia “funzionare” senza replicare vecchi cliché: «Tante cose che ho scritto tempo fa non le penso più. Sono stato anche quello, è sbagliato rinnegarlo, è come guardare vecchie fotografie e quella era una parte di me. Adesso sono cambiato».
La svolta interiore e l’influenza del buddismo
«Il modo di comunicare che avevo all’inizio della mia carriera faceva molta presa», ammette l’artista con totale franchezza. «Dire che la vita o lo Stato fanno schifo, spingere a delinquere perché tanto non ci sono possibilità… quello funziona commercialmente. Ci credevo al cento per cento prima di iniziare, poi al novanta. Piano piano, però, quella spinta si è logorata».
Oggi la ricerca di Alessandro viaggia su binari diversi, incrociando anche la filosofia orientale. «Nel buddismo si parla di ignoranza, intesa come una visione distorta di ciò che ci rende felici o ci fa soffrire. Spesso ci arrabbiamo per ciò che crediamo ci faccia del male e desideriamo ciò che pensiamo ci faccia bene, ma la direzione è sbagliata. La rabbia, nella mia musica, non è un sentimento errato in sé: è sbagliata la traiettoria che le si dà. Posso mantenere la stessa incazzatura nei brani per denunciare le cose del mondo che effettivamente non vanno, aiutando le persone a incanalare emozioni forti».
Un percorso in solitaria
Un’evoluzione che non è priva di ostacoli, soprattutto legati alla solitudine che un cambiamento così radicale comporta. «È un percorso che sto facendo per stare meglio, ma mi sento un po’ solo. Ci sono pochissime persone che mi accompagnano e capiscono questi valori, come Mohamed e Giada. La maggior parte dei miei amici di sempre, la mia rete sociale di riferimento, vive ancora le stesse dinamiche e la stessa mentalità di prima».
Una realtà che Massimo Pericolo non intende però rinnegare o guardare dall’alto in basso: «Continuo e continuerò a testimoniare quelle situazioni nei miei pezzi. Esistono ed è giusto dare loro dignità, perché hanno un peso specifico enorme nella nostra società. Anche se si tratta di un peso negativo, parlarne e guardarlo in faccia resta l’unico modo per provare a risolvere certi problemi».
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