In vigore il Patto europeo immigrazione e asilo, e il Regolamento che accelera i rimpatri, anche di minori emigrati con le famiglie, in paesi terzi
Il magistrato Luca Minniti, presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione e protezione internazionale di Bologna, parla di manipolazioni e storture per bypassare le leggi internazionali sul diritto d’asilo, che invece prevalgono sulle esigenze di regolamentazione dei flussi
Il 12 giugno scorso è entrato in vigore il Patto europeo immigrazione e asilo. Dopo due anni di norme, regolamenti e direttive, la data fatidica è arrivata. Nella giornata di mercoledì 17, il parlamento europeo ha votato il Regolamento per accelerare i rimpatri previsti nel patto, con le modalità di cui abbiamo scritto: returns hub fuori dai paesi dell’Unione, in stati terzi con cui si fanno accordi.
Strutture di transito dove attendere che l’effettivo rimpatrio nel proprio paese d’origine avvenga o, in caso l’accordo non sia siglato, luoghi limbo dove stare senza limiti di tempo né garanzie di ritorno. Stando alla votazione di ieri, solo i minori stranieri non accompagni ne risultano esclusi, non invece i minori che migrano con le famiglie, quelli rischiano di essere trasferiti negli hub.
418 voti a favore, 218 contro, 30 astensioni, un lungo applauso e uno slogan “send them back” (rimandateli indietro). Ecco qua il Regolamento che normalizza quel che da sempre sembrava impossibile, che fa diventare condiviso per norma il vento conservatore e xenofobo che soffia sull’Europa ed entra tra gli scranni parlamentari dell’Unione, è stato approvato.
Ma andrà effettivamente così? È arrivato il via libera per le deportazioni? Il 13 giugno, all’indomani dell’entrata in vigore del Patto, il magistrato Luca Minniti, presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione e protezione internazionale di Bologna, il primo, quando era alla presidenza del collegio fiorentino, a disapplicare il provvedimento in materia di paesi sicuri rifacendosi a due sentenze della corte di giustizia europea, ospite di Fondazione Nigrizia ad Africae, ha messo sul tavolo quei pesi e contrappesi del diritto che potranno ribilanciare tanto i venti razzisti quanto le storture del Patto immigrazione e asilo.
Il giudice Minniti è partito da maggio 2024, dai nove regolamenti che riscrivono il sistema di diritto d’asilo comune in Europa per porre un argine ai flussi migratori. Lo ha fatto sottolineando come questa necessità nasca da un dato di fatto: dalla Costituzione italiana in su, passando per il diritto internazionale fino ad arrivare alla Convenzione di Ginevra del 1951, il diritto d’asilo prevale sulle esigenze di regolamentazione dei flussi.
Poco importa se oggi come ieri il fenomeno delle persone sfollate, rifugiate è in crescita e quindi di fatto urge un riferimento di diritto, l’Unione Europea ha deciso che occorre porre un freno, costruire un muro normativo contro un diritto universale, quello al libero movimento.
Finzioni giuridiche
«Non potendo però toccare i pilastri del diritto d’asilo, il patto tenta un’operazione diversa – spiega Minniti -. E per far questo prova a lavorare sulle procedure, sugli inciampi, sull’ostacolo all’accesso al diritto di asilo, quindi a cercare di non far esaminare approfonditamente in sede amministrativa prima e in sede giudiziaria poi, il diritto a ottenere la protezione internazionale da parte della persona straniera, con una serie di norme che si fondano su vere e proprie finzioni giuridiche, sostanzialmente diciamo manipolazioni delle norme».
Manipolazioni, secondo il giudice Minniti. Perché il fine del Patto non è accertare il diritto ad accedere al sistema di asilo, ma accelerarne i tempi in cui questo accertamento è possibile farlo, selezionando le domande ancora prima dell’esame della procedura di riconoscimento di quel diritto.
E senza mettere a disposizione delle strutture amministrative e giudiziarie dei mezzi reali per accelerare questo processo, se non quello della fretta approssimativa finalizzata a buttar fuori dall’Unione Europea le persone migranti, a prescindere dal loro diritto.
«Basta pensare al fatto che in Italia le domande di protezione internazionale pervenute nel 2025 sono state 133mila e in sede amministrativa se ne sono potute esaminare 104mila. Quindi ogni anno si accumula un 25-30% in fase amministrativa. Il che vuol dire che se ogni anno ho un arretrato di un terzo delle domande che ricevo, in quattro anni questo va oltre il 100%».
E questo è solo il piano amministrativo, poi abbiamo quello giudiziario, determinato da chi decide di ricorrere a un rigetto. Passaggio non banale stando ai numeri: «Le commissioni territoriali, che sono organi amministrativi del ministero dell’Interno, rigettano in media il 70% delle domande di protezione internazionale. Molto più della media europea, in cui i dinieghi si attestano intorno al 50%».
Di questo 70% di dinieghi, l’80/85% arriva ai tribunali. Nonostante tutta una serie di decreti, dal decreto sicurezza Salvini a Cutro, abbiano tentato di ridurre le coperture di protezione, di cancellarne alcune (pensiamo all’umanitaria). Riduzioni cui si aggiunge con il Patto immigrazione e asilo e con il Regolamento rimpatri, l’ulteriore strettoia del paese terzo sicuro.
Paesi terzi sicuri
Una presunzione, quella del paese sicuro, che diventa di fatto un doppio binario del diritto, per cui se si arriva da un paese d’origine ritenuto tale e inserito in quella lista, che adesso viene condivisa da tutti i paesi europei, la domanda ha un iter accelerato.
«Questo non può voler dire però che decade il merito nella risposta. Perché se il Patto stabilisce che è sicuro il paese da cui provengono i richiedenti che hanno ottenuto un accoglimento in misura inferiore al 20%, ogni storia ha comunque un contesto, è storia a sé e poi spetta comunque ai giudici».
Minniti ricorda quando disapplicò, a Firenze, nel settembre del 2023, la lista dei paesi in relazione alla Tunisia. «L’Italia aveva individuato, legittimamente, una lista, ritenendo alcuni paesi sicuri sulla base di informazioni che abbiamo ritenuto non condivisibili, superficiali e non aggiornate rispetto, in quel caso, alla Tunisia e ad altri paesi, ad esempio l’Egitto. Da qui, con il disconoscimento del paese sicuro, l’avvio della procedura ordinaria, che si differenzia dalle procedure speciali, per cui non c’è automaticamente il diritto a rimanere sul territorio nazionale durante l’esame della domanda».
Questo, secondo il magistrato, potrà essere il modo per restare sul territorio fino a fine del procedimento processuale. «La lista europea è immotivata, cioè ha una motivazione apodittica, non indica le fonti sulle quali si fonda la decisione e quindi lì ci sarà di nuovo la stessa partita che si è giocata da settembre 2023 fino al primo agosto 2025». Data, quest’ultima, che si riferisce a quando la Corte di giustizia europea ha ristabilito i ruoli, riconoscendo ai giudici il diritto/dovere di entrare nel merito del paese considerato sicuro.
La vita come forma di resistenza
E davanti al disconoscimento del paese sicuro e della messa al centro delle storie delle persone che arrivano e fanno domanda di protezione, una forma di resistenza saranno proprio i racconti delle vite. Ne è convinto Luca Minniti: «Quel che deve arrivare nelle aule giudiziarie è la realtà. Per questo è importante fisicamente la presenza delle persone. Bisogna evitare che le persone migranti siano allontanate attraverso strumenti come ad esempio la videoconferenza nelle udienze.
Portare la realtà significa anche svelare alcune finzioni. Una di queste finzioni del Patto è ritenere non entrata sul territorio italiano una persona fino a quando non si è svolta una certa procedura. Cioè, sono fisicamente in Italia, sono sul territorio italiano, ma sono ritenuto dalla legge non ancora presente, quindi pur avendo i diritti del richiedente asilo, di protezione internazionale, è come se non esistessi».
Altre vite come forma di resistenza sono poi quelle della società civile che si troverà a creare un muro di umanità che protesta davanti a un Patto e un Regolamento che di fatto hanno normalizzato deportazioni mascherate da rimpatri, che, come è venuto fuori dall’incontro, hanno necessità di leggi ad hoc per fermare flussi che sono sempre stati strutturali alla storia del mondo, che non possono essere bloccati con il diritto internazionale o le convenzioni dei diritti umani, ma da una politica che soffia un vento destro sì.
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