Capire il presente con il microscopio sul passato


La lezione di Ginzburg, maestro non ancora quarantenne, è che se vogliamo davvero capire il nostro passato dobbiamo studiarlo con il microscopio per far emergere gli indizi di ciò che la storia ufficiale, che è scritta da una parte, nasconde. Quindi la microstoria non è, come i suoi critici hanno cercato di insinuare, e come i suoi imitatori pigri hanno cercato di fare, la narrazione di aneddoti curiosi, marginali e irrilevanti. Al contrario.

Giorgio Meletti

È difficile ricordare un qualche precedente che assomigli all’ondata di sincero lutto per la morte dello storico Carlo Ginzburg (1939-2026), visto che non è mai stato un personaggio pop e non lo abbiamo mai visto partecipare a un talk show; nessuno si è impossessato del cadavere dichiarandosene epigono, erede, allievo o intimo amico; nessuno ha esibito un selfie con l’illustre scomparso, nemmeno Matteo Renzi.

Un giorno qualcuno dovrà studiare questo peculiare meccanismo di propagazione social del dolore per un intellettuale notissimo e sconosciuto al tempo stesso.

Per farlo torneranno utili gli attrezzi della microstoria, il metodo storico che non ha inventato lui (come Gutenberg non ha scritto la Bibbia), ma di cui ci ha fatto dono.

Una cosa è già chiara: Ginzburg si è guadagnato, in vita, un rispetto non scalfibile, talmente ampio da generare – in tutti i suoi amici, colleghi, studenti o semplici lettori e ammiratori – un forte senso di soggezione.

Prima di provare a spiegare l’origine di questa peculiare forma di carisma intellettuale penso però che possa essere utile raccontare ai più giovani, cioè a chi non c’era, una cosa che sui libri non c’è.

Devo passare per un attimo alla prima persona anche se, voglio rassicurare gli allergici al narcisismo, Carlo Ginzburg non l’ho mai incontrato in vita mia e non ho alcun merito specifico da vantare, se non di aver per puro caso partecipato, da spettatore, a un momento straordinario della nostra storia culturale.

Il 1° novembre 1976 iniziai il mio corso di laurea in Storia all’Università di Pisa e ricordo nitidamente che c’era una strana elettricità nell’aria. Era appena uscito Il formaggio e i vermi, il saggio del giovane storico Ginzburg, non ancora quarantenne, che in poche settimane aveva già cambiato tutta la nostra piccola storia di piccoli storici.

Basti pensare che nelle stesse settimane la Einaudi decise di fare una nuova edizione dell’Apologia della storia del francese Marc Bloch, fondatore della rivista storica Les Annales, vero condottiero della grande rivoluzione storiografica del Novecento e ispiratore di Ginzburg.

La storia del mugnaio friulano del Cinquecento fu una lettura folgorante ma è destinata a provocare la stessa emozione, cinquant’anni dopo, in chiunque ne ripercorra le parole iniziali:

“In passato si potevano accusare gli storici di voler conoscere soltanto le “gesta dei re”. Oggi, certo, non è più così. Sempre più essi si volgono verso ciò che i loro predecessori avevano taciuto, scartato o semplicemente ignorato. “Chi costruì Tebe dalle sette porte?” chiedeva già il “lettore operaio” di Brecht. Le fonti non ci dicono niente di quegli anonimi muratori: ma la domanda conserva tutto il suo peso (…) Questo libro racconta la storia di un mugnaio friulano – Domenico Scandella detto Menocchio – morto bruciato per ordine del Sant’Uffizio dopo una vita trascorsa nella più completa oscurità”.

Quegli storici del passato avevano nomi e cognomi noti, occupavano quasi tutte le cattedre universitarie, erano i padri contro cui la generazione di Ginzburg, i sessantottini, si ribellava.

Lui si era laureato proprio alla Scuola Normale di Pisa, dove dodici anni prima il suo compagno di studi e amico Adriano Sofri, poco più che ventenne, aveva sfidato il leader comunista Palmiro Togliatti, invitato per una conferenza, gridandogli dall’ultima fila: «Perché non avete provato a fare la rivoluzione?». E quello, stizzito, gli rispose: «Provaci tu, a farla, se sei capace», beccandosi la replica beffarda: «Lo farò, lo farò».

Un episodio rimasto leggendario – e fondativo del ‘68 che ebbe a Pisa la sua culla e in Sofri uno dei suoi profeti – oggi utile a capire che la rivolta di cui Il formaggio e i vermi fu il manifesto era soprattutto contro l’ortodossia (baronale) della storiografia marxista che raccontava il passato in termini di rapporti tra le classi sociali all’interno di un rigido quadro di determinismo economico: le gesta della borghesia avevano preso il posto delle gesta dei re, e di questo parlava Ginzburg.

Qui il lettore vorrà perdonare le semplificazioni inevitabili se vogliamo arrivare al punto. Siamo alla vigilia del ‘77, di quel movimento giovanile che in qualche modo è anche contro il ‘68, o se si preferisce ne rappresenta un’evoluzione.

Poi finirà malissimo, la lotta armata avvelenerà tutto e dodici anni dopo Sofri sarà arrestato con l’accusa di essere stato il mandante dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi.

Ginzburg difenderà l’amico mettendo in campo tutta la sua sapienza microstorica in un libro, Il giudice e lo storico (1991), che mette insieme la presa di posizione («Adriano Sofri è uno dei miei amici più cari») con il rigore accademico: «Gli atti del processo milanese e dell’istruttoria che l’ha preceduto mi hanno posto ripetutamente di fronte ai rapporti, intricati e ambigui, tra il giudice e lo storico. Da anni, ormai, giro attorno a questo tema». Ma questa è un’altra storia.

La lezione di Ginzburg, maestro non ancora quarantenne, è che se vogliamo davvero capire il nostro passato dobbiamo studiarlo con il microscopio per far emergere gli indizi di ciò che la storia ufficiale, che è scritta da una parte, nasconde.

Quindi la microstoria non è, come i suoi critici hanno cercato di insinuare, e come i suoi imitatori pigri hanno cercato di fare, la narrazione di aneddoti curiosi, marginali e irrilevanti. Al contrario.

Nella cultura di Menocchio che Ginzburg ricostruisce in modo certosino dagli atti del processo per stregoneria, sono presenti «quei temi, già allora convergenti con le tendenze di una parte dell’alta cultura del cinquecento, che sono diventati patrimonio della cultura progressiva dei secoli seguenti: l’aspirazione a un rinnovamento radicale della società, la corrosione dall’interno della religione, la tolleranza. Grazie a tutto ciò Menocchio si inserisce in una sottile, contorta, ma ben netta linea di sviluppo che arriva fino a noi: è, possiamo dire, un nostro antenato».

Ginzburg ha proposto un metodo sensato, praticabile e divertente. Per questo è stato seguito da molti colleghi coetanei o anche più anziani, e da generazioni di lettori e studenti che oggi, magari dopo aver fatto tutt’altro nella vita, si inchinano a un leader che non ha mai cercato il potere ma solo la felicità della conoscenza condivisa, e dunque per pura generosità ha indicato la strada.

Una lezione di cui i suoi coetanei e i personaggi di successo della generazione successiva hanno fatto un pessimo uso come classe dirigente, con i risultati che abbiamo sotto i nostri occhi, ma che ha cambiato in profondità la cultura di molti.

E qui veniamo al tema del particolare carisma di Ginzburg, che si può capire leggendo un piccolo libro straordinario del 2003, intitolato Un dialogo, ed è proprio la trascrizione di un dialogo tra un Carlo sessantacinquenne e un Vittorio Foa ultraottantenne.

Foa è un padre della patria che ha conosciuto il carcere fascista e poi contribuito alla costruzione dell’Italia repubblicana. Nell’attuale cultura fatta di bocconcini piccolissimi via social è celebre soprattutto per aver detto al neofascista Giorgio Pisanò: «Se aveste vinto voi io sarei morto in galera, ma dal momento che abbiamo vinto noi tu puoi essere senatore».

Foa e Ginzburg sono entrambi figli della comunità ebraica torinese, forse anche parenti, e ne parlano con un certo distacco e divertimento.

Dice Carlo a un certo punto: «Jemolo era attratto dai giansenisti e non dai gesuiti, quindi avrebbe dovuto essere ostile alla casistica; però era mezzo ebreo, e probabilmente attraverso il Talmud gli veniva…». Vittorio lo interrompe: «Era ebreo?». Carlo precisa: «Era mezzo ebreo, me lo disse Momigliano che era suo cugino».

Sembra di vederli sogghignare. Arnaldo Momigliano, ebreo torinese, coetaneo di Foa, professore di storia greca alla Scuola Normale, fu uno dei maestri di Ginzburg.

Il dialogo verte su un’autobiografia scritta da Vittorio. Carlo gli dice: «Hai scritto un’autobiografia in cui tu sei al centro, e questo è vero per la maggior parte delle autobiografie. Ma non è ovvio, perché uno potrebbe pensare a un’autobiografia in cui l’io è quasi invisibile o periferico. (Mi rendo conto che mia madre ha fatto un esperimento del genere scrivendo Lessico familiare)».

Nemmeno la nomina, dice “mia madre”, sì, perché Natalia Ginzburg, nata Levi, era sua madre. Come pure Eugenio Montale era suo zio (acquisito). E poi c’è la gigantesca figura del padre. Leone Ginzburg, russo di origine, grande intellettuale antifascista, tra i fondatori della casa editrice Einaudi (che pubblica i libri di Carlo fino a quando se la compra Berlusconi e lui cambia aria), partigiano arrestato dai nazisti e torturato a morte, il 5 febbraio 1944, quando Carlo non ha ancora compiuto cinque anni.

Carlo Ginzburg cresce dunque in mezzo a grandi intellettuali, a partire dalla madre, con gli amici del padre verosimilmente solleciti verso il giovane orfano. Ed è in questo contesto che matura una caratura intellettuale straordinaria.

Foa, che ha vent’anni più di lui, gli parla con affetto ma anche con rispetto e soggezione, ne riconosce la superiorità intellettuale, gli chiede cose che non sa, gli confessa di non essere mai stato un grande lettore in una vita un po’ agitata, per così dire.

Carlo, vent’anni più giovane, invece lo interroga, sia pure con curiosità affettuosa, gli chiede che cosa leggeva e, a proposito di certi romanzi che in carcere aveva consigliato a Ernesto Rossi, Vittorio ricorda come quell’altro padre della patria, uno degli autori del Manifesto di Ventotene, ne parlava nelle sue lettere: «Foa mi fa leggere un autore proprio difficile (era Kafka), poi mi fa leggere un libro che parla di una balena». La trascrizione riporta: [risate].

Ma c’è un punto in cui è difficile trattenere la commozione, quando Carlo gli chiede se ha letto Benedetto Croce, Vittorio gli risponde: «L’ho letto in prigione, ma tuo padre mi aveva fatto leggere qualcosa anche prima».

Foa e Leone Ginzburg erano coetanei e amici, legatissimi. Vittorio parla a Carlo di quel padre che non ha avuto e che invece lui sì che lo ha avuto, come amico e anche come maestro. Gli dice come se niente fosse: «Tuo padre mi aveva chiamato a lavorare con lui a Giustizia e Libertà».

Molte volte è stato chiesto a Carlo Ginzburg se avesse ricordi di suo padre e lui ha risposto sempre: «Sì, molto vividi». Ma si è sempre rifiutato di parlarne, comprensibilmente.

In un mondo pieno di orfani e vedove che hanno costruito carriere, non solo politiche, sul nome del martire, Ginzburg ha messo a frutto l’autentica eredità intellettuale ricevuta dal suo mondo senza mai pretendere alcun tipo di risarcimento.

Se mai l’avesse fatto, avrebbe suscitato invidia e ironia, nella peggiore delle ipotesi sarebbe diventato una macchietta come tante se ne sono viste. Si è astenuto, e questo ha contribuito alla costruzione di un carisma intellettuale irresistibile in quanto autentico.

Come si usava dire tra i normalisti, «Carlo era bravo davvero».

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