(Adnkronos) – Un progetto di design esperienziale che integra arte, architettura, artigianato e neuroscienze per creare spazi, oggetti e superfici multisensoriali. Si chiama Sensorial e a fondarlo è stata Maria Chiara Monacelli. Nato in Umbria, il brand si distingue per una ricerca materica innovativa che trasforma elementi come il cemento in un linguaggio espressivo capace di evocare emozioni, memoria e percezione. Alla base della filosofia di Sensorial la volontà di restituire centralità all’esperienza, sviluppando ambienti immersivi che coinvolgono i sensi e favoriscono una connessione profonda tra individuo e spazio. Ogni creazione è progettata su misura, come traduzione poetica della materia e dell’identità di chi la vive. Attraverso l’applicazione dei principi della neuroestetica e della sinestesia progettuale, Sensorial esplora nuove modalità di interazione tra corpo, ambiente e percezione, dando forma a esperienze che stimolano il benessere psicofisico e ridefiniscono il rapporto tra design e dimensione emotiva. Ne parliamo con Maria Chiara Monacelli, Ceo e Art Director del marchio Sensorial.
Quanto conta oggi il valore del Made in Italy non solo come eccellenza estetica e artigianale, ma come capacità di creare esperienze, cultura e innovazione?
“Credo che oggi il Made in Italy non possa più essere raccontato soltanto come bellezza formale o qualità manifatturiera, pur restando questi due elementi fondamentali. Il suo valore più profondo sta nella capacità di trasformare il saper fare in cultura, relazione, esperienza. Per me il Made in Italy è una forma di intelligenza sensibile: nasce dalla mano, dal territorio, dalla memoria dei materiali, ma diventa innovazione quando riesce a parlare al presente e a generare nuovi modi di abitare, percepire e vivere lo spazio. Sensorial nasce da questa visione. In Umbria, dove natura, arte, architettura, storia, spiritualità e cultura artigianale convivono da sempre, abbiamo cercato di trasformare un’eredità materiale in un linguaggio contemporaneo. Con Concrial volevamo dare forma a una materia progettuale capace di attivare sensi attraverso il dialogo con la memoria, luce, suono, emozione. Il Made in Italy, in questa prospettiva diviene una responsabilità culturale: la capacità di custodire un sapere tramandato di generazione in generazione per portarlo all’interno di una una nuova ricerca, capace di generare valore estetico, tecnico, umano e territoriale”.
Il vostro lavoro supera l’idea della superficie come elemento puramente decorativo, trasformandola in parte integrante dell’esperienza dello spazio. Come è cambiato oggi il modo di progettare la materia in architettura e nel design?
“Nel nostro lavoro la superficie non è mai soltanto una finitura. È il primo punto di contatto tra corpo e spazio. È ciò che vediamo, tocchiamo e percepiamo a livello istintivo quando entriamo in contatto con un ambiente. La materia comunica continuamente con noi: attraverso temperatura, luce, texture, suono, profondità visiva, vibrazione. Per questo credo che oggi progettare la materia significhi assumersi una responsabilità più ampia rispetto alla sola dimensione estetica. Significa chiedersi che tipo di esperienza quella materia genera, che relazione attiva, quale qualità percettiva introduce nello spazio. Con Sensorial abbiamo lavorato proprio su questo passaggio: dalla materia come superficie alla materia come medium. Concrial nasce come una materia attiva, capace di accogliere metalli, ossidi, componenti tessili, elementi organici, proprietà fotoluminescenti e sistemi di diffusione acustica. Questo permette di costruire superfici che non decorano semplicemente un ambiente, ma partecipano alla sua identità. Per noi la materia è una soglia: tra architettura e corpo, tra spazio e memoria, tra funzione ed emozione. È lì che inizia l’esperienza”.
Sensorial nasce dall’incontro tra design, neuroscienze e ricerca materica. Quando ha capito che l’architettura poteva diventare non solo costruzione, ma anche esperienza emotiva e sensoriale?
“È stata una consapevolezza progressiva, nata dal mio percorso in architettura e poi approfondita attraverso la neuroarchitettura e la neuroestetica. Studiando il rapporto tra spazio, percezione, emozione e comportamento, ho compreso che l’architettura non è mai neutra. Non è soltanto costruzione, funzione o composizione. È un’esperienza che coinvolge il corpo prima ancora del pensiero. Uno spazio può accogliere o respingere, orientare o disorientare, generare calma, attenzione, memoria, connessione. E molto di questo accade attraverso la materia: attraverso la luce che assorbe, il suono che restituisce, la texture che invita al tatto, la relazione che crea con il paesaggio e con chi lo attraversa. Sensorial nasce quando questa intuizione incontra una possibilità concreta: trasformare il cemento, materiale apparentemente tecnico e asettico, in una materia viva, espressiva, sensoriale. Da lì è nato Concrial, come tentativo di dare alla materia un nuovo ruolo nel progetto. Non mi interessava soltanto disegnare oggetti o superfici. Mi interessava capire come la materia potesse diventare esperienza, come potesse parlare alla parte più profonda e percettiva della persona”.
Durante il recente evento ‘MA – The Space between Matter, Craft and Perception’ avete portato a Milano nello spazio di Listone Giordano Arena una riflessione sul concetto giapponese di ‘MA’, lo spazio tra le cose. Perché sente che oggi questo tema sia così attuale nel modo di vivere e progettare gli spazi?
“Il concetto di MA è straordinariamente attuale perché ci invita a guardare non solo alle cose, ma alla relazione tra le cose. Non solo alla materia, ma allo spazio che la materia apre. Non solo all’oggetto, ma all’esperienza che nasce intorno a esso. In un tempo in cui gli spazi sono spesso saturi, veloci, sovraccarichi di segni e funzioni, il MA ci ricorda il valore del vuoto, della pausa, della soglia, della distanza necessaria perché qualcosa possa essere davvero percepito. Per Sensorial questo tema è molto vicino alla nostra ricerca. Anche noi lavoriamo su ciò che accade tra corpo e spazio, tra materia e percezione, tra gesto artigianale e memoria emotiva. Il progetto presentato a Milano con Hiroto Kobayashi presso Listone Giordano Arena ci ha permesso di mettere in dialogo due sensibilità diverse ma profondamente affini: da un lato la cultura giapponese del vuoto attivo, dall’altro la nostra ricerca sulla materia come esperienza sensoriale. Credo che oggi progettare significhi anche restituire qualità al tempo e alla presenza. Non basta occupare uno spazio. Occorre creare le condizioni perché quello spazio possa essere abitato, ascoltato, sentito”.
Concrial trasforma il cemento in una superficie capace di interagire con luce, suono e percezione. Come immagina il futuro dei materiali nel design e nell’architettura? Saranno sempre più ‘sensoriali’?
“Non so se tutti i materiali saranno necessariamente sensoriali, ma credo che crescerà sempre di più la necessità di progettare materiali capaci di entrare in relazione con le persone in modo più profondo, consapevole e integrato. Per Sensorial il futuro della materia non è soltanto tecnologico. È relazionale. Un materiale non deve limitarsi a performare dal punto di vista tecnico, ma può contribuire alla qualità dell’esperienza, al benessere, all’identità di un luogo. Concrial nasce proprio da questa direzione: è una materia che può dialogare con la luce, attraverso la fotoluminescenza; con il suono, attraverso sistemi di diffusione acustica; con la memoria visiva e tattile, attraverso texture, ossidazioni, metalli, tessuti e componenti naturali. Ma l’obiettivo non è stupire con un effetto: l’obiettivo è creare una relazione più intensa tra individuo, materia e ambiente per generare negli utenti esperienze che si arricchiscono di significato. Preferisco quindi non parlare del futuro dell’architettura in senso assoluto. Posso dire quale sia la nostra rotta: mettere la persona al centro. Tutto in Sensorial converge qui. La materia diventa uno strumento per generare spazi più empatici, più identitari, capaci di sostenere l’esperienza umana”.
Nel vostro lavoro ricorrono concetti come impermanenza, trasformazione e flessibilità. Crede che l’architettura contemporanea debba oggi rispondere più alle emozioni e al benessere delle persone che alla sola estetica?
“Credo che estetica, emozione e benessere non possono essere separati. La vera qualità estetica non è solo ciò che appare, ma ciò che produce in chi osserva, attraversa, tocca e abita uno spazio. Nel nostro lavoro concetti come impermanenza e trasformazione sono fondamentali perché la materia non è mai percepita come qualcosa di immobile. Le superfici possono mutare con la luce, con il tempo, con il processo ossidativo, con il contesto. Ogni manufatto conserva una traccia, una memoria, una variazione. È questa dimensione viva che ci interessa. La flessibilità, per Sensorial, non è soltanto adattabilità tecnica. È capacità di ascoltare il luogo, la persona, il progetto. Ogni creazione nasce su misura, come traduzione della materia ma anche dell’identità di chi la vivrà. Quindi sì, credo che oggi sia necessario superare una visione dell’architettura e del design fondata solo sull’immagine. Ma non per sostituire l’estetica con il benessere: piuttosto per ricomporli. Uno spazio bello dovrebbe anche farci sentire presenti, connessi, accolti. L’estetica per me è un valore imprescindibile. È questa la direzione della nostra ricerca: riportare la persona e la sua esperienza al centro del progetto”.
(di Alessia Trivelli)
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