Europeisti contro sovranisti: la sfida bipolare


di Giovanni Cominelli

 

In questa breve stagione post-referendum e post-amministrative che ci separa dalle elezioni politiche della primavera del 2027 (o del tardo autunno 2026?!) incominciano ad assumere un profilo più netto i temi dello scontro – la parola ”confronto” è considerata ormai una bestemmia da espungere dal lessico – politico-elettorale prossimo.

Dei programmi del 2022 del centro-destra non si è realizzato quasi nulla. I cavalli ”costituzionali” del presidenzialismo-premierato, il rafforzamento federalistico dell’autonomia delle Regioni, la riforma dell’ordinamento della Magistratura si sono schiantati prima del traguardo. A livello di politica estera, l’originario afflato nazional-sovranista ha dovuto fare i conti con la dura realtà dell’ordine internazionale che stava crollando. Dunque: europeismo pragmatico e diffidente, sempre con il freno a mano tirato, ma pur sempre a fianco dell’Ucraina. Il governo-Meloni ha gestito un presente difficile, attraversato dal 2022 dall’aggressione russa all’Ucraina, dal 7 ottobre 2023 dal massacro perpetrato da Hamas, dal Novembre 2024 dall’elezione di Trump, dal 28 febbraio 2026 dalla “Terza guerra del Golfo”. In politica interna, la Meloni ha “governicchiato”, politica dell’immigrazione compresa.

Quanto al Campo largo, ha strepitato per anni, senza cavare un ragno dal buco. Sulla “questione ucraina” è riuscito nell’impresa di presentare cinque mozioni.

Il futuro immediato presenta un quadro inedito per quanto riguarda la Destra. Il generale Vannacci ha praticato la strategia del cuculo: far covare le proprie uova in nido altrui. Ciò grazie a quel “dabben-leader” che si chiama Salvini. Ora il centro-sinistra, la “Sette” di Cairo e collegati investono su Vannacci, nella speranza che faccia mancare alla coalizione di centro-destra quel 5-8% necessario e sufficiente per farle vincere il premio di maggioranza, come da nuova legge elettorale. Anche qui sta agendo l’effetto-cuculo ai danni del “Campo largo”, perché l’agenda politica non presenta più come primario lo scontro Destra-Campo largo, ma quello tra destra moderata e destra radicale, con il Campo-largo ridotto a fare il tifo dagli spalti per Vannacci. Una tale configurazione assomiglia molto a quella che si delineò al secondo turno delle presidenziali francesi il 5 maggio 2002, quando Jacques Chirac ottenne l’82,21% dei voti, perchè la sinistra francese lo votò nel nome di un “Front republicain” per fermare Jean Marie Le Pen. Infatti, mentre il “dabben- Salvini” – ma non la Lega del Nord – è tentato di competere con le proposte radicali di Vannacci sulle questioni dell’immigrazione e della sicurezza, la destra repubblicana e conservatrice di Meloni non ha altra strada che “moderarsi” ulteriormente, fino ad attrarre consensi anche dal Centro. L’effetto paradossale del rumoroso ingresso di Vannacci nell’arena politica potrebbe essere, pertanto, quello di riconsegnarci una Destra più liberal-conservatrice e più europeista. E non tanto per profonde convinzioni ideologiche, ma perché sarebbe l’unico modo per vincere. Che cosa farebbe, infatti, un elettore “democratico normale” preoccupato per il futuro dell’Italia, posto di fronte all’alternativa tra un “Campo largo”, dimostratosi totalmente inadeguato e incapace di “opposizione di governo”, e una Destra di governo, che rischia di essere sconfitta da un radicalismo anti-europeo, destinato, qualora vincente, a consegnare l’Italia alla propria solitudine di Paese indebitato fino al collo e a politiche di sicurezza e di remigrazione, prodrome di guerra civile nelle periferie delle maggiori città del Paese?

Per quanto riguarda il “Campo largo”, esso è più omogeneo della Destra sul piano culturale e programmatico, perché il PD non è più il PD di Veltroni, fondato al Lingotto il 27 giugno del 2007. Nessuna delle sue parole-chiave è passata nella cultura politica del PD di Elly Schlein: “la sinistra di governo”, “la vocazione maggioritaria”, “riformismo” sono state espunte dal suo lessico. Conte ne ha preso il controllo dal punto di vista dell’egemonia e perciò dell’agenda politica. E’ rimasto nel PD un “ucrainismo debole”, come è evidente dal modo di votare dei deputati del PD nel Parlamento europeo

Si tratta dell’agenda del populismo classico, versione sinistra. La subalternità culturale del PD a Conte non implica, tuttavia, la rinuncia di Elly Schlein alla pretesa della candidatura alla Presidenza del Consiglio, anche perchè ha un terzo dei voti in più rispetto al M5S. Perciò la Schlein non vuole le primarie di coalizione, Conte sì, essendo preferito anche da una parte della base del PD. Anche Elly Schlein teme di rimanere vittima della tecnica del cuculo da parte del suddetto, già collaudata con successo all’interno del M5S ai danni di Beppe Grillo.

Al cospetto di questo quadro, qual è il dilemma che si presenta ad un elettore preoccupato del futuro dell’Italia? Non è tra Destra/Sinistra, tra Conservatori/Progressisti. Il dilemma è tra “Europeisti” e “Sovranisti”. Europeisti: il federalismo pragmatico di Draghi, istituzioni europee democratiche, sottratte ai governi, mercato unico dell’energia, dei capitali e delle banche, politica estera unica, Difesa, governo severo sulle migrazioni. Insomma: Stati Uniti d’Europa. Sovranisti: discesa solitaria verso la dipendenza da Paesi più grandi e verso il declino.

 

Pubblicato il 16 giugno 2026 su Italia Oggi


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