quanto dipendiamo da Stati Uniti e Cina (e dove l’Europa resiste)



Si può davvero parlare di sovranità tecnologica per l’Italia e per l’Europa nell’era dell’intelligenza artificiale? È la domanda attorno a cui ha ruotato il panel dedicato all’autonomia strategica del convegno organizzato a Vizzola Ticino dall’azienda di cyber intelligence Area Spa.

Generico 15 Jun 2026

A introdurre i lavori il segretario del Copasir Ettore Rosato, che ha posto il problema in termini netti: i grandi player extraeuropei non rispettano le nostre regole, preferiscono pagare gli avvocati che le sanzioni, mentre continuano a sfruttare l’enorme mercato comunitario. Difendere le filiere europee del software, dell’hardware e della ricerca, ha sostenuto, è una partita di cui non misuriamo ancora gli effetti di medio periodo: dalle carte di credito ai software che usiamo ogni giorno, dipendiamo quasi interamente da operatori non europei. E ha aggiunto un punto sul duplice uso: serve una legislazione «più intelligente, non più flessibile», attenta non solo all’export ma anche a chi importiamo tecnologia, perché spesso compriamo da Paesi che a loro volta vendono a destinatari a cui noi non potremmo vendere.

La mappa delle dipendenze, layer per layer

Il quadro più concreto lo ha offerto Alessandro Mistò, consigliere delegato di Area, che da ingegnere ha provato a scomporre la filiera della produzione delle tecnologie digitali in sedici “strati”, assegnando a ciascuno una stima del grado di sovranità a livello italiano, europeo e mondiale. Il risultato è una fotografia impietosa.
Si parte dalle materie prime critiche, terre rare, rame, litio, nichel, i materiali che servono per i chip, dove l’Italia è sostanzialmente a zero, l’Europa attorno allo 0,5% e la Cina copre l’80-90%. Nella produzione e raffinazione dei metalli strategici la dipendenza dalla Cina resta forte (60-70%), con l’Italia al 5% e l’Europa al 20%.

Generico 15 Jun 2026

Alessandro Mistò Area Spa

Le cose migliorano nella manifattura avanzata, dove l’Europa arriva attorno al 50% e l’Italia esprime buone eccellenze. Sui macchinari per i semiconduttori l’Europa copre quasi il 70% grazie a un’unica azienda strategica, l’olandese ASML, l’unica al mondo a produrre le macchine per la litografia a ultravioletti estremi senza le quali colossi come TSMC, Samsung e Intel non possono realizzare i chip più avanzati per l’IA (Mistò ha citato una notizia recente sull’interesse attorno al titolo ASML legato ai piani di Elon Musk per un enorme impianto di chip in Texas, da decine di miliardi di dollari).

Sulla produzione dei chip più avanzati il baricentro si sposta a Taiwan e Corea (TSMC, 70-80%); negli apparati di telecomunicazione l’Europa mantiene un buon presidio con Ericsson e Nokia, a fronte della cinese Huawei. Da lì in poi, però, il dominio è statunitense quasi ovunque: server e data center (70-80% e oltre), GPU per l’IA (90%), sistemi operativi server (90%, Microsoft), sistemi operativi desktop e mobile (Apple e Google), cloud e hyperscaler (Amazon e Microsoft), fino ai modelli di intelligenza artificiale.

La conclusione di Mistò: l’autonomia su scala puramente italiana «non è possibile», per un problema di scala che può essere affrontato solo a livello europeo. E lo stesso vale per la cyber intelligence, il settore di Area, che dipende a sua volta dall’intera filiera. Con un’avvertenza: queste tecnologie sono in gran parte sviluppate da aziende private che hanno raggiunto dimensioni paragonabili all’economia di interi Stati, con capitalizzazioni che superano in media il PIL della Germania, rendendo sempre più sfumato il confine tra impresa privata e sicurezza nazionale.

Generico 15 Jun 2026

Fanizzi (Dell): «Sovrani sui dati, non solo sui modelli»

Per Marco Fanizzi, in rappresentanza di Dell Technologies, la sovranità non riguarda tanto chi produce, quanto i dati, le infrastrutture critiche e la capacità di scelta: chi può accedere ai dati e chi ne ha la responsabilità. Da qui la distinzione tra dato e metadato, la foto e le informazioni su quando e dove è stata scattata, e il monito sui servizi “gratuiti” che gratuiti non sono, perché il prodotto siamo noi. Pur rappresentando una multinazionale americana, Fanizzi ha invitato a temere gli Stati Uniti quanto la Cina, ricordando che i dati del cloud pubblico restano soggetti al Patriot Act ovunque siano fisicamente collocati. Il valore dell’IA, ha sostenuto, nasce dalla qualità e dalla governance dei dati più che dal modello in sé; ha citato il progetto europeo di “AI Factory” in arrivo a Bologna e le partnership con i grandi produttori di chip, ma ha indicato anche un nodo strutturale italiano: la fuga di giovani laureati che all’estero guadagnano tre o quattro volte di più. «Sappiamo inventare, non sappiamo scalare».

Irlando (UAMA): consapevolezza e controllo, «moriremo duali»

L’esperto tecnico dell’UAMA Marcello Irlando ha portato la prospettiva del controllo delle esportazioni, insistendo sulla consapevolezza nell’uso degli strumenti. Lo ha spiegato con un’immagine efficace: se affido a un’IA pubblica la mia ricetta della carbonara per migliorarla, le ho di fatto consegnato la ricetta; ora si immagini la stessa logica applicata non alla cucina ma a un processo biotecnologico. Di qui il rischio maggiore, a suo avviso: l’utilizzo inconsapevole di tecnologie a cui affidiamo informazioni sensibili. La risposta non è limitare l’innovazione, «moriremo duali», ha osservato, perché di tecnologie a duplice uso non si può fare a meno, ma sviluppare modelli “in casa”, attivare percorsi di consapevolezza dei rischi e rafforzare la cosiddetta research security per evitare che conoscenza e capitale di ricerca vengano sottratti, anche inconsapevolmente. Sulla stessa linea Fanizzi, che ha evocato il passaggio dallo “Shadow IT” allo “Shadow AI”: il timore che, in aziende con proprietà intellettuale o infrastrutture critiche, qualcuno usi strumenti esterni non controllati riversando all’esterno informazioni sensibili.

Generico 15 Jun 2026

Lo specchio tedesco e il nodo dell’attuazione

Uno sguardo dall’esterno l’ha offerto il console generale d’Italia a Colonia, Massimo Cipolletti, che ha definito la Germania, citando il giornalista Paolo Valentino, «l’ultimo Paese analogico del mondo», alle prese con un faticoso passaggio al digitale pur essendo lui di stanza in uno dei Länder più produttivi, la Renania Settentrionale-Vestfalia. Richiamando il Premio Carlo Magno assegnato quest’anno ad Aquisgrana a Mario Draghi, Cipolletti ha rilanciato il tema del venir meno dell’”ombrello protettivo” e della drammatica vulnerabilità tecnologica europea: l’Unione è il maggior produttore di norme cogenti al mondo, ma manca ancora molto sul piano operativo. Servono, ha concluso, decisore politico, funzionari e mondo dell’impresa attorno allo stesso tavolo — esattamente ciò che il convegno ha messo insieme.

Il sostegno concreto alle imprese

A chiudere, in collegamento da remoto, il direttore di ICE Bruxelles Tindaro Paganini, che ha ricordato il ruolo dell’agenzia a sostegno dell’internazionalizzazione, soprattutto delle piccole e medie imprese, nei rapporti con Unione Europea e NATO. Tra le attività meno note, un desk dedicato al monitoraggio delle normative tecniche europee — a partire dall’AI Act, in progressiva applicazione — utile alle aziende che faticano a mantenere prodotti e servizi conformi nei diversi Paesi. Un supporto concreto, ha sottolineato, a disposizione di imprese di ogni dimensione.





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