Camillo e don Romano



Camillo nasce a Sassuolo il 19 febbraio 1931. Romano nasce a Scandiano il 9 agosto 1939. Li separano otto anni, una trentina di chilometri e, almeno apparentemente, quasi tutto il resto. Uno diventerà sacerdote, vescovo, cardinale, presidente della Conferenza episcopale italiana e per molti anni l’uomo più influente della Chiesa cattolica nel nostro Paese. L’altro sarà professore di economia, presidente dell’Iri, due volte presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea.

Uno verrà identificato con il cattolicesimo più fermo nella difesa della propria identità e dei propri principi. L’altro diventerà il principale artefice dell’incontro politico tra i cattolici democratici e gli eredi del Partito comunista. Eppure Camillo Ruini e Romano Prodi vengono dallo stesso piccolo pezzo d’Italia. Da quel tratto di pianura che ruota intorno a Reggio Emilia, nel quale per decenni il campanile della chiesa e la sezione del Partito comunista si sono osservati dalla stessa piazza.

A volte si sono combattuti. A volte si sono insultati. Spesso hanno dovuto costruire insieme il ponte, la scuola, la cooperativa, la strada e il futuro dei figli. Il paese di Don Camillo e Peppone non era soltanto un’invenzione di Giovannino Guareschi. Era una forma narrativa data a un paesaggio umano realmente esistito. Ruini e Prodi sono due figli di quel paese. Camillo e don Romano. È una storia glocale: pochi chilometri di provincia che diventano una chiave per leggere l’Italia.

Due case diverse, la stessa serietà

La famiglia di Camillo Ruini appartiene alla borghesia colta e professionale di Sassuolo. Il padre Francesco è medico chirurgo. La madre si chiama Iolanda Rizzoli. Camillo cresce con la sorella Donatella, che diventerà professoressa di latino e insegnerà per oltre vent’anni al liceo Spallanzani di Reggio Emilia. È una casa nella quale la cultura non è un ornamento. Il padre cura i corpi, la figlia insegna i classici, il figlio sceglierà di occuparsi delle anime e delle idee.

Camillo frequenta il liceo scientifico, poi parte per Roma. Studia filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana, vivendo nel prestigioso Collegio Capranica. Viene ordinato sacerdote l’8 dicembre 1954, a ventitré anni. Nel 1957 torna nella diocesi di origine a Reggio Emilia.

Insegna filosofia nel seminario diocesano e successivamente teologia dogmatica. Lavora con i laureati cattolici, segue l’Azione cattolica, forma sacerdoti e laici. Nel 1983 diventa vescovo ausiliare di Reggio Emilia e Guastalla. Prima di diventare l’uomo di Roma, Ruini trascorre quasi trent’anni a osservare da vicino la terra rossa.

La famiglia di Romano Prodi è ancora più grande e altrettanto impressionante. Il padre Mario è ingegnere. La madre Enrichetta Franzoni è maestra elementare. Hanno nove figli: sette maschi e due femmine. Romano è l’ottavo. In quella casa si studia moltissimo. Quasi tutti i fratelli diventeranno professori universitari o professionisti di alto livello: Giovanni matematico, Giorgio medico e docente di patologia, Paolo storico, Vittorio e Franco fisici, Quintilio architetto. È quasi una piccola università domestica.

Anche Romano frequenta il liceo classico Ariosto di Reggio Emilia. Poi studia all’Università Cattolica di Milano, si perfeziona alla London School of Economics e diventa economista.

Sarà Bologna, con l’università, Beniamino Andreatta, il Mulino e Nomisma, a trasformare il ragazzo di Scandiano nel Professore. Ma la radice rimane reggiana.

C’è persino un dettaglio che sembra scritto apposta da un romanziere. Nel 1969, quando Romano Prodi sposa Flavia Franzoni, a celebrare il matrimonio è proprio don Camillo Ruini. Prima di diventare due simboli di interpretazioni quasi opposte del cattolicesimo italiano, erano già dentro la stessa storia, la stessa diocesi, lo stesso intreccio di famiglie, parrocchie, studi e relazioni. Don Camillo benedice la casa di don Romano. Molti anni dopo, quella casa diventerà uno dei luoghi nei quali il centrosinistra italiano continuerà a tornare per interrogarsi sul proprio futuro.

La terra in cui le idee diventavano popolo

Per comprendere entrambi bisogna tornare al 1945.

Alla Liberazione, la federazione provinciale del Partito comunista di Reggio Emilia conta circa 6.200 iscritti.

Sei mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno, si avvicina ai 44.000.

Non è una crescita.

È un’esplosione.

Migliaia di persone prendono la tessera. Nascono e si consolidano le organizzazioni femminili e giovanili. Tornano i sindacati. I partigiani scendono dalle montagne e molti entrano direttamente nella politica, nelle cooperative, nelle amministrazioni comunali.

Il comunismo, a Reggio Emilia, non diventa soltanto un partito da votare ogni cinque anni.

Diventa un mondo.

Ci sono le case del popolo, le cooperative, i giornali, le feste, le sezioni, i circoli, le organizzazioni delle donne e dei giovani. Ci sono i sindaci, gli assessori, i dirigenti sindacali. C’è un racconto condiviso della Resistenza, del lavoro, della giustizia e del futuro.

Ma dall’altra parte non c’è il vuoto.

C’è la Chiesa.

Ci sono le parrocchie, gli oratori, l’Azione cattolica, le associazioni, le scuole, le famiglie e le opere assistenziali. Ci sono sacerdoti e laici convinti che il cristianesimo non possa essere ridotto a una pratica privata della domenica.

Comunisti e cattolici si contendono lo stesso popolo.

Non vivono in quartieri separati.

Si incontrano nelle fabbriche, nei mercati, nei campi, davanti alle scuole, nei consigli comunali e talvolta dentro le stesse famiglie. I figli giocano insieme. Le persone si conoscono per nome. Gli uni sanno perfettamente come ragionano gli altri.

È una guerra culturale combattuta tra vicini di casa.

Don Camillo e Peppone litigano perché entrambi vogliono il bene dello stesso paese.

Non sono estranei.

Sono parenti politici.

Condividono il senso della comunità, il rispetto per il lavoro, la diffidenza verso l’individualismo, l’idea che una persona esista anche dentro i legami che la tengono unita agli altri.

Si combattono perché, sotto molte differenze, si assomigliano.

Il profumo di Dossetti

In quella terra aleggia anche il nome di Giuseppe Dossetti.

Nato a Genova, ma cresciuto e formatosi a Reggio Emilia, Dossetti è giurista, partigiano, deputato alla Costituente, protagonista della Democrazia cristiana, poi sacerdote e monaco.

È uno dei padri della Costituzione italiana, ma soprattutto rappresenta un cattolicesimo che non accetta di essere il cappellano dell’ordine esistente.

Per Dossetti la fede deve produrre conseguenze nella storia.

Deve stare dalla parte dei poveri, costruire istituzioni giuste, interrogare il potere, cercare la pace. Non deve confondersi con il comunismo, ma neppure limitarsi a difendere la proprietà, la borghesia e le gerarchie sociali.

A Bologna, accanto al cardinale Giacomo Lercaro, Dossetti diventerà anche una delle anime più profonde della stagione del Concilio Vaticano II.

Ruini e Prodi non sono semplicemente due discepoli di Dossetti. Sarebbe una semplificazione.

Ma entrambi respirano un’aria nella quale il cattolicesimo è una cosa seria, intellettualmente esigente e pubblicamente responsabile.

Una fede che non può accontentarsi di benedire ciò che già esiste.

Da questa radice comune nasceranno però due alberi molto diversi.

La stessa domanda

La domanda che Ruini e Prodi incontrano nella loro giovinezza è in fondo la stessa:

come può il cattolicesimo continuare a incidere sulla storia in una società moderna, pluralista e in larga parte governata dalla sinistra?

Ruini e Prodi danno due risposte quasi opposte.

Ruini guarda alla forza del Partito comunista e pensa:

dobbiamo imparare come si costruisce un’identità capace di diventare cultura, organizzazione e senso comune.

Prodi guarda alla convivenza quotidiana tra cattolici e comunisti e pensa:

dobbiamo imparare a mettere insieme tradizioni diverse per costruire istituzioni e soluzioni condivise.

Ruini impara dal comunismo come resistere alla sua egemonia.

Prodi impara dal confronto con il comunismo come costruire una casa comune con una parte dei suoi eredi.

Ruini raccoglie la lezione del conflitto.

Prodi raccoglie quella della convivenza.

Naturalmente Ruini non fu soltanto il custode del confine, né Prodi soltanto l’uomo della contaminazione. Entrambi seppero mediare ed entrambi conobbero il momento del no.

Diverso era però il punto dal quale partivano.

Ruini, il Gramsci cattolico

Per questo Ruini può essere letto, provocatoriamente, come una sorta di Gramsci cattolico.

Non perché condivida le idee politiche di Antonio Gramsci.

Ma perché ne comprende la lezione fondamentale sul potere.

Una società non si governa stabilmente soltanto vincendo le elezioni, controllando il governo o occupando le istituzioni.

La si governa davvero quando la propria visione del mondo diventa il modo naturale attraverso il quale le persone interpretano la realtà.

Quando diventa senso comune.

Chi stabilisce che cosa significhino parole come famiglia, libertà, persona, vita, educazione, progresso e giustizia ha già conquistato una parte decisiva del potere.

Ruini vede che il comunismo emiliano è forte perché non offre soltanto candidati.

Offre un racconto complessivo del mondo.

Ha i propri luoghi, i propri riti, la propria memoria, i propri martiri, una pedagogia e una promessa di riscatto.

E conclude che la Chiesa deve tornare a essere anch’essa produttrice di cultura.

Quando molti anni dopo guiderà la Conferenza episcopale italiana, lancerà il Progetto culturale. Non si limiterà a chiedere ai cattolici di votare bene. Cercherà di costruire una presenza capace di incidere sulla scuola, sull’università, sui giornali, sulla bioetica, sulla famiglia e sulla discussione pubblica.

Dopo la fine della Democrazia cristiana non tenterà davvero di ricreare un unico partito cattolico.

Preferirà una Chiesa capace di parlare direttamente alla politica e di richiamare tutti i partiti su alcuni principi considerati irrinunciabili.

La sua intuizione è chiara: se non esiste più il partito cattolico, la Chiesa deve tornare a essere una forza culturale nazionale.

Ruini teme che, entrando in una casa comune con la sinistra, il cattolicesimo finisca lentamente per adottarne il linguaggio e le categorie.

Teme che l’incontro si trasformi in assorbimento.

Si può dialogare con Peppone.

Si può anche lavorare insieme.

Ma Don Camillo deve continuare a sapere chi è.

Prodi e la traduzione politica del cattolicesimo

Prodi arriva alla conclusione opposta.

Anche lui cresce dentro un cattolicesimo robusto. Ma nella convivenza emiliana vede soprattutto la possibilità della collaborazione.

Cattolici e comunisti si sono combattuti duramente, ma hanno condiviso alcuni valori sociali: la dignità del lavoro, la solidarietà, l’importanza dell’istruzione, il valore della comunità, il ruolo delle istituzioni pubbliche.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine del Partito comunista e il crollo della Democrazia cristiana, Prodi crede che sia possibile raccogliere il meglio di quelle tradizioni dentro un nuovo progetto.

Nasce così l’Ulivo.

Non un nuovo partito cattolico.

Non la resa dei cattolici alla sinistra.

Piuttosto il tentativo di unire il cattolicesimo democratico, la sinistra postcomunista, il riformismo laico, l’ambientalismo e l’europeismo.

Ruini vuole che il cristianesimo resti una voce riconoscibile capace di giudicare la politica.

Prodi vuole tradurre l’ispirazione cristiana in un programma che possa essere condiviso anche da chi cristiano non è.

Il primo costruisce un’architettura culturale.

Il secondo costruisce una coalizione.

Ruini sembra dire:

Don Camillo e Peppone possono collaborare, ma non devono dimenticare chi sono.

Prodi sembra rispondere:

proprio perché sanno chi sono, possono provare a costruire insieme qualcosa di nuovo.

Reggio, Bologna e Roma

Anche le città verso le quali si dirigono sembrano completare la loro trasformazione.

Prodi parte da Reggio e va a Bologna.

Bologna è l’università, il Mulino, Andreatta, Nomisma, il dialogo tra cattolicesimo democratico e cultura laica. È il luogo della mediazione, dello studio delle istituzioni, delle alleanze e delle politiche pubbliche.

Ruini parte da Reggio e va a Roma.

Roma è il Vaticano, la Conferenza episcopale, il rapporto con Giovanni Paolo II, la direzione nazionale della Chiesa e il confronto diretto con il potere politico.

Bologna insegna a Prodi la sintesi.

Roma insegna a Ruini l’egemonia.

Uno arriva a Palazzo Chigi e poi a Bruxelles.

L’altro arriva alla guida della CEI e diventa il vicario del Papa per Roma.

Ma entrambi continuano a portarsi dietro il paese originario.

La piazza con il campanile e la casa del popolo.

Il parroco e il sindaco comunista.

La convinzione che le idee abbiano bisogno di organizzazioni, persone e luoghi per diventare storia.

Il matrimonio e il conflitto

È difficile trovare un’immagine più potente di quella del matrimonio di Romano Prodi e Flavia Franzoni celebrato da Camillo Ruini.

Don Camillo benedice la casa di don Romano.

Anni dopo i due diventeranno interpreti di linee politiche sempre più distanti.

Prodi sarà il simbolo dell’alleanza tra cattolici democratici e postcomunisti.

Ruini guarderà con crescente preoccupazione al rischio che quella sintesi renda irrilevante la specificità cristiana, soprattutto sui temi della famiglia, della vita e della bioetica.

Lo scontro diventerà particolarmente evidente nel 2007, durante il secondo governo Prodi, attorno al progetto dei Dico, i diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi.

Per Prodi è il tentativo di offrire una regolamentazione civile a una realtà sociale già esistente.

Per Ruini è il punto nel quale la mediazione politica rischia di modificare il significato della famiglia e di oltrepassare il confine che il cattolicesimo deve custodire.

Ma il loro contrasto non è quello tra due uomini provenienti da universi inconciliabili.

È una disputa interna alla stessa storia.

Due esiti opposti della stessa domanda.

Ruini eredita soprattutto Don Camillo.

Prodi immagina che Don Camillo e Peppone possano fondare insieme l’Ulivo.

La lunga ombra dell’Ulivo

L’Ulivo porta Prodi due volte a Palazzo Chigi e rappresenta uno dei tentativi più importanti della politica italiana di superare la separazione tra le due grandi culture popolari del Novecento.

Ma contiene fin dall’inizio una difficoltà.

Le forze che si uniscono condividono davvero una visione del Paese oppure sono tenute insieme soprattutto dall’avversario comune?

La domanda accompagna tutta la storia del centrosinistra italiano.

Riemerge nei governi Prodi, spesso attraversati da tensioni interne.

Riemerge nella nascita del Partito democratico.

Riemerge nei rapporti tra la componente cattolico-democratica e quella postcomunista.

Riemerge nelle discussioni sulla politica estera, sulla giustizia, sulle tasse, sul lavoro e sui diritti civili.

Riemerge oggi nel tentativo di costruire il cosiddetto campo largo.

Il nome cambia.

Il problema rimane.

Come si tengono insieme culture politiche, interessi, linguaggi e visioni internazionali differenti?

Qual è il punto oltre il quale la mediazione diventa confusione?

Quanto può allargarsi una coalizione senza smarrire una direzione comune?

Don Camillo e Peppone potevano litigare furiosamente e poi ricostruire insieme il ponte perché, sotto il conflitto, condividevano la comunità, la sua lingua morale e perfino una parte della sua idea di giustizia.

Il campo largo di oggi deve ancora dimostrare di possedere quella stessa base comune.

Schlein torna nella casa di Prodi

Domenica 14 giugno, Elly Schlein è andata a casa di Romano Prodi, a Bologna.

Sono rimasti a parlare per circa due ore e mezza.

Prodi ha poi raccontato pubblicamente quella «bella conversazione bolognese». Un confronto ampio, dalla politica interna a quella estera, dalle alleanze alle tasse, fino al fenomeno Vannacci.

Schlein si è poi seduta in prima fila mentre il Professore parlava dal palco di Repubblica delle Idee, in piazza Maggiore.

Non è stato soltanto l’incontro tra la segretaria del Partito democratico e un ex presidente del Consiglio.

È sembrata quasi una visita alla casa del padre politico del centrosinistra italiano.

Schlein, nata a Lugano ma cresciuta politicamente proprio a Bologna, è andata a cercare Prodi nel luogo in cui il suo progetto aveva assunto forma: la città nella quale il cattolicesimo democratico, la sinistra postcomunista e il riformismo laico provarono a diventare non soltanto alleati elettorali, ma una nuova cultura di governo.

La scena possiede una forza simbolica particolare.

Camillo Ruini, l’uomo che aveva celebrato il matrimonio di Prodi e aveva poi contrastato alcuni degli esiti politici del prodismo, muore proprio mentre la leader del Partito democratico torna a interrogare Romano Prodi sulla possibilità di tenere ancora insieme quella casa.

Quasi trent’anni dopo la nascita dell’Ulivo, la domanda è rimasta intatta.

Come si uniscono mondi diversi senza ridurre l’alleanza a una somma di debolezze?

Come si costruisce un programma comune senza cancellare le identità?

Come si passa dalla necessità di stare insieme alla volontà di fare davvero qualcosa insieme?

Schlein torna da Prodi perché il centrosinistra italiano continua a cercare la propria risposta dentro l’intuizione nata in quella terra emiliana.

Ma il fatto stesso che debba ancora tornare a chiedergliela dimostra che quella formula non è mai diventata una soluzione definitiva.

Il tavolo del campo largo

Pochi giorni dopo, Elly Schlein si siede con Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Si parla di programma, iniziative comuni e prossimi appuntamenti pubblici.

I leader pubblicano una fotografia.

L’immagine vuole trasmettere unità e movimento.

Ma attorno al tavolo non ci sono tutti.

Matteo Renzi rimane fuori e la sua assenza diventa immediatamente un caso politico. Conte ribadisce che l’alleanza con Italia Viva non può essere considerata scontata e che non serve costruire un’accozzaglia. Renzi sostiene invece che senza allargare davvero la coalizione il centrosinistra non riuscirà a vincere.

È un episodio della cronaca politica di questa settimana.

Ma arriva da molto lontano.

È ancora una volta il tentativo di mettere insieme persone e tradizioni che sanno di dover collaborare per competere, ma non hanno ancora deciso pienamente che cosa vogliano diventare insieme.

Non basta essere contro lo stesso avversario.

Non basta sedersi allo stesso tavolo.

Non basta entrare tutti nella fotografia.

Una coalizione politica esiste davvero quando riesce a costruire un’idea condivisa del Paese.

Prodi continua a credere che culture differenti possano costruire insieme una maggioranza e un governo.

Ruini continua a porre, anche dopo la propria morte, la domanda più scomoda: che cosa rimane delle identità originarie quando la casa diventa tanto larga da voler contenere tutti?

Il campo largo è forse l’ultimo discendente dell’Ulivo.

Ma è un discendente che non ha ancora deciso se essere una famiglia, un condominio o soltanto una fotografia di gruppo.

La domanda di Camillo e Romano

La morte di Camillo Ruini riporta alla luce una storia italiana che credevamo conclusa.

Quella delle parrocchie e delle case del popolo.

Delle sezioni affollate e dell’Azione cattolica.

Dei preti che conoscevano i comunisti uno per uno e dei comunisti che, pur non entrando in chiesa, sapevano distinguere un buon prete da uno cattivo.

Ruini e Prodi sono stati due esiti opposti di quella civiltà.

Entrambi hanno creduto che la politica non fosse soltanto amministrazione del presente, ma costruzione di cultura, organizzazione e futuro.

Entrambi hanno cercato una nuova casa dopo la fine della Democrazia cristiana.

Ruini ha costruito una casa cattolica capace di parlare alla politica senza identificarsi con un partito.

Prodi ha costruito una casa politica nella quale i cattolici potessero abitare insieme agli antichi avversari.

Uno ha difeso il confine.

L’altro ha cercato il ponte.

Il campo largo di oggi continua a camminare su quel ponte, fermandosi spesso a discutere su chi possa attraversarlo, su quanto debba essere largo e, soprattutto, su quale sia la riva verso cui dirigersi.

Forse per questo, guardando Elly Schlein entrare nella casa bolognese di Romano Prodi e pochi giorni dopo sedersi al tavolo con Conte, Fratoianni e Bonelli, sembra ancora di essere nel paese di Guareschi.

Solo che Don Camillo non c’è più.

Don Romano è ancora lì, nella sua casa, a spiegare come si costruiscono i ponti.

E fuori, sulla piazza, i discendenti di Peppone stanno ancora discutendo su chi invitare alla riunione





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