Stefano Bonaccini, presidente del Partito Democratico, è stato ospite nel tardo pomeriggio di oggi, sabato 20 giugno, alla Festa dell’Unità della Schiranna.
Parlando con la stampa prima dell’incontro ha affrontato i temi al centro del dibattito politico nazionale: la costruzione di una coalizione di centrosinistra in vista delle prossime elezioni, le tensioni internazionali tra Donald Trump e Giorgia Meloni, e l’appuntamento di lunedì a Roma dedicato al manifesto “Stati Uniti d’Europa”.
Presidente Bonaccini, si parla sempre più spesso di un centrosinistra unito alle prossime elezioni. È un percorso naturale per le forze che oggi compongono la coalizione?
Mi pare che sia naturale che i leader di forze politiche che hanno condiviso ormai da qualche anno il nucleo di una coalizione si presentino unite ogni volta che c’è un’elezione regionale o amministrativa, a differenza di quanto avveniva in passato. Io vengo da una regione dove per dieci anni ho governato senza il Movimento 5 Stelle, ma, una volta terminato quel percorso, ho dato il mio contributo perché, circa due anni fa, il Movimento 5 Stelle entrasse per la prima volta in coalizione. Così abbiamo fatto in tante parti d’Italia.
Basteranno le forze politiche attuali per essere competitivi?
Non c’è dubbio che non bastino, a partire dalla forza principale, la più grande, di cui ho l’onore di essere presidente: abbiamo bisogno di allargare. Non si tratta però di inventarci formule generiche: c’è già un perimetro di coalizione che in tutti i Comuni e in tutte le Regioni si è presentato insieme, e che tiene dentro anche Italia Viva, Più Europa, tanto civismo, i socialisti.
Perché insiste tanto sull’unità del centrosinistra?
Perché unire non sarà sufficiente per vincere, ma diventa condizione necessaria. Meno di quattro anni fa non sono stati gli italiani a mandare Giorgia Meloni a Palazzo Chigi: l’hanno votata in tanti, è vero, ma si trattava di poco più del 40% del centrodestra. Il centrosinistra, invece, non si accontentò di dividersi in due, preferì farsi in tre. Se oggi tornassimo a fare così, Giorgia Meloni tornerebbe dalle vacanze senza nemmeno fare campagna elettorale e si ritroverebbe comunque a Palazzo Chigi. Sono molto fiducioso che riusciremo a crearew invece un centrosinistra unito, largo e plurale.
Che tipo di coalizione ha in mente?
Per me dovrà essere anche molto civica: c’è tanta gente che non vuole stare nei partiti, ma che – lo vediamo nell’esperienza dei territori – accetta di stare insieme ad alcuni di essi. Dopo l’8 e il 15, due appuntamenti importanti, cominceremo a metter insieme le cose che ci uniscono. Poi, bisognerà parlare non solo alle forze politiche che si allargheranno nel centrosinistra, ma al Paese intero. Penso che dobbiamo costruire l’alternativa, e per me l’alternativa non può essere solo una coalizione “contro”: non basta una coalizione in cui si parla male di Meloni dalla mattina alla sera. Alternativa, per me, è un’idea di Italia, un’idea di Paese. Dobbiamo chiamare tutti quelli che, nel nostro Paese, sono più di quanti crediamo e che vogliono darci una mano a scrivere un programma. Partirei dal programma, non dalle primarie.
C’è chi, come Azione e Italia Viva… anzi, Calenda, oggi sceglie di restare fuori da questo perimetro. Cosa direbbe a chi è ancora indeciso?
Mi pare evidente che se la legge elettorale viene cambiata è perché sanno di non avere certezza di vincere. Penso che da questo Paese non si uscirà se non con una vittoria sulla destra, che peraltro farà entrare anche Vannacci: sono bravi a litigare, ma altrettanto bravi a unirsi quando si vota, e sarà quindi una destra sempre più spostata a destra. Noi possiamo costruire un centrosinistra che spero faccia riflettere anche chi oggi, legittimamente, resta fuori, magari ragionando sul fatto che non siamo uguali a Vannacci, a Salvini o persino a Meloni. Spero che si possa, chissà, lavorare ad allargare ulteriormente. Oggi è difficile, ma il centrosinistra andrà oltre quella foto, per quanto quella foto dia già l’idea di qualcosa di importante.
Parliamo dello scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni, con titoli di giornale e tensioni fuori controllo nelle ultime ore. Come giudica questa vicenda e dove rischia di portare?
Non so chi possa non darci ragione sulle preoccupazioni che avevamo. Io, come tanti di noi, ho difeso Giorgia Meloni, perché è la presidente del Consiglio del mio Paese e nessuno si può permettere di insultarla, indipendentemente dalle appartenenze politiche. Certo è che Meloni e Salvini hanno una bella responsabilità: io non mi sono mai permesso, né mi permetterei, di accusarli di avere responsabilità nei conflitti in corso, anzi. In Ucraina il governo si è sempre comportato, dal mio punto di vista, molto bene. Ma sulla guerra in Iran o sullo sterminio a Gaza non li abbiamo mai sentiti proferire parola. Sono stati così indulgenti verso Trump e Netanyahu, quasi con la paura di disturbare il manovratore, che abbiamo subito i dazi senza batter ciglio, e siamo tra i pochissimi a non riconoscere lo Stato di Palestina, mentre lo fanno anche alcuni governi democratici di destra. Loro non hanno responsabilità nei conflitti, ma ne hanno una grande: quella di aver tifato spudoratamente per Trump e Netanyahu. Benvenuti nel mondo reale.
Un’ultima domanda: lunedì a Roma è in programma un incontro dal titolo simbolico, “Stati Uniti d’Europa”. Di cosa si tratta?
Abbiamo lanciato un manifesto come delegazione del Partito Democratico che si chiama proprio “Stati Uniti d’Europa”, perché credo che ormai anche molti a destra si rendano conto che un’Italia da sola, fuori dall’Unione Europea, o un’Unione Europea così divisa e litigiosa, non serva a nessuno: tra colossi come Stati Uniti, Cina, e potrei aggiungere l’India, il destino di chi resta da solo è quello di diventare suddito in futuro. Il problema è che i sovranisti puntano a un’Europa debole e divisa, per poterle scaricare addosso tutte le colpe, anche quando l’Europa alcune colpe non le ha – mentre altre, a volte, le ha. La prima cosa da fare, e lo diremo lunedì a Roma, è eliminare il diritto di veto, come peraltro suggerisce anche Mario Draghi nel suo rapporto commissionato dalla Commissione Europea. Se in politica estera o nella difesa comune non sei in grado di procedere a maggioranza, è la paralisi: per questo siamo ancora un gigante commerciale ed economico, ma non lo siamo dal punto di vista politico, e la politica estera per l’Unione Europea è invece fondamentale. Lunedì sarà l’occasione per parlare di tante cose: puntavamo ad avere 300-400 persone, siamo oltre 700 registrazioni. Ci saranno tutte le rappresentanze sociali, economiche, sindacali e associative del nostro Paese. Abbiamo organizzato 13 workshop – io, ad esempio, mi occuperò di quello sul commercio internazionale, con le rappresentanze delle manifatture, i sindacati, le grandi imprese, amministratori e parlamentari. È un modo per dire che siamo europeisti non a fasi alterne, ma davvero convinti.
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