Deposito nazionale scorie nucleari, la Tuscia contro il progresso


Gli ombrelli gialli sul Tevere, gli striscioni contro le scorie e le manifestazioni organizzate dai comitati della Tuscia rappresentano l’ultima espressione di una dinamica che da decenni paralizza il Paese: la convinzione che qualsiasi infrastruttura necessaria debba essere realizzata ovunque, purché lontano dal proprio territorio. La protesta arrivata a Roma contro il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi viene presentata come una battaglia per l’ambiente. In realtà solleva una domanda molto semplice alla quale gli oppositori continuano a non fornire una risposta convincente: se il deposito non deve essere realizzato nella Tuscia, dove dovrebbe essere costruito?

Perché il punto fondamentale viene spesso ignorato. Le scorie radioattive non sono un’ipotesi futura legata al ritorno del nucleare. Esistono già. Sono prodotte quotidianamente dagli ospedali, dalla medicina nucleare, dalla ricerca scientifica e dalle attività industriali. A queste si aggiungono i materiali derivanti dal vecchio programma nucleare italiano, che continuano a richiedere gestione e controllo.

Le scorie esistono già: il deposito risolve il problema

Uno dei principali equivoci alimentati da parte del fronte contrario è l’idea che il Deposito Nazionale rappresenti una sorta di nuova minaccia ambientale. È vero esattamente il contrario. Il deposito non produce rifiuti radioattivi. Serve a raccogliere in un’unica struttura moderna, controllata e progettata secondo standard internazionali materiali che oggi sono distribuiti in numerosi siti temporanei sparsi sul territorio nazionale.

Chi si oppone al deposito raramente spiega quale sarebbe l’alternativa concreta. Lasciare tutto com’è? Mantenere decine di depositi provvisori per altri venti, trenta o quarant’anni? Continuare a spendere risorse pubbliche senza arrivare a una soluzione definitiva?

La realtà è che il rifiuto ideologico dell’infrastruttura non elimina il problema. Lo rinvia semplicemente alle generazioni successive.

La contraddizione dell’ambientalismo del “no”

La vicenda della Tuscia evidenzia una contraddizione ormai evidente nel dibattito energetico italiano. Da anni una parte dell’ambientalismo – oggi fomentato dall’irresponsabilità di personaggi politici come Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e la governatrice sarda Alessandra Todde – sostiene la necessità della decarbonizzazione e della lotta ai cambiamenti climatici. Quando però si passa dalle parole ai fatti, arrivano sistematicamente i veti. No al nucleare. No ai rigassificatori. No ai termovalorizzatori. No alle trivellazioni. No all’alta velocità. No agli elettrodotti.

E spesso arriva anche il no alle stesse energie rinnovabili. Non sono mancati infatti, negli ultimi anni, casi di opposizione a impianti eolici e fotovoltaici accusati di alterare il paesaggio o compromettere l’ambiente locale. Esempi preclari se ne hanno in Sardegna, Toscana e anche in Puglia. E non è un caso che siano Regioni governate dal centrosinistra. Il risultato è una situazione paradossale nella quale si invoca la transizione energetica ma si ostacolano contemporaneamente quasi tutti gli strumenti necessari per realizzarla.

Una strategia che non produce energia, non riduce le emissioni e non aumenta la sicurezza nazionale. Produce soltanto immobilismo.

Il caso della Tuscia e i 21 siti individuati da Sogin

I comitati contestano il fatto che ben 21 dei 51 siti individuati nella Carta Nazionale delle Aree Idonee ricadano nella provincia di Viterbo. La richiesta di chiarimenti sulle valutazioni tecniche è legittima. Meno convincente appare invece la conclusione secondo cui la semplice presenza di numerosi siti candidati dimostrerebbe automaticamente l’inadeguatezza del territorio.

Le aree non sono state individuate attraverso decisioni politiche arbitrarie, ma sulla base di criteri geologici, ambientali e tecnici definiti a livello nazionale. Naturalmente ogni valutazione può essere discussa e approfondita. Tuttavia, trasformare ogni procedura tecnica in una battaglia ideologica rischia di impedire qualsiasi decisione finale, indipendentemente dai dati disponibili.

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Il ritorno del nucleare passa dal Deposito Nazionale

La protesta arriva proprio dopo che il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile. Il provvedimento punta a ricostruire una filiera nucleare moderna, basata su tecnologie avanzate, ricerca scientifica e nuovi reattori modulari. Si tratta di una scelta che molti Paesi industrializzati stanno già perseguendo per garantire energia abbondante, emissioni ridotte e maggiore indipendenza strategica.

Ma esiste un presupposto imprescindibile: la gestione responsabile dei rifiuti radioattivi. Un Paese che ambisce a tornare protagonista nel settore nucleare non può continuare a rinviare la realizzazione dell’infrastruttura necessaria per custodire in sicurezza materiali che già possiede. Farlo significherebbe trasmettere un messaggio di inaffidabilità industriale e politica.

Tecnologia contro paura

Tra gli argomenti più utilizzati dai contrari al deposito vi sono i richiami a possibili contaminazioni, incidenti e scenari catastrofici. La sicurezza deve naturalmente rappresentare una priorità assoluta. Ma il dibattito pubblico dovrebbe essere guidato da evidenze scientifiche e non da suggestioni emotive.

I depositi moderni vengono progettati proprio per minimizzare e controllare i rischi. L’esperienza internazionale dimostra che i Paesi che hanno affrontato il problema con pragmatismo e rigore tecnico hanno ottenuto risultati migliori rispetto a quelli che hanno scelto la strada del rinvio permanente. Alimentare paure senza proporre soluzioni alternative realistiche può essere utile per organizzare manifestazioni, ma non contribuisce a risolvere il problema.

L’Italia deve scegliere tra sviluppo e paralisi

La questione del Deposito Nazionale supera ormai i confini della Tuscia e riguarda l’intero Paese. Da un lato c’è l’approccio che considera ogni infrastruttura come una minaccia da respingere. Dall’altro c’è la consapevolezza che una grande economia industriale debba essere in grado di assumersi responsabilità, gestire tecnologie complesse e realizzare opere strategiche.

Le scorie radioattive esistono già. Il deposito serve a gestirle in modo più sicuro. Continuare a bloccare qualsiasi soluzione in nome del principio del “non nel mio giardino” non rende l’Italia più verde né più sicura.

La rende soltanto più dipendente dall’estero, più fragile dal punto di vista energetico e meno capace di affrontare le sfide tecnologiche del futuro. In un momento in cui il nucleare torna al centro delle strategie energetiche delle principali economie avanzate, perseverare nella cultura del veto significherebbe scegliere ancora una volta la strada dell’immobilismo. E l’immobilismo, in campo energetico, ha già presentato un conto molto salato ai cittadini e alle imprese italiane.

Enrico Foscarini, 21 giugno 2026

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