Ottant'anni fa l’amnistia di Togliatti per "voltare pagina" sul fascismo



AGI – Il ministro Guardasigilli e leader del Partito comunista Palmiro Togliatti legò il suo nome all’amnistia varata dal Governo De Gasperi il 22 giugno 1946, venti giorni dopo il referendum istituzionale che aveva sancito col voto popolare la nascita della Repubblica. Occorreva un segnale forte che l’Italia voltava pagina, e il decreto presidenziale n. 4 doveva chiudere una profonda e purulenta ferita non solo politica ma anche sociale.

Una mossa compiuta per il superiore interesse della pacificazione nazionale, ma che impedì di storicizzare l’esperienza del fascismo e le responsabilità non solo nel consenso al regime ma anche della guerra perduta e delle radici della guerra civile con la contrapposizione tra italiani.

Il colpo di spugna sulla giustizia

Il trasferimento delle competenze dall’Alta corte di giustizia, organismo straordinario, alla magistratura ordinaria per giudicare dei crimini compiuti nel periodo della dittatura e in quello della Repubblica di Salò si risolse nei fatti in un colpo di spugna. L’azione penale, che col provvedimento doveva essere esercitata solo su crimini di particolare efferatezza, per una serie di cause stravolse il significato storico dell’accertamento della verità in sede processuale per far sedimentare una coscienza nazionale sul ventennio e quindi la memoria collettiva degli italiani, che in massa avevano dato la loro adesione e il loro appoggio a Mussolini.

La rinuncia a una Norimberga italiana

La diluizione delle responsabilità e le cancellazioni di ruoli e di colpe rinunciando a colpire con le pene ha portato a una sorta di amnesia collettiva e alle difficoltà, pervenute nel presente con tutti i suoi eccessi verbali, a una narrazione che pure aveva rinunciato a istruire una Norimberga italiana per chiudere davvero quell’esperienza nel segno della storicizzazione. I rinati partiti di fatto rinunciarono a far emergere il dato più ovvio e più esatto che il fascismo era stato un prodotto della società italiana, e non solo uno strumento per plasmarla, rinunciando quindi a un confronto anche amaro e doloroso. Si accontentarono della contrapposizione tra due le categorie di fascismo e di antifascismo per legittimare la neonata repubblica come qualcosa di profondamente diverso che aveva ripudiato il Ventennio, senza spiegarlo a fondo. La politica delegò alla magistratura le punizioni per gli eccessi, e quindi non solo dei crimini, e agli storici la spiegazione dicotomica.

La magistratura e il caso emblematico di Azzariti

Dietro all’iniziativa di Togliatti, che pure incontrò in sede governativa diversi distinguo e persino aperte posizioni contrarie, si celava probabilmente anche il disegno di demandare ai giudici il compito tutt’altro che semplice di dirimere la matassa delle responsabilità. D’altronde anche antifascisti di primo piano avevano nel curriculum l’adesione al regime e persino alle aberrazioni del razzismo e delle leggi che ne facevano cardine giuridico dello Stato. La magistratura, nel suo complesso, aveva ricevuto benefici e carriere avendo dato il suo consenso al sistema e consentito il funzionamento dei Tribunali speciali. L’epurazione era stata in questo settore pressoché inavvertibile, quasi nessun magistrato venne dichiarato colpevole dai suoi colleghi e punito di conseguenza. È divenuto emblematico del traghettamento dalla dittatura alla repubblica il caso di Gaetano Azzariti, direttore dell’Ufficio legislativo del Ministero di Grazia e Giustizia dal 1927 al dopoguerra. Con Mussolini era stato presidente del Tribunale della razza, aveva aderito al Manifesto che introduceva il razzismo di Stato, e nel primo governo Badoglio era stato incaricato di reggere il Ministero della giustizia. La sua unica patente di antifascismo derivava dal fatto che per questo i repubblichini di Salò l’avevano condannato a morte, accusandolo di aver semplicemente rivoltato la sua giubba. Farà parte della Commissione Forti per la scrittura della Costituzione, avrà il tempo di essere nominato presidente di tribunale e nel 1955 il Capo dello Stato Giovanni Gronchi lo richiamerà dalla pensione come giudice costituzionale e secondo presidente della Consulta. La magistratura, dietro al principio di essere stata un organo tecnico e non politico, si era autoassolta sin dalle prime battute.

I crimini particolarmente efferati e l’autoassoluzione collettiva

Non può stupire dunque che l’amnistia Togliatti abbia negli effetti travalicato l’intenzione di punire solo i casi gravi compiuti prima ma anche dopo l’8 settembre 1943. Le decisioni di condanna saranno infatti pochissime. La formula stringente dei «crimini particolarmente efferati» aprì le maglie, e quanto ai delitti politici la via d’uscita dai processi si rivelò particolarmente larga: vi passarono i presidenti e i membri dei tribunali speciali e delle corti di Salò, i pubblici ministeri, e quindi i responsabili del Pnf, i direttori dei giornali, gli ufficiali dell’esercito e della milizia a meno che si trattasse di stragi, sevizie particolarmente efferate, omicidi, saccheggi, delitti a fine di lucro. E d’altronde neppure le forze partigiane, soprattutto quelle di sinistra, erano immuni da rese dei conti spicce, episodi di criminalità comune spacciati per giustizia sommaria o di popolo, stragi come quella intestina di Porzûs. L’amnistia estinse il reato e anche le sue conseguenze, se era intervenuta una sentenza di condanna, e in decine di migliaia vennero rimessi in libertà. Al conflitto combattuto al fianco di Hitler nella narrazione venne attribuita l’etichetta politica deresponsabilizzante di “guerra fascista”, le assoluzioni delle corti di giustizia divennero nella prassi quotidiana l’autoassoluzione della società e del popolo italiani. E così, di passaggio in passaggio, le categorie di fascismo e antifascismo sono arrivate all’abuso e alla banalizzazione della contemporaneità, in un lavacro collettivo che impediva e che forse impedisce anche oggi la formazione e il riconoscimento della memoria condivisa.


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