Il 29 marzo 2020, nel pieno del lockdown, Davide Galimberti scrisse una lettera ai varesini. «Siamo in trincea», disse, «ma stiamo lavorando per ripartire». Era il momento più duro del suo primo mandato. La città ferma, le strade vuote, i cantieri sospesi. Eppure quella lettera diceva già tutto del sindaco: pragmatico, diretto, capace di stare nel presente senza perdere di vista il futuro.
Tutto era cominciato cinque anni prima. Era il 13 dicembre 2015 quando chiusero le urne delle primarie del centrosinistra varesino: Galimberti le vinse per una manciata di voti. In pochi, quella sera, avrebbero scommesso che stava cominciando un ciclo politico destinato a durare un decennio intero. Pochi giorni dopo, Roberto Rotondo scrisse su VareseNews che Galimberti aveva tre segreti: era il vero candidato del partito, aveva radici profonde nella borghesia varesina, ed era più trasversale di chiunque altro. Per questo, scrisse, il centrodestra non lo sottovalutava.
Aveva ragione. Sei mesi dopo quelle primarie, il 20 giugno 2016, Galimberti entrava a Palazzo Estense come primo sindaco di centrosinistra in una città che per 23 anni aveva avuto sindaci leghisti, conquistando il voto con una coalizione che nessuno aveva visto prima: Pd e sinistra insieme a civici, moderati e, al ballottaggio decisivo, all’appoggio di Malerba e Airoldi. Riconfermato il 18 ottobre 2021 con il 57% dei voti contro Matteo Bianchi.
Nel mezzo, una città trasformata in molte sue parti e ancora in movimento in altre. Cento milioni di fondi PNRR distribuiti su trenta interventi: alcuni completati, molti in cantiere, qualcuno ancora sulla carta. Una giunta che, a differenza della prima, che perse Cecchi e poi Zanzi, è filata per cinque anni senza strappi, malgrado una maggioranza tra le più variegate che Varese abbia mai visto. Un gruppo che ha lavorato su tanti fronti con un elenco molto lungo di opere, progetti e azioni. La scelta coraggiosa di essere presenti come parte civile al processo Hydra contro l’alleanza tra Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia. Un’amministrazione, sia nella maggioranza che tra la minoranza, fatta di persone perbene che ha cambiato anche uno stile nel fare politica scrollandosi di dosso quel malaffare che Varese aveva conosciuto nella stagione di Mani pulite. E sullo sfondo, la domanda che nessuno sa ancora rispondere: cosa resta di Galimberti, a Varese, dopo Galimberti?
Partiamo proprio da qui per cercare di capire come il sindaco veda la città, i suoi cambiamenti, e soprattutto affronti il futuro.
Ci sono quattro date fondamentali nella sua carriera politica: 13 dicembre 2015 (le primarie), 20 giugno 2016 (diventa sindaco), 29 marzo 2020 (lettera per il covid), 18 ottobre 2021 (conferma a sindaco). Ne aggiungerebbe altre?
«Ci metterei i due consigli comunali di insediamento, dove c’è stata quell’affermazione dei principi programmatici. Soprattutto il primo: era la metà di luglio se ben ricordo. Si tenne un sabato mattina proprio per garantire la massima partecipazione, con una grandissima presenza di pubblico. Quella sicuramente è stata una data importante, perché c’era un grande coinvolgimento e partecipazione.»
Qual è l’intervento di cui va più orgoglioso di questi dieci anni?
«Sono tantissimi, quindi è difficile fare una classifica. Ma penso che proprio per il malessere che generava, direi Largo Flaiano, l’eliminazione di quei semafori che bloccavano la città. Anche a distanza di tantissimi anni, le persone che sono transitate da Varese anche occasionalmente se lo ricordavano. Quello è stato un successo importante che fa uscire Varese dall’isolamento.»
E quale invece non avrebbe fatto?
«In verità tutti gli interventi sono stati pensati e portati avanti con assoluta convinzione, anche quelli più scomodi, quelli di cui si discute in questi giorni come ad esempio la pista ciclabile di Belforte. Il traffico non è generato dalla pista, ma dai lavori. Le piste ciclabili servono per garantire maggiore sicurezza per chi va in bici, ma anche per i pedoni e gli stessi automobilisti. Un intervento che non avrei fatto? Devo dire che non me ne vengono in mente. Magari abbiamo pensato ad altre cose che poi non sono state attuate, ma quelle che sono state portate avanti hanno trovato da parte mia la totale convinzione.»
E quale la preoccupa di più?
«Quello che sarà una grandissima sfida è la Caserma Garibaldi: avere in una città di 80.000 abitanti un polo culturale da 9.000 metri quadri che non è solo la biblioteca, ma sono spazi per lo studio, per la consultazione, la possibilità di avere all’interno del polo bambini da zero anni e anziani fino oltre cent’anni. Penso che sia una grande sfida che cambierà anche le dinamiche sociali e culturali della città.»
Come è stato possibile che Varese entrasse tra le prime città capoluogo per investimenti PNRR, raccogliendo 100 milioni su 30 progetti? E a che punto siamo?
«È frutto innanzitutto di una programmazione, un’organizzazione, di un pensiero, dell’impegno di tanti collaboratori. Gran parte di quegli interventi candidati nei vari bandi erano frutto di proposte programmatiche contenute nei programmi del centrosinistra del primo e del secondo mandato. Il risultato è venuto da un’organizzazione: siamo stati tra i primissimi comuni ad aver istituito una cabina di regia del PNRR. Ricordo che non erano ancora usciti i primi bandi di assegnazione delle risorse e noi avevamo già questo ufficio trasversale che si occupava di fare la regia di tutti gli interventi, sociale, scuole, cultura. Oggi direi che gran parte degli interventi finanziati si sono conclusi e gli altri si concluderanno nei tempi previsti. Anzi, in corso d’opera ci sono stati anche dei residui che i vari ministeri hanno rimesso in palio negli ultimi mesi e abbiamo ottenuto ulteriori finanziamenti. Ad esempio, proprio in questi giorni partirà il rifacimento della mensa della scuola Pascoli, con un finanziamento ottenuto alla fine di maggio: nell’arco di pochissime settimane si è allestito un progetto e c’è stata l’aggiudicazione.»
Quante scuole sono state toccate in questi dieci anni?
«Direi quasi tutte, o per efficientamento energetico o per interventi più strutturali. Circa quattro anni fa abbiamo fatto una diffusa implementazione di pannelli solari, coibentazioni, infissi e pareti su parecchie scuole. Farei una percentuale tra il 70 e l’80 per cento degli edifici scolastici.»
Il Varese Social District, la rigenerazione dell’ex Macello a Belforte, è saltato. Cosa succede in quell’area e come risponde alle polemiche sui lavori?
«Il Social District non è stato attuato con i finanziamenti del PNRR perché i tempi non lo consentivano. Quel progetto era partito con un finanziamento estraneo al PNRR, il che ci consentiva di avere molto più tempo per le procedure, i coinvolgimenti e la partecipazione che il progetto prevedeva. Quando per scelta dello Stato quelle risorse sono state incluse nel PNRR, ci siamo trovati davanti a una scelta: o salvavamo quello che riuscivamo a salvare, soprattutto la parte ambientale con le bonifiche di 9.000 metri quadri di Eternit e del sottosuolo, oppure rischiavamo di perdere completamente il finanziamento. È stata una scelta condivisa con tutte le forze politiche, anche della minoranza. Abbiamo salvato la parte ambientale, che renderà più celere un futuro sviluppo dell’ex Macello. Nel frattempo abbiamo partecipato con gran parte delle associazioni del Social District a un finanziamento Cariplo, e siamo stati individuati tra i dieci progetti del territorio per un accompagnamento a trovare funzioni e sviluppi per quell’area. Il lavoro con professionisti esperti di rigenerazione ha prodotto una serie di input che porterà a una fase di partecipazione con il quartiere.»
Nel dicembre 2015, pochi giorni dopo le primarie, Roberto Rotondo scrisse su VareseNews che lei aveva tre segreti: era il vero candidato del partito, aveva radici profonde nella borghesia varesina ed era più trasversale di chiunque altro. Dieci anni dopo quei tre segreti sono ancora veri?
«Roberto Rotondo ci ha visto bene. Forse è aumentata la trasversalità. Lo noto dai riscontri che ho con diversi ambiti, sociale, economico, politico. Un apprezzamento molto più trasversale. Al di là dell’amicizia con alcune persone, penso che sia molto più profondo il fatto che in questi anni io abbia cercato di interpretare e di diffonderlo alle persone che con me hanno condiviso questo progetto, il principio di badare alla risoluzione dei problemi, alla concretezza amministrativa. Avendo molto chiare le idee sul posizionamento politico rispetto ad alcune questioni nazionali e internazionali, ma cercando sempre una sintesi per garantire l’interesse più ampio. Questo può trovare l’apprezzamento anche di chi la vede in maniera diversa, anche dall’altra parte.»
La sua prima vittoria al ballottaggio fu possibile grazie all’appoggio di Malerba e Airoldi. La stessa formazione politica che si è resa corresponsabile di alcune delle vicende più dolorose della città negli ultimi decenni: importanti perdite al Molina, i danni alla Fondazione Comunitaria del Varesotto. Dopo dieci anni, quanto sente il peso di quella scelta?
«Quel passaggio è stato importante per consentire una svolta a Varese. Il fatto che sia stato possibile è che si è interpretato un sentimento della città, un sentimento popolare, al di là delle obiezioni, perplessità e timori. A distanza di dieci anni posso dire che quel passaggio politico sia stato decisivo non solo per le dinamiche locali del centrosinistra varesino, ma per dinamiche ben più ampie. Molti commentatori hanno attribuito anche l’indebolimento della Lega, iniziato proprio in quel contesto. Quindi penso che quel passaggio sia molto di più di un semplice fatto politico locale. Ha avuto una valenza molto più ampia, ed è andata molto meglio di quello che qualcuno poteva pensare. La coalizione che si prepara alle elezioni del 2027 va da Azione fino all’ambientalismo: tutti quei passaggi iniziati nel 2016 hanno avuto un’evoluzione che oggi si consolida.»
Ma quella lettura politica convive con i fatti. Al Molina per prestiti facili venne perso quasi un milione di euro, alla Fondazione Comunitaria del Varesotto molti di più. E dietro c’era un sistema che non ebbe scrupoli. Non è una questione marginale.
«Noi eravamo fuori da quel sistema. Penso che anche determinati comportamenti che trovavano una condivisione da parte del sistema politico di quel momento, con la nostra vittoria abbiano trovato dinamiche diverse. Penso che anche questo sia frutto di un passaggio culturale della città, che anche attraverso la politica ha avuto un’evoluzione.»
La seconda giunta è arrivata alla fine del mandato senza strappi, a differenza della prima che perse Cecchi e poi Zanzi. Qual è la ricetta?
«La ricetta è merito delle persone, non mio. Delle persone che fanno parte della coalizione sia della giunta che del consiglio e che hanno manifestato in questi anni grandissima responsabilità. Tutte hanno messo assolutamente in secondo piano gli aspetti di carattere partitico, nell’interesse della città. Questa è una dote che purtroppo pochi comuni hanno, viste le varie crisi che si vedono altrove.»
Se guarda indietro a quella Varese di undici anni fa e alla città di oggi, che emozione prova?
«Penso che sia oggettivo, se comparassimo alcune parti di città o alcuni servizi come erano prima e come sono oggi. Il cambiamento salta subito all’occhio. Ma non è solo un cambiamento infrastrutturale. Il palaghiaccio nuovo è bello, certo, ma quello che conta è quello che vi si svolge: tra qualche giorno ospiteremo uno spettacolo sul ghiaccio con atleti olimpici. Queste infrastrutture servono per far crescere la qualità sociale, culturale ed economica di un territorio. Chi pensa che la grande trasformazione sia solo legata agli aspetti infrastrutturali sbaglia. I cambiamenti sono più profondi e generano dinamiche ulteriori, magari non percepibili subito. Il fatto che la città, dopo diversi decenni in cui perdeva abitanti, da due anni ne aumenti è il segno di politiche messe in campo che hanno cambiato qualcosa di strutturale.»
Il giovedì del sindaco è ancora attivo?
«Sì, tutti i giovedì ho decine di persone che vengono. Una media di dieci, dodici cittadini tutte le settimane, con intensità diverse. È un’iniziativa che esiste da dieci anni e consente ad alcuni di venire non solo per esporre un problema, ma semplicemente per scambiare due chiacchiere. Qualcuno non credeva che si potesse accedere liberamente a una chiacchierata col sindaco.»
Quando si candidò la prima volta ci fu un video con i suoi due bambini che da una stradina spiegavano perché bisognava votare il loro papà. Quei bambini oggi sono adolescenti. Come è cambiata la loro vita in questi dieci anni? Cosa pensano di Varese, cosa vi dite a casa?
«Magari sarebbe bello riproporgli le stesse domande di allora, oggi sarebbero un po’ più imbarazzati. È indubbio che loro, insieme a mia moglie, sono stati quelli che hanno risentito di più del mio impegno. Il tempo, i vari impegni, il fatto che fare il sindaco, come sanno tutti coloro che l’hanno fatto, in comuni piccoli o grandi, è un’attività totalizzante, ventiquattr’ore su ventiquattro, nel vero senso della parola. Soprattutto in certi momenti, come il Covid. Questa tensione ha ricadute anche nei momenti familiari. Loro sono stati estremamente bravi e attenti a capire che il loro papà, e per mia moglie il marito, aveva qualcos’altro con cui condividere lo spazio.»
La criticano mai su Varese?
«Critiche particolari no. Sono molto attenti a quello che avviene sui social, e a volte mi chiedono chiarimenti su alcuni fenomeni dati quasi per certi, su alcuni dogmi che emergono dalla rete. Poi si convincono e apprezzano il fatto che ci sia questo confronto.»
Lei ha detto che dopo questa esperienza non si candiderà altrove. Lo conferma?
«Dopo aver fatto il sindaco della città in cui sei cresciuto e vissuto, con quella vittoria storica che nessuno si aspettava e con la riconferma, ho avuto la più grande soddisfazione politica possibile. Difficilmente ci potrà essere qualcosa di più di quello. Quindi sì, non cerco altro.»
Chi viene dopo Galimberti?
«Dopo di me non sarà “dopo Galimberti”. Sarà la continuità di un metodo e di uno stile che ha dimostrato di funzionare. La persona che verrà dovrà avere due caratteristiche: tenere insieme tutte le persone che credono nella continuità di questo progetto, e avere la possibilità concreta di vincere. All’interno del gruppo e delle persone che gravitano attorno alle diverse anime politiche e civiche della coalizione ci sono diverse figure in grado di interpretare al meglio il ruolo.»
Le primarie rimangono un’opzione?
«Io sono frutto delle primarie, quindi non posso che stimarle. Però non è l’unico sistema per condividere la scelta di un candidato. Nel 2015 le primarie furono essenziali non tanto per scegliere il volto, ma per costruire una coalizione che puntasse davvero a vincere. In questo caso la coalizione esiste già: la questione è diversa.»
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