L’analisi del fenomeno nel report “Entrepreneurs of insecurity” dell’Institute for Security Studies
Ciad: cresce il business dei rapimenti al confine con Camerun e Repubblica Centrafricana
Solo nel 2023 avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali coinvolte circa 52,4 milioni di franchi CFA
All’apice ci sono gruppi criminali e figure influenti che ordinano o commissionano i sequestri, al centro gli autori materiali della cattura di ostaggi, alla base complici e facilitatori. Sono questi gli anelli della filiera dei rapimenti a scopo di riscatto effettuati in diverse parti dell’Africa.
Un sistema che si è notevolmente oliato negli ultimi anni al confine tra Ciad, Repubblica Centrafricana e Camerun, il “Triangolo della morte” come viene definito in un report pubblicato a maggio dall’Institute for Security Studies (ISS), intitolato “Entrepreneurs of insecurity” e firmato da Titilope Fajayi, ricercatrice senior del Central Africa observatory on organized crime and violence.
Indagini e interviste sul campo sono state condotte tra giugno e agosto 2025 nella capitale del Ciad N’Djamena, nella parte meridionale del paese al confine con Repubblica Centrafricana e Camerun, tra le località di Bertoua, Meiganga, Garoua-Boulaï, Yokadouma, e anche a nord al confine con Libia e Sudan.
Dal banditismo rurale al business transnazionale
Fino alla fine degli anni Novanta in Ciad i rapimenti venivano effettuati per lo più da bande criminali che agivano in aree rurali lontano dalla capitale e dagli altri grandi centri abitati. All’inizio degli anni Duemila il sequestro di persona si è gradualmente trasformato in una vera e propria attività criminale.
I gruppi coinvolti si sono dati un’organizzazione paramilitare, con turni di vigilanza lungo vie di collegamento percorse da funzionari locali, uomini d’affari, commercianti, imprenditori e lavoratori stranieri, operatori umanitari, minatori.
Da pratiche episodiche i rapimenti sono così diventati una modalità d’azione messa a sistema per estorcere denaro e marcare il territorio, aggiungendosi ad altri affari illeciti come il traffico di armi e carburante e il furto di bestiame.
Dal 2011, con la caduta del regime di Gheddafi in Libia e decine di depositi militari abbandonati, in tutto il Ciad è aumentata in modo esponenziale la disponibilità di armi leggere e di piccolo calibro. Ciò ha contribuito a un aumento vertiginoso anche del numero di rapimenti.
Un trend simile si è registrato nel Tibesti dove l’accelerazione della corsa all’oro ha portato a un aumento dei sequestri di responsabili delle imprese estrattive o di semplici minatori.
Il report dell’ISS stima che negli ultimi vent’anni in alcune zone delle regioni ciadiane di Mayo-Kebbi Ouest, Logone Oriental e Logone Occidental si sono verificati centinaia di rapimenti all’anno. Nella sola regione di Mayo-Kebbi Ouest i rapimenti sono stati almeno 1.500. Nel 2023 nella parte meridionale del paese queste attività avrebbero fruttato alle organizzazioni criminali coinvolte circa 52,4 milioni di franchi CFA (oltre 90mila dollari).
I riscatti vengono spesso pagati anche in natura, sotto forma di bestiame. Le persone prese in ostaggio vengono rilasciate mediamente dopo pochi giorni o al massimo dopo poche settimane.
Nel 2022 Jérôme Hugonnot, ambientalista franco-australiano rapito nella parte orientale del paese, è stato rilasciato dopo tre giorni grazie all’intervento diplomatico incrociato dei governi di Francia e Australia.
Il missionario americano Stephen Godbold, rapito nell’ottobre 2007 dal Movimento per la democrazia e la giustizia perché sospettato di lavorare per i servizi segreti ciadiani, è stato invece tenuto in ostaggio per nove mesi. Peggio è andata a un’équipe di medici tenuta prigioniera fino a due anni perché il governo centrale si rifiutava di pagare il riscatto richiesto dagli aguzzini.
La filiera dei rapimenti
I rapimenti vengono commissionati da leader di gruppi o reti criminali indicati nel report dell’ISS come “padrini” o “sponsor”. Si tratta di figure particolarmente influenti a livello locale. Tra queste vi sarebbero anche politici e alti funzionari delle forze di sicurezza ciadiane.
Gli autori materiali dei rapimenti, definiti nel report zar(a)guinas o coupeurs de route, sono per lo più ex soldati dell’esercito regolare ciadiano, ex ribelli – soprattutto al confine con la Repubblica Centrafricana e nel nord del Ciad, tra Tibesti e Borkou – persone che appartengono a comunità di pastori.
Questi soggetti operano in piccole bande e sfruttano la loro conoscenza del territorio per tendere imboscate a viaggiatori e commercianti. In prevalenza sono di etnia hausa e fulani, la loro nazionalità è ciadiana, camerunense, centrafricana, nigerina e nigeriana.
I rapimenti vengono facilitati da una fitta rete di complici alla costante ricerca di espedienti per sopravvivere: capi di comunità rurali, pastori, tassisti, personale delle riserve naturali, donne comuni reclutate perché non destano particolari sospetti. Queste persone fungono da informatori, indicano potenziali obiettivi, ospitano i rapitori nelle proprie case facendoli passare inosservati fino a quando non entrano in azione.
Pressione politica e terrorismo
Così come in altri paesi governati da giunte militari o esecutivi autoritari, anche in Ciad vengono effettuati prelievi forzati da parte delle forze di sicurezza a scopo intimidatorio. Il caso più recente nel paese è quello dell’ex primo ministro Assyongar Succès Masra, presidente del partito di opposizione Les Transformateurs, prelevato dalla sua abitazione da uomini in uniforme militare nel maggio 2025 e in seguito condannato a 20 anni di carcere.
Anche i gruppi terroristi che operano in Ciad usano i rapimenti come strumento per ottenere in cambio denaro e visibilità. Ma non solo. I gruppi affiliati a ISWAP (Stato Islamico della provincia dell’Africa occidentale) o Boko Haram che operano nel bacino del Lago Ciad rapiscono donne e ragazze per farne schiave sessuali. Vengono rapiti anche minori per farne dei soldati, attentatori suicidi o costringerli a lavorare nelle miniere d’oro o a pascolare il bestiame.
Risposte inadeguate
Al confine tra Ciad, Repubblica Centrafricana e Camerun i rapimenti sembrano destinati ad aumentare. Né il governo centrale di N’Djamena né organismi regionali come la Comunità economica degli stati dell’Africa centrale e la Commissione del bacino del Lago Ciad, sono finora stati capaci di attivare delle contromisure adeguate per fermare questo fenomeno.
Manca la condivisione di informazioni di intelligence tra i servizi segreti dei paesi interessati, non vengono attivate azioni congiunte sufficientemente efficaci per arginare gli altri traffici illeciti che alimentano i rapimenti a cominciare da quello di armi, non sono stati predisposti meccanismi che impongano ad aziende in possesso di informazioni sensibili – quali le compagnie di telecomunicazione e gli istituti finanziari – di collaborare con le autorità.
In questo contesto, con i governi di fatto assenti, alle comunità locali non resta che difendersi da sole. Nelle aree dove i ricercatori dell’ISS hanno effettuato interviste sono stati formati dei gruppi di autodifesa con uomini che si turnano per vigilare su centri abitati e strade anche di notte. Il problema è che spesso sono armati solo di bastoni. Mentre chi li minaccia punta verso di loro i kalashnikov.
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