Frodi IVA nell’UE: miliardi evasi ogni anno


Ogni anno, tra i 12,5 e i 32,8 miliardi di euro spariscono nei meandri di schemi fraudolenti che sfruttano le maglie del sistema IVA europeo. Lo fanno attraverso la cosiddetta “frode carosello”, un meccanismo ingegnoso quanto criminale in cui merci e fatture rimbalzano tra aziende fittizie in più Paesi dell’UE, permettendo ai truffatori di incassare rimborsi IVA su imposte che non sono mai state versate. Il tutto mentre oltre mille miliardi di euro di entrate IVA vengono regolarmente riscossi ogni anno dagli Stati membri, e il gap complessivo di evasione e frode ha raggiunto nel 2023 la cifra di 128 miliardi.

Per contrastare questi schemi, l’Unione europea dispone di due strumenti: il meccanismo dell’inversione contabile IVA (reverse charge mechanism, RCM) e il meccanismo di reazione rapida (quick reaction mechanism, QRM). Entrambi scadono il 31 dicembre 2026. Ed è proprio per decidere se prorogarli, riformarli o lasciarli morire che il Servizio ricerca del Parlamento europeo (EPRS) ha commissionato uno studio indipendente ai centri di ricerca CEPS ed Ecorys, pubblicato nel giugno 2026.

Come funziona la frode.

Per capire perché questi strumenti esistano, occorre spiegare il meccanismo della frode carosello. Nel sistema IVA ordinario, il fornitore addebita l’imposta all’acquirente e poi la versa all’erario. Il problema nasce quando il fornitore incassa l’IVA dal cliente e poi scompare , il cosiddetto “missing trader”, il commerciante fantasma , senza versarla allo Stato. Nel frattempo, l’acquirente chiede legittimamente il rimborso dell’imposta che ha pagato, generando una doppia perdita per le casse pubbliche. Quando questa catena si moltiplica su scala internazionale, sfruttando il fatto che le merci circolano tra Paesi UE senza IVA, il meccanismo diventa una frode di proporzioni industriali.

L’inversione contabile taglia alla radice questo schema: invece di addebitare l’IVA al cliente, il fornitore non la applica affatto, e sarà l’acquirente stesso a registrarla nel proprio bilancio fiscale e a versarla. Il fornitore non tocca mai il denaro dell’imposta, e quindi non può sparire con esso. Semplice, efficace , almeno in teoria.

Lo studio, basato su questionari inviati a 20 amministrazioni fiscali nazionali, interviste a 15 aziende in otto Paesi campione (Austria, Estonia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Polonia, Romania e Svezia) e un’analisi approfondita della legislazione vigente, arriva a una conclusione cauta ma positiva: il meccanismo dell’inversione contabile funziona, soprattutto nei settori più esposti alle frodi carosello , elettronica, quote di emissione, mercati energetici, metalli e materie prime.

Diverse amministrazioni fiscali hanno riferito di riduzioni sostanziali delle frodi sui commercianti fantasma nei settori coperti, e in alcuni casi persino la pratica scomparsa di questi schemi dopo l’introduzione dell’inversione contabile. Un risultato non trascurabile, considerando l’entità delle perdite in gioco.

Tuttavia, il meccanismo non elimina il rischio di frode: lo sposta. I criminali sono adattivi per definizione, e lo studio documenta come le reti fraudolente abbiano risposto alle misure spostando le attività verso rimborsi indebiti, fatture false, classificazioni errate delle merci, settori adiacenti non coperti o verso altri Paesi dell’UE con regole meno stringenti. La frode non scompare: si trasforma e si sposta.

Il caos normativo: ogni Paese fa da sé.

Uno dei problemi strutturali più segnalati nello studio è la frammentazione nell’applicazione del meccanismo tra i 27 Stati membri. La direttiva IVA consente alle autorità nazionali di scegliere se e come applicare l’inversione contabile nei settori previsti, e il risultato è una giungla di regole nazionali: definizioni diverse delle categorie di prodotti, soglie monetarie variabili, requisiti di certificazione differenti per i rivenditori, obblighi di rendicontazione non omogenei.

Questa disomogeneità non è solo un problema burocratico: crea opportunità di arbitraggio normativo, spinge le reti criminali a riallocarsi nei Paesi con regole più lasche, e genera costi di conformità elevati per le imprese che operano in più mercati. L’elettronica e le telecomunicazioni sono i settori dove le aziende hanno segnalato le maggiori difficoltà nel classificare correttamente i prodotti e adattare i sistemi gestionali alle diverse regole nazionali.

Il meccanismo d’emergenza non è mai stato usato.

Il dato più clamoroso dell’intero studio riguarda il QRM, il meccanismo di reazione rapida progettato per consentire agli Stati membri di introdurre l’inversione contabile in modo urgente quando emerge una frode improvvisa e massiccia. Dal momento in cui è stato introdotto nella normativa, il QRM non è mai stato attivato. Un solo Paese ha provato a farne richiesta, e quella richiesta è stata respinta.

Il motivo è intuitivo: lo strumento, per quanto teoricamente prezioso, è praticamente inutilizzabile nelle condizioni reali. Per attivarlo, uno Stato membro deve identificare rapidamente la frode, raccogliere prove sufficienti, definire con precisione i prodotti o servizi coinvolti, completare la procedura di notifica a livello europeo e implementare la misura a livello nazionale , il tutto entro una finestra temporale di nove mesi, che è anche il limite massimo di applicazione del meccanismo. Un esercizio da funamboli che nessuna amministrazione fiscale è riuscita a completare.

La conclusione dello studio è che il meccanismo dell’inversione contabile va prorogato oltre la scadenza del 2026, ma con una serie di condizioni. In primo luogo, l’applicazione dovrebbe essere più strettamente legata a evidenze concrete di rischio di frode, con valutazioni periodiche per settore. In secondo luogo, è necessaria una maggiore armonizzazione tra gli Stati membri nelle definizioni, nelle soglie e negli obblighi di rendicontazione, per ridurre sia i costi di conformità per le imprese sia le opportunità di arbitraggio per i frodatori.

Sul QRM, il giudizio è più critico: il meccanismo va mantenuto solo se viene profondamente riprogettato, con linee guida più chiare per attivarlo, soglie probatorie più ragionevoli, modelli standardizzati e tempistiche realistiche.

L’orizzonte digitale: l’IVA nell’era della fatturazione elettronica.

Sullo sfondo di queste valutazioni si staglia il grande cantiere del pacchetto VAT in the Digital Age (ViDA), che punta a digitalizzare progressivamente la riscossione e il controllo dell’IVA attraverso la fatturazione elettronica obbligatoria e la trasmissione in tempo reale dei dati delle transazioni alle autorità fiscali. Sulla carta, la digitalizzazione potrebbe rendere obsoleta la necessità dell’inversione contabile, rendendo molto più difficile per i commercianti fantasma operare nell’ombra.

Ma lo studio avverte di non fare confusione tra l’obiettivo finale e la realtà attuale: ViDA sarà implementato progressivamente, e sia le imprese sia le amministrazioni fiscali avranno bisogno di anni per adeguare i propri sistemi. Nel breve e medio termine, inversione contabile e controlli digitali devono essere trattati come strumenti complementari, non alternativi.

Detto altrimenti: finché la fattura elettronica non sarà ovunque e i sistemi di controllo non saranno operativi a pieno regime, la frode carosello continuerà a prosperare. E rinunciare al meccanismo che oggi la contrasta , per quanto imperfetto , significherebbe regalare ai frodatori europei qualche anno di respiro pagato dai contribuenti onesti.


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 Francesca Serra

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